Il mare dei salmoni

Viaggio all’estremità più settentrionale dell’Europa, nel fiordo di Revsbotn in Norvegia, per vedere come viene allevato il pesce più mangiato al mondo.

di Marcello Rossi

Nella contea di Finnmark, dove la linea costiera norvegese oscilla verso est, una lunga strada si contorce lungo il litorale. È una splendida giornata di sole, le temperature sono ben al di sotto dello zero, i riflessi dei raggi nella neve sono quasi accecanti. Piccole baite color pastello sparse qua e là sono le uniche note di colore. Sono diretto a Kokelv, un minuscolo villaggio sul fiordo Revsbotn, all’estremità più settentrionale dell’Europa continentale, dove passerò una settimana insieme a una squadra di allevatori di salmone atlantico della Norway Royal Salmon, uno dei maggiori produttori mondiali, per capire come funziona un’industria che rifornisce ogni giorno le tavole di mezzo mondo e che da anni suscita sentimenti contrastanti nell’opinione pubblica, per via del suo alto impatto ambientale. Affacciato sul Mar glaciale artico, Kokelv conta poco più di un centinaio di residenti, la maggioranza di etnia sami. Una fetta consistente dell’economia locale si basa sul legname e sullo sfruttamento delle risorse minerarie. Ma a farla da padrone, qui, sono le attività legate alla pesca. Rendersene conto è semplice: il paesaggio è costellato di piccoli box per l’acquacultura, mentre la maggioranza dei porticati sono adornati con letti di merluzzo messi a essiccare.
Risalendo per l’unica strada percorribile, mi fermo a un benzinaio, l’unico nel raggio di parecchi chilometri. Alcuni uomini sono ordinatamente in fila in attesa di pagare. Una donna raggomitolata nel suo piumino ha in mano un voluminoso pacco di cartone da spedire. La stazione di servizio funge anche da ufficio postale. Non c’è molto altro attorno: ciò per cui mi trovo qui è ancora fuori dalla mia visuale. Chiedo informazioni. In un inglese risicato, uno degli inservienti mi dice di proseguire fino al termine della strada. Dopo aver aggirato un piccolo promontorio, mi imbatto in un due baite di legno a cui è da poco stata data una mano di vernice bianca. Di fronte, in un piccolo molo, sono ormeggiate due imbarcazioni. Un uomo robusto avvolto in una pelle di renna mi accoglie cordialmente. È Bjorn Millar Angel, il responsabile della filiale e capitano dell’equipaggio. Il pensiero di una compagnia tra le maggiori al mondo, con un utile netto che lo scorso anno ha superato i 100 milioni di euro, mi aveva spinto a immaginare qualcosa di deci-samente più grosso. Bjorn mi offre del filetto di merluzzo e mi presenta al resto della squadra. Sono sei in totale, tutti giovani e pallidi. Vengono da tutta la regione: Alta, Hammerfest, Vardø.


Il periodo è quello giusto, così Bjorn mi accompagna fuori: «Non c’è molto da fare qui. Vedere l’aurora boreale è una delle cose più entusiasmanti che può accadere».
La compagnia impiega circa cinquanta persone nella contea: quattordici lavorano stabilmente qui con turni da due o tre settimane. L’arredamento, in legno, è tipicamente nordico. A eccezione di Bjorn, che ha una dependance privata sul retro, gli altri condividono uno spazio comune con camere da letto spaziose, un’ampia cucina, lavanderia, una piccola palestra e una stanza dominata da un gigantesco televisore al plasma. Il più giovane di loro, un sami, mi chiede da dove vengo: «Non sono mai stato fuori dalla Norvegia», racconta. «Un giorno mi piacerebbe venire in Italia». Il Finnmark è uno dei posti migliori al mondo per vedere l’aurora boreale. Il periodo è quello giusto, così Bjorn mi accompagna fuori: «Non c’è molto da fare qui. Vedere l’aurora boreale è una delle cose più entusiasmanti che può accadere». I genitori di Bjorn si sono trasferiti dalla Finlandia ad Alta nei primi anni Sessanta. Lui è nato poco dopo, e non se n’è mai andato. Essendo il capitano e il marinaio più esperto, a volte rimane a Kokelv anche per due mesi di seguito. Per qualche minuto attendiamo invano segnali dal cielo, poi Bjorn mi indica la mia stanza.
La mattina seguente la sveglia è alle cinque. Dopo una colazione veloce, uno dei ragazzi mi porge una spessa tuta giallo evidenziatore, poi saliamo sulle imbarcazioni ormeggiate di fronte al complesso e navighiamo verso l’allevamento, che dista alcuni chilometri. Ci dividiamo in due gruppi. Ogni squadra si dirige verso una delle due postazioni che compongono la struttura. Insieme a Bjorn e altri tre, ci addentriamo in un’insenatura larga e profonda. Sullo sfondo si scorgono ampie gabbie circolari, segnalate da sgargianti boe rosse. Ogni postazione dispone di sei gabbie il cui diametro può variare dai 60 ai 160 metri e profonde alcune decine di metri. Ogni gabbia può contenere fino a 200 mila salmoni. Il loro ciclo di vita dura circa tre anni.

I genitori di tutti i salmoni sono tenuti in allevamenti separati in cui raggiungono la maturità sessuale. In autunno, i pesci sono spogliati delle uova e del liquido seminale, che vengono poi mescolati in acqua per facilitare il processo di fertilizzazione. Dopo un anno, la fase nota in gergo come “smoltificazione” è terminata, e i salmoni sono spostati negli allevamenti marini: i più grossi hanno fino a due milioni di esemplari. Qui trascorrono da uno a due anni di vita, nché raggiungono la taglia ideale per essere raccolti, normalmente tra i quattro e i cinque chili. Allora vengono pescati e inviati in laboratori attrezzati dove sono affumicati o congelati, poi confezionati e infine spediti in tutto il mondo.
Le prime ore della mattina sono generalmente dedicate alle operazioni di manutenzione. Per prima cosa, si controlla che non ci siano stati problemi durante la notte. Poi, tramite telecamere subacquee, ci si assicura che non ci siano buchi nelle reti. Infine, si nutrono i pesci, due volte d’inverno e una d’estate. L’equipaggio ripete questa serie di operazioni ogni giorno. Gli intoppi sono rari: la rottura di un tubo, qualche problema tecnico risolvibile in un paio d’ore. Verso mezzogiorno, Bjorn e io ci spostiamo sotto coperta per mangiare. Decido che è il momento buono per far gli qualche domanda. Quando l’industria era agli inizi, a cavallo degli anni Ottanta, gli allevatori norvegesi erano accusati di inquinare gli oceani, favorire la di usione di parassiti e malattie, mettere a repentaglio l’ecosistema e consumare grandi riserve di cibo. «Alcune di queste accuse erano vere solo parzialmente, altre lo erano del tutto», afferma Bjorn.

 

Oggi però le cose sono cambiate, aggiunge. «Nel corso degli anni, le aziende hanno alzato i loro standard. La Norvegia ha adottato metodi alternativi, come l’utilizzo di macchinari che emettono impulsi elettrici impercettibili ai salmoni ma fatali al pidocchio di mare e l’introduzione nelle gabbie di alcuni lompi, che hanno permesso di eliminare quasi completamente l’utilizzo di antibiotici». Eppure, nonostante i miglioramenti, studi più recenti hanno sollevato critiche sul salmone d’allevamento. Uno pubblicato sulla prestigiosa rivista Science ha dimostrato che conteneva più tossine del salmone pescato in mare. La conclusione è stata confermata anche da un’altra ricerca, pubblicata sul giornale scientifico Chemosphere.
La soglia di attenzione dei consumatori circa la sostenibilità, sia etica che ambientale, di ciò che mangiano è aumentata notevolmente negli ultimi anni e l’allevamento del salmone su scala industriale rimane un’attività altamente impattante, che rilascia nell’ecosistema circostante una grande quantità di residui organici, principalmente perché i pesci sono tenuti in aree relativamente ristrette dove l’acqua è pressoché stagnante e il ricambio è scarso. In aggiunta, il consumo mondiale di salmone è aumentato vertiginosamente negli ultimi anni, causando l’aumento dei prezzi: lo scorso anno la Fao ha annunciato che è diventato il pesce più consumato al mondo. Il risultato è che la Norvegia è stata incentivata a puntare sempre di più su questo settore, soprattutto in un momento in cui la principale fonte di ricchezza nazionale, il petrolio, vive una fase di declino.
Forse il paradosso dell’acquacoltura sta proprio qui: un sistema nato anche per fermare lo spopolamento dei mari, oggi trova i suoi detrattori proprio tra gli ecologisti.


L’acquacoltura moderna ha cominciato a di ondersi negli anni Settanta, come una risposta all’eccessivo sfruttamento degli oceani: mentre la popolazione mondiale cresceva e diventava sempre più esigente (il consumo pro-capite di pesce è raddoppiato negli ultimi 50 anni e oggi sfiora i 20 kg annui), i mari si svuotavano, così urgeva trovare un’alternativa più sostenibile. Oggi l’acquacoltura rappresenta circa il 44 per cento di pesce pescato a livello mondiale, e secondo Fao e Wwf resta un’alternativa da preferirsi alla pesca d’altura. E forse il paradosso sta proprio qui: un sistema nato anche per fermare lo spopolamento dei mari, oggi trova i suoi detrattori proprio tra gli ecologisti. Greenpeace, per esempio, sostiene che «l’acquacoltura non è una soluzione all’overfishing e provoca la distruzione degli ecosistemi costieri e la dislocazione della fauna locale». Poi ci sono Slow Food e una miriade di associazioni minori.
In Norvegia, oltre a gruppi storici come l’Atlantic Salmon Conservation Foundation e i Green Warriors of Norway, altre forme di opposizione stanno emergendo nel mondo accademico. L’anno scorso Olaf Olaussen, professore di economia alla Trondheim Business School, ha pubblicamente definito folle l’idea di ampliare l’attuale capacità produttiva almeno fino a quando non sarà più sicura. Più o meno nello stesso periodo, un report redatto dall’influente Fridtjof Nansens Institute ha affermato che l’attuale legislazione che regola l’allevamento dei salmoni è in contrasto con la costituzione norvegese, in quanto non tutela la biodiversità dell’area e, allo stesso tempo, sottrae lo spazio fisico che servirebbe alle varietà selvatiche. Un altro problema è dato dal fatto che il salmone è un pesce carnivoro. In alcune zone, i salmoni di allevamento sono nutriti con pesce selvatico, e questo contravviene esplicitamente il motivo per cui gli allevamenti sono nati, quello di evitare l’ulteriore impoverimento delle già ristrette risorse ittiche degli oceani. Però, dice, Bjorn, in Norvegia «i salmoni sono alimentati con mangimi che sono composti interamente da sostanze vegetali, farina, pesce e altri elementi ricavati dagli scarti di produzione».

Finita la chiacchierata, ritorniamo in superfcie. Bjorn si accende una sigaretta. Il pomeriggio scorre senza che accada nulla. «È quasi sempre così», mi confida uno dei ragazzi agli ordini di Bjorn. All’imbrunire facciamo rotta verso la base. Il resto della settimana procede senza impedimenti, scandito dalla routine. Con il passare del tempo mi sembra sempre più chiaro che il rinnovamento a cui si è sottoposta l’intera industria del salmone norvegese non è una semplice operazione di maquillage. Rispetto ai primi anni 2000, quando l’uso di antibiotici era ancora ampiamente diffuso e i livelli di igiene erano lontani dagli standard attuali, gli allevamenti hanno alzato notevolmente il livello qualitativo, nonostante la produzione sia passata da 50 mila tonnellate a quasi un milione e mezzo l’anno.
Mi sembra altrettanto chiaro, tuttavia, che ciò non può durare all’infinito. Ultimamente il salmone gode di grande popolarità – soprattutto nei Paesi sviluppati, dove l’attenzione verso una dieta sana e bilanciata è diventata una sorta di ossessione – grazie alle sue ottime proprietà nutritive e alla sua capacità di abbassare il livello di colesterolo nel sangue. Averlo disponibile quotidianamente, in quantità sempre maggiori, significherebbe però mettere a dura prova un contesto ambientale già al limite. È un dilemma tipico di questi tempi, comune a qualunque Paese alla ricerca di un equilibrio tra crescita economica e sfruttamento delle risorse naturali. Nel caso della Norvegia, considerata una delle nazioni più avanzate al mondo, quello che sarà interessante vedere è come gestirà la situazione nei prossimi anni.
Dal numero 33 di Studio
Foto di Alessandro Iovino

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