Ecco i problemi economici italiani che il nuovo Governo dovrà gestire

di paolopolitiblog

Stefano Cingolani panorama.it 4 maggio 2018

Sulla scrivania un conto già salato: aumento dell’Iva da evitare, tasse, lavoro, pensioni. E i conti pubblici non migliorano. Per non parlare della congiuntura in frenata, dell’incertezza internazionale e dei dubbi su cosa farà la BCE

L’eredità economica che passa al prossimo governo, qualunque esso sia, è particolarmente delicata. La congiuntura sta frenando, lo dicono le ultime statistiche ufficiali e lo sottolinea con preoccupazione l’Unione europea. I dati mostrano che la crescita italiana, già in coda al treno, rallenta l’anno prossimo all’1,2 per cento in termini reali. Con una inflazione ancora bassa, l’aumento nominale difficilmente sarà in grado di ridurre il debito pubblico rispetto al prodotto lordo.

Certo, sono pur sempre rose e fiori rispetto alla situazione nella quale si aprì cinque anni fa la scorsa legislatura: un seconda recessione più dura della prima, provocata in larga parte dalla crisi dei debiti sovrani del 2011 e dalla manovra di austerità varata dal governo Monti, cioè in sostanza aumento delle imposte e taglio alle pensioni.

I tre fattori di incertezza

Tuttavia, oggi le cose sono complicate a causa di tre fattori nuovi anche se non del tutto inaspettati.

I primi due sono la forte incertezza che grava sull’economia internazionale che finora è stata la nostra locomotiva, e la svolta nella politica monetaria. Speriamo che la stetta arrivi il più tardi possibile e sia la più morbida possibile, ma arriverà. Anche se Mario Draghi sta facendo del tutto per allontanare la resa dei conti, il bilancio della Bce è salito a 4 mila miliardi di euro, grosso modo lo stesso della Federal Reserve americana. Smaltirlo è impossibile, rivendere in modo massiccio i titoli, per lo più emessi dagli stati, sarebbe disastroso, ma certo non potranno crescere ancora per molto.

Il terzo fattore, senza dubbio il più importante, è tutto domestico: i nostri guai dipendono da quel che non è stato fatto durante i cinque anni precedenti, non da quello che è stato fatto, come invece sostengono i due vincitori delle elezioni.

Che cosa non è stato fatto? In primo luogo non è stato ridotto il debito pubblico e questo perché il disavanzo dello stato è rimasto troppo elevato. Si sente dire che non era possibile colmare il divario (tanto meno avvicinarci al pareggio) a causa della recessione. In realtà stimo parlando del deficit al netto delle spese per contrastare gli effetti negativi del ciclo economico (si pensi alla cassa integrazione).

Ma quale “macelleria sociale” o rigore alla tedesca, non è sotto accusa la spesa per compensare la crisi, bensì la spesa ordinaria, quel 50% del prodotto lordo che serve certo a pagare i servizi pubblici, ma anche le mille inefficienze, l’assistenzialismo, la politica delle mance. Ormai sappiamo a quanto ammonta la fetta della torta che si può tagliare senza far crollare il welfare state, più o meno quel che paghiamo ogni anno per gli interessi sui titoli emessi per finanziare il debito pubblico, ce lo hanno detto e ripetuto ben tre commissari alla spending review che si sono avvicendati nelle stanze del Tesoro e di palazzo Chigi. Peccato che tutti siano stati costretti a gettare la spugna.

Il conto per il nuovo Governo

Il nuovo governo avrà sulla scrivania un conto già salato. Deve evitare l’aumento dell’Iva dal primo gennaio 2019 e sono 12,5 miliardi; il reddito minimo cosiddetto di cittadinanza promesso dal M5S costerebbe almeno 15 miliardi; la flat tax anche nella versione blanda tra 30 e 40 miliardi subito mentre gli eventuali benefici si vedranno in futuro; c’è poi il rischio di manovra di aggiustamento da 5 miliardi, ed è solo un elenco provvisorio.

Nel frattempo i conti pubblici non migliorano; la Commissione europea stima che non siano in vista correzioni strutturali del deficit in rapporto al pil: il disavanzo al netto degli effetti del ciclo economico e delle misure una tantum, calcolato come percentuale del pil potenziale, è pari all’1,7% nel 2017 (in peggioramento di 0,3% rispetto al 2016), nel 2018 resterà lo stesso e nel 2019 peggiorerà di 0,3 punti percentuali portandosi al 2%. Tutte previsioni fatte a politiche invariate cioè in assenza del nuovo governo e sulla base di un programma di stabilità che non prevede interventi.

Cosa vogliono i partiti

I partiti mettono in cima ai loro programmi un aumento della spesa corrente e del disavanzo pubblico, nessuno parla più di riforme. Eppure molte sono incompiute, altre non sono nemmeno cominciate.

Prendiamo il mercato del lavoro: il Jobs act non è stato completato, manca ancora la parte positiva, perché le politiche attive del lavoro non sono decollate.

Neanche le pensioni sono del tutto in sicurezza, circolano già i conti dell’Ocse sul pericolo che non siano sostenibili dopo il 2020 per colpa dell’invecchiamento, della debole partecipazione al lavoro soprattutto da parte di donne e giovani, della elevata evasione contributiva in particolare tra il lavoro autonomo.

La pubblica amministrazione nel suo insieme (a cominciare dall’amministrazione scolastica) rifiuta di farsi riformare; come ha scritto Angelo Panebianco, insieme alla magistratura è la roccaforte di ogni controriforma. Potranno mai espugnarla forze politiche che hanno stretto il patto di Penelope lasciando che la notte venga disfatto quel che è stato tessuto di giorno?

Non è solo colpa della demagogia dei vincitori. Il commissario agli affari economici Pierre Moscovici ha denunciato senza mezzi termini che gli sforzi strutturali fatti dall’Italia per il 2018 “sono pari a zero, questi sono fatti che emergono dalle nostre previsioni – ha denunciato – e possiamo anche trarne delle conclusioni in termini di sorveglianza dei conti. Ne parleremo nel pacchetto di primavera”, il 23 maggio. Una promessa che suona come una minaccia.

Sarebbe inutile oltre che disonesto lamentarsi con il solito cerbero europeo, frignare contro le lezioni impartite da Bruxelles, e amenità pseudo sovraniste del genere. Tutti sanno che l’orgia di promesse è cominciata già lo scorso anno perché Matteo Renzi si è illuso di poter vincere in questo modo il referendum costituzionale.

Anche se non è stato violato il tetto del 3%, è stato rinviato alla nuova legislatura l’onere dell’aggiustamento. Il governo Renzi e poi quello Gentiloni non sono stati i gabinetti dello spendi e spandi, ma la sconfitta al referendum del 4 dicembre ha suscitato una rezione da “muoia Sansone con tutti i filistei”. Sansone è caduto e i filistei non si sentono molto bene.

 

 

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