Eataly strizza l’occhio ad Alibaba per conquistare la Cina prima della quotazione

di paolopolitiblog

Eataly a New York

Eataly strizza l’occhio ad Alibaba, ma l’ammiccamento è reciproco. Jack Ma ha un debole per l’Italia, per il lusso made in Italy e per il cibo della penisola: dal vino alle arance siciliane. E anche per questo, mentre in Italia Fico, il parco agroalimentare alla porte di Bologna, è visto con scetticismo; in Cina è un modello a cui tendere.

Uno stand di Fico. Foto di VINCENZO PINTO/AFP/Getty Images

Andrea Guerra, presidente esecutivo di Eataly, lo dice chiaramente: “Oggi i nostri mercati domestici sono due, l’Italia e gli Stati Uniti. Speriamo che la Cina diventi presto il terzo”. Per farlo però serve un accordo con un partner locale: un socio che potrebbe essere industriale, ma anche finanziario. Di certo sarà digitale: “Stiamo parlando con 2 o 3 dei cinque principali operatori cinesi del settore. Potremmo fare una joint venture, ma il socio potrebbe anche entrare nell’azionariato della holding di controllo. Nei prossimi mesi prenderemo una decisione definitiva”.

Il presidente esecutivo di Eataly, Andrea Guerra. AGF

Per il momento, la famiglia Farinetti non sembra intenzionata a vendere, anche perché entro i prossimi 12 mesi è prevista la quotazione di Eataly a Piazza Affari dove sarà collocata una quota nell’ordine del 30% del capitale: “Il progetto va avanti, altrimenti – dice Guerra – non avremmo presentato per la prima volta un bilancio consolidato”. A ottobre, quando il consiglio d’amministrazione approvò il progetto di quotazione in Borsa, gli analisti valutarono Eataly in una forchetta compresa tra i 2 e 3,5 miliardi di euro: una cifra monstre a fronte di un’ebitda pari a 25 milioni di euro nel 2017 (per il 2018 è atteso a 35 milioni e dovrebbe salire a 70 milioni nel 2020, alla fine del piano triennale).

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“Non ho mai dato valutazioni di aziende in tutta la mia esperienza di manager e non ho intenzione di iniziare a farlo adesso, ma- dice Guerra –  considerando che Eataly è una società unica al mondo ed è arrivata per prima nel suo genere, le valutazioni potrebbero avere un premio e non essere semplici moltiplicazioni di alcuni valori”.

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“D’altra parte – gli ha fatto eco Gianni Tamburi, socio al 20% attraverso Tip -, non ha più senso valutare le aziende solo attraverso i multipli. Gli investitori guardano alle società in modo diverso”. “Siamo primi, unici e autentici e questa è una merce rara che può modificare le valutazioni” dice Francesco Farinetti, figlio di Oscar e amministratore delegato della società.

Il fondatore di Eataly Oscar Farinetti – foto di Eugene Gologursky/Getty Images for Eataly Downtown

Quanto ai numeri, Eataly si è lasciata alle spalle il rosso da 21 milioni del 2016 chiudendo il primo bilancio consolidato con ricavi in crescita del 20% a 465 milioni di euro, un margine operativo lordo a 25 milioni (da zero), un utile netto di un milione e un debito in calo a 51. L’obiettivo per il 2020 è portare il fatturato oltre quota 700 milioni con un ebitda al 9%.

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Un obiettivo che con la Cina potrebbe crescere ancora più rapidamente. Tra i vanti di Eataly c’è quello di aver portato per la prima volta fuori dai confini italiani 11mila prodotti, un potenziale che un’intesa con Alibaba potrebbe far esplodere. Già nel 2016 il governo italiano dichiarò di voler portare l’export agroalimentare a 50 miliardi di euro entro il 2020: “Di certo – disse Jack Ma – non possiamo portare 1,5 miliardi di cinesi in Italia a fare shopping, ma possiamo portare i vostri prodotti in Cina”.

Eataly a New York. Foto di Eugene Gologursky/Getty Images for Eataly Downtown

“Qualunque cosa succeda – chiosa Francesco Farinetti – il nostro manifesto non cambierà. Buono, pulito e giusto resterà la nostra bussola. Anche per questo stiamo investendo nel recupero dei semi  in collaborazione con Slow Food e l’Università di Palermo. Negli anni 70 esistevano 7mila aziende sementiere, oggi le prime cinque aziende controllano il 95% dei semi di ortaggi. Noi vogliamo invertire la rotta e dare il nostro contributo. L’operazione non avrà impatti sul nostro conto economico, ma per noi è un progetto identitario”.

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