“Che cosa vi siete mangiati?”: la truffa sugli alimenti bio

da Il Fatto Quotidiano , di  | 4 maggio 2018

Sugli scaffali dei supermercati di mezza Europa erano vendute come prodotto biologico Made in Italy. Ma quelle zucchine provenienti dalla Sicilia tutto erano tranne che bio. Questa, infatti, è la storia di una truffa. Scoperta a novembre scorso e costata ai consumatori la bellezza di otto milioni di euro. In Italia nessuno se n’era accorto, la segnalazione è arrivata dall’Inghilterra. Tante sono le frodi denunciate negli ultimi anni, altre invece non sono mai venute alla luce. Così il consumatore non può che continuare a chiedersi se valga la pena pagare di più per un prodotto etichettato come biologico. Cosa stiamo comprando? Conviene produrre biologico? Conviene acquistarlo? Nel numero di Fq Millennium in edicola da domani, sabato 5 maggio, un’inchiesta indaga su un mercato diventato un affare miliardario: i consumi aumentano da 15 anni, nel 2016 i terreni bio sono cresciuti del 20,4% e nel 2017 il fatturato ha superato i 3 miliardi. Proprio per questo c’è chi ci specula. Eppure i controlli dovrebbero essere ancora più severi rispetto a quelli sull’agricoltura tradizionale. Dovrebbero, appunto.

Le falle nel sistema e chi ne approfitta
Perché a spianare la strada a chi vuole guadagnarci su, vendendo come biologico un prodotto in realtà coltivato con metodi convenzionali, c’è un sistema che fa acqua da tutte le parti. Poca trasparenza su produzione e importazioni del bio, verifiche nei campi rare e superficiali, organi di controllo pagati dagli stessi produttori che devono controllare e, come ultimo atto, un decreto ministeriale che doveva risolvere il problema del conflitto di interessi ma che, annacquato in fase di approvazione finale, scatta solo una fotografia della situazione attuale. Un quadro pieno di ombre che rischia di togliere credibilità a un metodo che, se fatto bene, porta indubbi vantaggi all’ambiente e alla salute. In Italia se un’azienda vuole produrre o vendere biologico ha l’obbligo di farsi certificare da un organismo autorizzato da Accredia, ente unico designato dal governo. Questi organismi (che si fanno pagare il servizio) sono una ventina e i loro rapporti con gli operatori del bio sono regolati da un conflitto di interessi stabilito dal decreto approvato dal governo Gentiloni il 22 febbraio, a dieci giorni esatti dalle ultime elezioni politiche.

La promessa mancata del ministro Martina
Il testo, promesso dall’ex ministro (e attuale reggente del Pd) Maurizio Martina dopo una serie di scandali e di inchieste giornalistiche, prima di arrivare all’approvazione definitiva è passato attraverso pressioni e attività di lobby. Il 16 giugno 2017, il ministero delle Politiche agricole aveva pubblicato una bozza di decreto in cui dichiarava guerra alla mancanza di trasparenza: “Gli operatori del biologico non possono detenere partecipazioni societarie degli organismi di controllo; gli organismi di controllo non possono controllare per più di cinque anni lo stesso operatore”. Dopo otto mesi, il 22 febbraio, il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva il testo, ma alcuni passaggi cruciali sono stati stravolti. Risultato: i controllati possono detenere fino al 50% del capitale sociale dei controllori (norma che non vale per i consorzi senza fini di lucro). Il problema dei controlli, però, non si limita solo al conflitto di interessi degli organismi di certificazione.

Cosa arriva sulla tavola
Chi compra bio compra la certificazione non di una maggiore qualità, ma di un “processo”, a cui spesso però non corrispondono verifiche adeguate. A confermare le carenze del sistema dei controlli è stata la stessa Federbio, secondo cui “l’attività ispettiva è sempre più basata sulla burocrazia”. Troppo pochi i controlli sui campi, mentre è proprio nei terreni che dovrebbe riscontrarsi la vera differenza tra un coltivatore bio e uno convenzionale. Questo perché se il coltivatore convenzionale ha rispettato le regole di buona agricoltura e i tempi di carenza, in laboratorio anche sul suo prodotto non risulterà la presenza di sostanze chimiche. Entrambi saranno a residuo zero, ma il terreno dell’agricoltore biologico non sarà inquinato. C’è un problema di infiltrazione di prodotto convenzionale venduto come biologico grazie alle falle di un sistema che la politica non ha voluto cambiare.

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