L’isola di San Secondo. Una storia dimenticata

di vocidaiborghi

A quanto pare, nel giro di qualche anno, un’altra isola della laguna di Venezia di proprietà demaniale, sarà assegnata a dei privati per una riqualificazione per soli usi turistici, che farà di lei “un centro conferenze e un luogo di ristoro che accoglie residenti e turisti che potranno arrivare…via mare con un barchino o via bici, grazie a un ponte galleggiante che unirà l’attuale pista ciclabile all’isola” (La Nuova Venezia dell’11 febbraio 2018).

Il lembo di terra che emerge dalle acque salse della laguna possiede un suo nome, affidatogli secoli fa dalla pietà popolare, per celebrarvi le reliquie di un uomo, le cui qualità, morali e umane, lo resero santo. L’isolotto, oggi poco più di poche spanne di sabbia e terra, è quello di San Secondo.
La sua posizione avrebbe dovuto giocare a suo favore. Si staglia lungo il canale navigabile che ha collegato, e collega, la vicina San Giuliano, costa dell’entroterra veneziano, alla città lagunare; ma su di esso è caduto una sorta di maleficio della memoria. Per molti è solo un nome perduto tra i tanti disseminati tra le chiazze d’acqua della laguna veneta. Chi non conosce o non ha sentito parlare, nel bene come nel male, di San Clemente o di San Servolo – luoghi nei quali si testarono i rudimenti della scienza psichiatrica – della Certosa, il cui monastero divenne un faro culturale; o Torcello, punto d’arrivo di molti turisti, dove è possibile respirare l’aria dei secoli. E sono solo degli esempi tra i molti. Per altri, ancora un semplice scherzo della natura. Punto e basta.

Il maleficio appare ripetersi ogni santo giorno. Migliaia di pendolari e turisti vi passano accanto, mentre percorrono il Ponte della Libertà – i quattro chilometri arcuati che collegano il centro storico alla terraferma -, ma nessuno sembra badare all’ammasso inestricabile di arbusti e alberi, che si mostra a qualche centinaio di metri.

Eppure il monastero, sorto sull’isola di San Secondo possiede una lunga storia, la cui dignità è pari a quella delle altre isole più famose. Purtroppo, le memorie archivistiche del monastero si sono per lo più perse; e ciò si deve imputare alle diverse distruzioni e vari rifacimenti in cui incorse e, principalmente, alla soppressione nel periodo napoleonico. Inoltre, i pochissimi documenti non permettono di completare o, nel caso, rettificare le notizie sulla storia del monastero, scritte dai diversi storici.

Secondo un brano di poche righe, nel 1034 la nobile famiglia dei Baffo, originaria dell’isola di Cipro e che nel futuro avrà sempre un occhio di riguardo verso le istanze del clero, colpita dalla posizione strategica dell’isola e dalla vicinanza di un’edicola dedicata a Sant’Erasmo, fece costruire a sue spese il primo nucleo di un monastero, che sarà affidato a delle monache benedettine (M. Francesco Sansovino, Venetia. Città nobilissima et singolare, 1581, p.), dandogli un’impronta aristocratica, accogliendo, fin dai tempi più antichi, monache appartenenti alle più illustri famiglie veneziane. Il cenobio, che venne dedicato al Patrono dei marinai, si trovò a dare il nome alla stessa isoletta, ma poco più di due secoli dopo, nel 1237, si trovò coinvolto, suo malgrado, nel marasma del traffico di reliquie, che interessò l’Europa medioevale; e così il Santo di Formia dovette lasciare il posto al Martire di Asti, in seguito alla sua traslazione in laguna.

…come non senza miracolosi eventi si riposò portato a Vinetia a la riva di questo Sacro Tempio, fermandosi per divin volere in questa isoletta, la quale per un si riccho acquisto lasciò il nome di S. Erasmo, e si chiamò dipoi col nome di S. Secondo. Conciosia, che da la Città d’Asti per la via di Marghera portandosi a Vinetia, poi che fu gionto a questo loco, non fu mai possibile a poterlo condurre più avanti, e quanto più i marinai con remi se sforzavano di passar quest’Isola, e condursi a Venetia, dove nella Chiesa di S. Hieremia profeta dessignavano di collocare il pretioso acquisto, con tanta maggior tempesta e fortuna gli si faceva incontro l’adirato mare, e l’aria piena de lampi e tuoni, con si horribile aspetto gli si opponeva, che i Remorchianti furono astretti a lasciare la Barcha in potestà del Mare, il quale placandosi, con serena fronte a la riva di quest’Isola miracolosamente la ridosse” (Domenico Codagli, Historia dell’isola e monasterio di San Secondo, pp. 54-55). Peraltro, l’autore della monografia si cura di trascrivere un epitaffio che si leggeva in prossimità dell’altare (Domenico Codagli, op. cit. p. 61):

“SERENISSIMO IACOBO THEVPOLO VENETIARUM PRINCIPE IMPERANTE, HIC CIVITATEM PEDEMONTANAM ASTA NVUNCPATAM OBSIDIONE ATQVE ARMORVM VI CEPIT, DEPREDAVIT, PENEQUE DESTRVXIT: CORPVS SANCTI SECVUNDI EX EA ABSTVLIT, VENETIA ASQUE IN INSVLA SANCTI ERASMI NON SINE QVIBUSDAM PRODIGIIS COELO DIVINITVS OSTENSIS COLLOCAVIT. ANNO DOMINI. M.CCXXXVII”.

Quindi, durante la guerra contro Federico II, che vide le mura delle città italiane insanguinarsi per le lotte fratricide tra guelfi e ghibellini, Giovanni, figlio del doge Giacomo Tiepolo, s’impadronì di molte delle piazze rimaste fedeli all’imperatore; e tra esse la capitale dell’antica Astesana, la città di Asti, dalla cui cattedrale fece trafugare il corpo di San Secondo, il patrono cittadino, e lo inviò a Venezia.

Quasi simile la versione riportata dallo storico Flaminio Corner, informandoci che “un’antica tavoletta appesa presso l’altare del santo ci palesa, che sotto il doge Giacomo Tiepolo nell’anno 1237, essendo stata assediata ed espugnata la città d’Asti ne fu da essa tratto il corpo di san Secondo, ed a Venezia condotto fu riposto nella chiesa di s. Erasmo, che quel momento venne chiamata chiesa di sant’ Erasmo e Secondo” (Flaminio Corner, Notizia storiche delle chiese e monasteri di Venezia e Torcello, Padova, MCVVLVIII, p. 276). Lo storico veneziano si preoccupa di rendere testimonianza di un’altra versione del trafugamento. “In altra forma però viene raccontato il furto del sacro corpo da una vecchia carta pergamena, che tutt’ora esiste nell’Archivio del Monastero dei Santi Cosma e Damiano a Venezia. Il corpo di San Secondo chiuso in un’arca di piombo giacque per trecento anni sotto terra, da dove per divina ispirazione levato, fu con solennità esposto. Accadde che poi alquanti mercanti veneti giunsero in Asti, ove con danari corruppero la famiglia dei Venturi numerosa di gente, ed alcuni di essi furtivamente tolto il sacro corpo lo consegnarono ai mercanti. Castigò Iddio l’empietà di quella famiglia, in cui entrata la morte li ridusse in poco tempo al ristretto numero di nove, perché nascendone uno, ne moriva un altro. Frattanto i veneziani ottenuto il venerabile corpo, determinarono di collocarlo nella Chiesa di San Geremia; ma non potendo ivi far approdar la loro barca, la lasciarono alla discrezione dell’acqua, che tosto li condusse all’isola, ove sta il monasterodi Sant’Erasmo, uffiziato da monache” (Flaminio Corner, op. citata, p. 274). Tuttavia, nel 1471, a Venezia si procedette alla visione dei sacri resti, che incrinò la certezza veneziana di custodire il corpo del martire. La testa si presentava attaccata al busto, in pieno contrasto con quanto fissato dai canoni della tradizione e dagli Atti dei Martiri, che descrissero il suo martirio mediante decapitazione. La “Vita del glorioso martire S.Secondo”, scritta in forma anonima nel 1823, ingarbuglia ancor più l’intera faccenda, poiché ricorda: “Nel 1212 essendo Vescovo Monsignor Guidetto venne in pensiere ai Canonici della Collegiata di visitare il Corpo di S. Secondo, i quali di notte tempo in compagnia d’alcuni scelti cittadini si portarono nello scurolo sotterraneo … ove era stato riposto … il Corpo di S. Secondo, ruppero il muro, ed aprirono la cassa, che visitarono attentamente, e rimasti assicurati, ridussero il tutto nel pristino stato. Il seguente giorno molte donne divote solite portarsi nello scurolo a pregare, osservando il muro di recente riparato, sospettarono, che fosse stato rubato il Corpo del Santo, ed uscite di Chiesa spargendo la voce, corse la fama per tutta la Città, che veramente ne fosse stato involato il Corpo di S. Secondo, e trasportato a Venezia. Per sedare intanto il tumulto degli Astesi l’accennato Vescovo Guidetto portatosi nello scurolo in compagnia di alcuni Canonici della Collegiata… fece riaprire la Tomba, e constare al popolo, che lo sparsosi rumore era falsa, del che ne fa testimonianza la presente iscrizione esistente nel Duomo accanto alla porta maggiore”.

GVIDETVS EPISCOPVS
AD OBYCIENDAM VELVT MENDACIVM
FAMAE CLAMORIBVS MOERORI ASTENSIVM
S. SECVNDI CORPORIS
FVRTIVAN VENETIAS DELATIONEM
CANONICIS ET CLERICIS ASSOCIATVS
SACRVM CORPVS IN TVRRI QVAESITVM
INTER BINA MARMOREA MONVMENTA
IN PLVMBEA CAPSVLA INTEGRVM
ADINVENTVM VIDIT OSTENDIT
POST PVBLICI ACTVS STIPVLATIONEM
INTERVM CLAVSIT
MIRABILIS TAMEN IN SVO MARTIRE DEVS
NE CVM CORPORE LATERENT ET MERITA
QVAMPLVRIMIS MIRACVLIS
QVANTAM SPEM ET VENERATIONEM
TANTO PROTECTORI ASTA DEBEAT INDIXIT
ANNO MCCXII

Nonostante le asserzioni del Codagli, non vi è alcun documento, memoria o quant’altro che possa suffragare quanto scritto e d’altra parte vertono gravi dubbi sull’episodio legato all’assedio di Asti, tanto da considerarlo un vero e proprio falso storico, magari costruito ad arte per nascondere qualcosa di meno nobile e guerresco. La stessa vicenda del trafugamento è sospetta. A parte le evidenti incoerenze, sono troppe le similitudini con quello di San Marco per essere genuino.
La contraddizione si superò secoli dopo con l’erudito Ferdinando Ughelli, che conciliò le pretese delle due, sostenendo che ad Asti si conservava il corpo di San Secondo martire, mentre a Venezia si custodiva quello di San Secondo confessore e vescovo di Asti (ItaliaSacra, Volume IV, 1653), attestando così, tra le righe, che i Veneziani si erano comunque resi responsabili di un trafugamento.

Jacopo_De_Barbari_San_Secondo_1500Jacopo De’ Barbari, Venetie MD, isola di San SecondoFin dai primi secoli di vita, il monastero di San Secondo ebbe molti rapporti con le autorità ecclesiastiche superiori, tanto che poté giovarsi di numerose concessioni di indulgenze, nonché da esazioni da decime e da altre imposizioni fiscali ecclesiastiche. Il suo patrimonio, per lo più amministrato per il mantenimento del clero e per le necessità del monastero, si basava su terreni e vigneti, alcuni dei quali a Chioggia e a Cividale del Friuli. Il patrimonio immobiliare, pur con naturali variazioni, dovette rimanere nel suo complesso inalterato fino alle confische, avvenute con la sua estinzione.

Come avvenuto per altri monasteri veneziani, anche San Secondo conobbe il problema, che ricorre in tutto il corso della storia di Venezia e trova giustificazione nella consuetudine di monacare le ragazze per non frazionare i patrimoni: “sul finire del XV secolo era arrivato lo sconcerto non solo dell’osservanza, ma del costume a tal segno, che nelle monache altro più di religioso non si vedeva, che l’abito esteriore, ed il nome” (Flaminio Corner, op. citata, p.277).

La comunità delle Benedettine si trovarono obbligate a trasferirsi nel 1529 alla Giudecca per ordine del papa Clemente VII, mentre il loro monastero venne soppresso. Nel 1535, il Senato veneziano, tornato proprietario dell’isola, la consegnò all’ordine domenicano. Mentre i Domenicani si apprestano al restauro degli edifici dell’isola, “un certo prete, che dalle monache nella loro partenza era stato lasciato alla custodia della chiesa, disperato di dover abbandonare un’abitazione, a cui aveva preso amore, con risoluzione diabolica attaccò fuoco al tetto del monastero, che per la sua vecchiezza in breve tempo d’ora restò consunto; e passate le fiamme a devastare la chiesa, tosto chè si avvicinarono alla cappella, in cui si conservava il sacro deposito di San Secondo, quasi che ne venerassero la santità, retrocessero, e ritornarono ai chiostri, ove restarono estinte” (Flaminio Corner, op. citata, p. 279).

Tironi_San_SecondoA. Sandi da F. Tironi, l’isola di San SecondoNel corso della grande peste del 1576, l’isola e i suoi edifici furono destinati alla cura degli appestati. Alla cessazione del flagello, ritornò ai Domenicani, ma le condizioni erano tali che si considerò di ridursi al monastero di San Domenico a Venezia, portandosi via il corpo di San Secondo.
Il Senato, invece, impose il risanamento dell’isola e la ricostruzione degli edifici, i quali dovevano sopportare nel futuro altri incendi, come quello ricordato dallo storico Emmanuele Antonio Cicogna: “Alli 11 giugno 1775 un fulmine danneggiò notabilmente nell’esterno e nell’interno la torricella ove conservavansi 395 barili di polvere e per grazia della Beata Vergine del Rosario e intercessione del glorioso martire San Secondo furono preservati i religiosi, l’isola e la città” ( Delle Iscrizioni Veneziane, fonte). Dopo il terribile incendio, scoppiato nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1569, nell’Arsenale, che provocò lo scoppio dei barili di polvere pirica ammassati nei magazzini, distruggendo intere galere e gli edifici interni ed esterni; il Senato dispose che la polvere fosse posta in determinate “torreselle”, costruite sulle isole limitrofe a Venezia. Tra queste vi era San Secondo.

L’aver spostato le monache, affidando le cure del convento ai Domenicani, sembrò non dare i frutti sperati. Lo stile di vita del cenobio risulta ancora una volta rilassato e attento alle gioie goderecce. Per favorire l’osservanza, il convento venne assegnato alla provincia romana e non alle province domenicane dell’Italia settentrionale; e questo fino al 1641, allorché San Secondo entrò nella nuova provincia di San Domenico di Venezia.
Finalmente, nel 1660, il convento di San Secondo passa al vero regime di osservanza, grazie anche all’ambiente politico della Serenissima, che spingeva affinché fosse realizzata la riforma domenicana. L’isola si pose a capo di quelle comunità, il cui stile di vita regolare era garantito da apposite norme giuridiche. Il passaggio risultò decisivo, poiché diede l’avvio alla seconda grande riforma dell’ordine domenicano in terra veneta; e questo grazie anche alle due grandi personalità, che si fecero promotori, ovvero il napoletano padre Basilio Pica, che portò la riforma effettuata nel goriziano, e il frate veneziano Girolamo Piccini.

Durante gli anni terribili della peste del 1630/1631, il suolo dell’isola non vide alcun ammalato, poiché si pensò di farvi dimorare i membri della famiglia dell’ambasciatore francese, già provata da numerosi decessi; mentre, anni più tardi, nel 1686, divenne il collegio per i chierici dell’osservanza domenicana. Erano gli ultimi sprazzi dell’antica vocazione religiosa dell’isola, divenendo anni dopo l’ultimo baluardo fortificato della cadente Serenissima.
Nel 1824 la chiesa venne demolita fino alle fondamenta, mentre gli altri edifici furono riadattati alla nuova funzione militare. L’isola divenne un forte di forma ottagonale con gola aperta e una guarnigione di poco meno di 200 uomini, predisposto alla protezione di Venezia. Il corpo di San Secondo e alcune opere d’arte furono messe al sicuro nella chiesa dei Gesuati, mentre la pala dell’altare maggiore fu sistemata nella chiesa dello Spirito Santo alle Zattere. Bene o male la destinazione militare venne meno negli anni quaranta del Novecento e l’isola fu utilizzata per l’allevamento di animali da cortile e per l’agricoltura orticola, fino ad essere del tutto abbandonata negli anni Sessanta.

Foto_aereaFoto aerea dell’isola di San Secondo, tratta dal webOggi, passandoci accanto, appare una cosa fuori dal mondo solo pensare che secoli addietro un uomo gli abbia dedicato una poesia. Eppure…

Cinta da l’Acque, hor placid’,
hor sonanti,
Un’isoletta sorge, ei se ritiene
Alme fide, di Dio Sacre Sirene,
C’hanno effetti, pensier, costumi santi.
Qui s’erge un Tempio, e poggierà sì inanti,
Un giorno ancor, fra queste salse arene,
Pietro per te, che dall’occulte vene
De monti, qui trarai marmi prestanti.
Ond’eì s’additerà per meraviglia,
Haurà di Paro i marmi, e i Fregi d’oro,
Colonne, Archi, Rotonde, egregi Altari.
E’ molto ciò che fai, ma il più prepari,
Grato a Secondo sia l’altro lavoro,
Che t’inspira, t’aita, e ti consiglia.

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