Cos’è rimasto di Karl Marx oggi, a 200 anni dalla nascita

di paolopolitiblog

Michele Chicco WIRED.IT 5 MAGGIO 2018

I suoi testi hanno spiegato la crisi finanziaria del 2007 e continuano a “descrivere le dinamiche del profitto”. E c’è chi pensa che il conflitto capitale/lavoro sia stato sostituito da una dialettica tutta generazionale

Ha passato tutta la vita a schivare le etichette e anche da leggenda il plot non è cambiato: pericoloso rivoluzionario o venerabile profeta? Karl Marx ha polarizzato il pubblico come pochi altri e quel faccione con la barba spettinata, duecento anni dopo i suoi primi gemiti, scatena ancora fascino e paura. Oggi, nel bicentenario della sua nascita, cosa è rimasto di Karl Marx?

Nato il 5 maggio del 1818 a Treviri, il filosofo tedesco è considerato il padre del comunismo, l’uomo capace di preconizzare la rivoluzione socialista come reazione alla sfruttamento del proletariato. Il suo pensiero è sopravvissuto a due secoli di storia, ha attraversato guerre mondiali e ha ispirato, in un senso o nell’altro, generazioni di politici. Prima che il suo volto diventasse un’icona da mostrare sulle t-shirt da veri ribelli, semi marxiani hanno germogliato nella cultura occidentale e i suoi frutti hanno resistito alla caduta del muro di Berlino così come all’ondata liberal degli anni Novanta.

Oggi come ieri
Vladimiro Giacché è un economista che ha a lungo studiato Karl Marx, rimanendone affascinato. Oggi lavora nel mondo della finanza e presiede il Centro Europa ricerche, ma non ha mai tradito lo spirito della gioventù. Ciò che è ancora vivo di Marx, spiega, è la capacità di “analisi economica: i meccanismi che descriveva negli anni ’50 dell’Ottocento valgono ancora oggi”, così come resta, a sua avviso, l’illusione che le crisi “siano causate dagli speculatori, quando hanno la loro radice nell’economia reale”.Marx, secondo Giacché, aveva una certa abilità nel leggerel’evoluzione degli eventi e tutta una serie di fenomeni da lui stigmatizzati due secoli fa “come l’eccessivo ricorso al credito”sono stati alla base della crisi dei mutui subprime del 2007. I comportamenti sociali hanno sempre una loro coerenza e rileggendo le parole di Marx, ci ricorda Giacché in un suo testo, si comprende davvero quanto poco sia cambiato. Nella seconda metà dell’Ottocento, fu proprio lui che, crucciandosi per trovare le ragioni della crisi del 1857, si chiese – letterale – quali fossero“le circostanze sociali che riproducono, quasi regolarmente, queste stagioni di generale illusione, di speculazione selvaggia e credito fittizio”.

Abbinata Stato-economia
Insomma, “i meccanismi della società capitalistica sono quelli che lui ha disegnato”, dice Giacché. E se proprio si vuole decorare il petto di Karl Marx con una medaglia postuma si deve spostare lo sguardo e guardare ai rapporti tra Stato ed economia, rinnovati “grazie” alle parole del filosofo tedesco : “Quando Marx scrive i suoi testi si facevano le guerre per aprire nuovi mercati, ma la politica non interferiva nei processi economici. Le cose poi sono cambiate; con il pensiero marxiano si è fatta largo, soprattutto dopo la crisi del 1929, la convinzione che lasciar fare le cose al mercato fosse pericoloso“.

È successo con il New Deal negli Stati Uniti d’America – “con un intervento pesante dello Stato nell’economia” – e dopo la seconda guerra mondiale è avvenuto anche in Europa: “Molti paesi – sottolinea Giacché – si sono mossi verso il modello di economia mista, con il pubblico pronto a intervenire nelle imprese nazionali strategiche. Oggi l’intervento pubblico è ovunque molto più rilevante che nell’Ottocento”.

Le distorsioni della società
Ma al di la della capacità di leggere la storia e indirizzare le politiche pubbliche, Diego Fusaro, saggista adorante tanto di Marx quanto di Gramsci, gli riconosce l’aver fotografato distorsioni ancora immutate“La sua vera vittoria sta nell’aver capito che la società capitalistica è irriformabile: non è una società malata, ma è la malattia da curare”.Oggi come allora, secondo Fusaro, “la società capitalistica si basa sul plusvalore e sulla plus produzione che anzi si rivela adesso in forme sempre più palesi e aggressive”. Rispetto agli anni ’40 dell’Ottocento, sostiene, il meccanismo sociale “continua a fondarsi sullo sfruttamento del lavoro umano”, proprio come Karl aveva descritto.

Dalla lotta di classe alla lotta di età
E se all’epoca la speranza (disattesa) era che tra gli operai industriali inglesi si formasse quello spirito rivoluzionario che avrebbe consegnato potere al popolo, ora la dicotomia padroni/lavoratori sembra poter avere ancor meno presa. “Come si uniscono i proletari di tutto il mondo adesso?”, si chiede con un certo velo di ironia Riccardo Puglisi, economista dell’università di Pavia di ispirazione profondamente lontana da Karl Marx.

“Una parte rilevante del suo pensiero è sicuramente l’idea di storia come lotta tra classi”, dice Puglisi, ma se bisogna trovarne una trasposizione nel mondo contemporaneo è meglio lasciar perdere le distinzioni basate sul reddito e la corsa verso i mezzi di produzione. Il vero conflitto, suggerisce, è generazionale“Soprattutto in un paese gerontocratico come l’Italia, è molto più rilevante la dialettica giovani/vecchi”.

Redistribuire la ricchezza
Certo, “il tema della ridistribuzione della ricchezza resta attuale – aggiunge Puglisi – e dopo la crisi lo è ancor di più. Ma oggi non è chiaro come i gruppi oppressi possano avere una forza tale da cambiare le cose con spirito rivoluzionario”. E anche Fusaro, uno che guarda Karl Marx proprio come un venerabile profeta, con spirito più malinconico che nostalgico, deve ammettere che “il marxismo non c’è più. Ma non abbiamo nessuna nuova teoria che sia alla sua altezza. Ed è per questo che da lui si deve ripartire”. 

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