Le case in Italia fotografate dall’Agenzia delle Entrate

di paolopolitiblog

 

Ben 75 milioni di abitazioni per 60 mln di abitanti. Ma aumentano i ruderi su cui non si pagano tasse. E il mattone non è più bene rifugio. Il report.

 

Dove vivono gli italiani? A questa domanda risponde la pubblicazione annuale curata dall’Osservatorio del Mercato Immobiliare dell’Agenzia delle Entrate. Il report fotografa fedelmente gli spostamenti di ricchezza immobiliare che avvengono anno dopo anno. Nonostante non ci sia nulla di più solido del mattone, il suo mercato è parecchio liquido e restituisce una immagine piuttosto fedele delle variazioni patrimoniali nel Paese. Negli scorsi 12 mesi, per esempio, sono aumentate le ville e, dunque, presumibilmente anche il numero di contribuenti in buona condizione economica, ma è aumentato anche il numero dei ruderi su cui non si paga alcuna tassa.

75 MILIONI DI CASE PER 60 MILIONI DI ITALIANI

Il primo dato che emerge dalle statistiche catastali è che è aumentato il numero di immobili presenti nelle banche dati del Catasto: sono quasi 75 milioni le unità registrate negli archivi catastali dell’Agenzia delle Entrate. Nel 2017 lo stock immobiliare italiano è cresciuto dello 0,8%, con circa 548 mila unità in più rispetto al 2016. Gli intestatari sono per l’88% persone fisiche. Aumentano insomma le costruzioni ma soprattutto è sempre più ricco il database a disposizione dell’erario, aggiornato con crescente cura e costanza, in modo da non dare tregua ai possessori di abitazioni fantasma.

Delle 75 milioni abitazioni censite, 65 milioni risultano appartenere alle categorie catastali ordinarie e speciali, con una rendita attribuita pari a 37,3 miliardi di euro, per la maggior parte (61%) relativa a immobili di proprietà delle persone fisiche.

ADDIO CASA BENE RIFUGIO

In passato e per un lungo periodo, la casa di proprietà ha rappresentato per gli italiani il bene rifugio per antonomasia. Ricevere in eredità un appartamento significava poter mettere le mani su una rendita mensile, rappresentata dal canone di locazione, o ottenere una liquidità pressoché immediata con la vendita. Non è più così. Oggi, in diverse zone del Paese, la seconda casa è soprattutto una spesa, che somma all’Imu e alla Tari gli interventi necessari al suo mantenimento. La contrazione del mercato immobiliare ha fatto sì che sempre più italiani preferiscano lasciare andare in malora il proprio immobile – o addirittura vandalizzarlo – pur di poterlo censire come improduttivo e smettere così di pagarci le tasse.

L’IMU FA PAURA: IN AUMENTO I RUDERI NON TASSABILI

Ma l’aspetto più curioso del rapporto però è un altro. Rispetto al 2016, crescono ancora (del 3,2%) gli immobili censiti nel gruppo F, vale a dire le unità non idonee a produrre reddito. Non solo. Continuano ad aumentare anche le cosiddette “unità collabenti”, vale a dire le case ridotte in ruderi per via del loro accentuato livello di degrado. Come rivela infatti una recente indagine di Confedilizia, nel 2017 il numero di questi immobili – inquadrati nella categoria catastale F2 – è cresciuto del 9,8% rispetto al 2016. Ma il dato più significativo è quello che mette a confronto il periodo pre e post Imu, l’imposta municipale unica che ha sostituito la vecchia Ici, l’Irpef e le relative addizionali regionali e comunali calcolate sui redditi fondiari riferiti a immobili non locati: rispetto al 2011, gli immobili ridotti alla condizione di rudere sono praticamente raddoppiati (+87,2%) e sono passati da 278.121 unità a 520.591 (+242.470).

Rispetto al 2011, gli immobili ridotti alla condizione di rudere sono praticamente raddoppiati (+87,2%) e sono passati da 278.121 unità a 520.591 (+242.470)

LE PROPRIETÀ SBOLOGNATE ALLO STATO

L’aumento dei ruderi non è il solo segnale d’allarme che arriva dal mercato del mattone. Un’altra spia da non ignorare riguarda l’incremento dei casi in cui il contribuente, non potendo sostenere le spese legate all’immobile, preferisce sbolognarlo allo Stato. Lo prevede la legge all’articolo 827 del Codice civile («I beni immobili che non sono in proprietà di alcuno spettano al patrimonio dello Stato») che fa sì, in caso di rinuncia di proprietà, che il bene, per non finire abbandonato, finisca all’erario. In un mercato che funziona, la norma oltre a consentire la rinuncia di un diritto è volta ad arricchire il patrimonio comune, ma il cortocircuito attuale ha fatto in modo che una spesa per il privato si trasformi anche in una spesa per Pantalone, soprattutto in periodi di ristrettezze economiche.

Non a caso, l’Avvocatura Generale dello Stato, con la nota prot. n. 137950 in data 14 marzo 2018, ha fatto sapere che lo Stato non gradisce più l’improvvisa ondata di generosità che si sta diffondendo tra gli italiani ed evoca persino casi di responsabilità del rinunciante per i danni che abbia causato. Nel caso concreto sul quale si è espressa l’Avvocatura, per il poco che è dato sapere, un contribuente di Genova ha rinunciato alla proprietà di un bene a rischio di dissesto idrologico. In questo modo ha trasferito in capo al Demanio tutti gli oneri legati all’immobile “scomodo”: non solo le spese di manutenzione straordinaria, ma anche il rischio che possa arrecare danni alla pubblica incolumità. Un caso tra tanti altri che, presto o tardi, costringerà il legislatore a intervenire per modificare l’istituto di rinuncia o, si auspica, il gravame della tassazione che grava sugli immobili.

MA AUMENTANO ANCHE I CANTIERI

Il report stilato dall’Osservatorio del Mercato Immobiliare non fotografa solo gli italiani in affanno. Se molte abitazioni sono ormai in malora e altre sono state cedute allo Stato, cresce il numero dei cantieri. Le unità immobiliari censite come abitazioni sono ormai quasi 35 milioni, circa 114 mila unità in più del 2016 (+0,3%). In particolare, rispetto all’anno precedente, sono aumentati il numero dei villini (+1%), le abitazioni e gli alloggi tipici dei luoghi (+2,2%) e le unità immobiliari classificate come civili ed economiche (rispettivamente +0,7% e +0,4%). Diminuiscono, invece, le abitazioni signorili (-1,6%), le popolari (-0,3%), le ville (-0,7%), i castelli e i palazzi di pregio (-0,8%) e, con tassi superiori al 2%, le abitazioni di tipo ultrapopolare e rurale (rispettivamente -2,3% e -2,5%). Nonostante questi dati, la rendita catastale complessiva è in crescita. Dopo il calo dell’1,1% dello scorso anno, la rendita catastale torna a crescere dello 0,4%. L’aumento interessa tutti i gruppi ad eccezione del gruppo E, dove la rendita arretra dell’1%, e delle unità immobiliari adibite ad uffici (A/10), in calo dello 0,6%

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