La guerra economica ai tempi delle multinazionali

di paolopolitiblog

di Emanuel Pietrobon – 6 agosto 2018 lintellettualedissidente.it

L’unico modo per difendere l’interesse nazionale nell’epoca della globalizzazione liberista, della dittatura del libero scambio e dell’imperialismo delle grandi multinazionali è capire il funzionamento di una guerra economica.

Distruggere un paese nemico non è mai stato così semplice ed economico, nel vero senso del termine, come oggi, nell’epoca della globalizzazione eterodiretta dalle organizzazioni internazionali e dalle grandi multinazionali euroamericane. Le guerre da sempre si combattono per interessi economici, ancora prima che ideologici, dal momento che la sopravvivenza di un paese dipende dalla quantità di risorse a disposizione o potenzialmente disponibili, per mezzo di accordi commerciali o espansioni imperialistiche, funzionali alla produzione di energia, di beni di consumo, all’accumulazione di ricchezza e al consolidamento della potenza. Lo dedusse Paul Kennedy in Ascesa e declino delle grandi potenze, analizzando le tappe dell’evoluzione storica delle principali potenze mondiali, che l’economia è la chiave di tutto: della crescita, dell’espansione, e anche del declino e della caduta.

Recentemente è stato dato alle stampe Guerra economica: Stato e impresa nei nuovi scenari internazionali, di Giuseppe Gagliano, presidente del Centro Studi Strategici Carlo de Cristoforis e autore prolifico di libri su guerra e strategia, un libro che ripercorre le origini e l’evoluzione della guerra economica, dall’essere un corollario della guerra totale ad uno strumento di penetrazione imperialistica indipendente, spesso abilmente nascosto dietro il paravento di accordi commerciali di libero scambio tesi a distribuire fra i contraenti dei dubbiosi e presunti benefici provenienti dalla specializzazione produttiva e dalle teorie sui vantaggi formulate da certe scuole del pensiero economico.

 

La fine della guerra fredda non ha comportato soltanto la caduta della divisione del mondo in blocchi, ma è stata anche affiancata da una transizione molto importante: dalle lotte geopolitiche classiche miranti all’espansione degli Stati su nuovi spazi vitali, alle lotte geo-economiche fra Stati miranti al controllo dell’economia planetaria. Gli Stati Uniti, forti della vittoria nella guerra fredda e di una posizione ancora oggi ineguagliata nello scacchiere mondiale, in quanto unica superpotenza esistente nei settori chiave delle relazioni internazionali (economia, progresso tecnologico nei campi civile e militare), hanno compreso prima di ogni altro paese l’importanza che la sfera commerciale avrebbe rivestito nell’era degli interscambi che stava profilandosi all’orizzonte all’indomani della caduta del muro di Berlino. La guerra egemonica per la spartizione delle risorse del pianeta è caratterizzata da un elevato, e pericoloso, tasso di concorrenzialità fra le economie più sviluppate e le cosiddette potenze emergenti, in primis Repubblica Popolare Cinese, Russia, India, Brasile, ma anche paesi del Sudest asiatico e africani, per un motivo molto importante: alcune risorse sono presenti ad un tasso finito ed il loro sfruttamento esclusivo, o comunque limitato a pochi attori – meglio se alleati, è garanzia del mantenimento del primato nelle produzioni e nei settori mercatistici che ne richiedono l’utilizzo.

Per quanto l’apertura di un’economia agli scambi internazionali possa risultare in accumulazione di ricchezza ed aumento di potenza, come insegnano i miracoli economici del Giappone e delle Tigri asiatiche, se adeguatamente regolamentata e piegata all’interesse nazionale, la scarsità di risorse o una condizione sfavorevole a livello di competizione internazionale, in un contesto di interdipendenza, globalizzazione e attacchi ai sistemi produttivi e ai mercati finanziari, rappresentano due elementi di una pericolosa vulnerabilità che è necessario sanare. L’insieme di questi eventi ha avuto riflessi sulla trasformazione degli Stati westfaliani, passati dall’essere dei produttori-regolatori focalizzati sull’investimento di risorse in difesa e sicurezza a dei tutori delle grandi imprese nazionali, a cui vengono devoluti sempre più aiuti per affrontare la pressione concorrenziale internazionale e per penetrare mercati strategici all’estero. La guerra economica non ha solo finalità offensive, ossia l’accapparramento di materie prime strategiche, ma anche difensive, ossia la tutela dell’occupazione e della potenza industriale, perché l’assenza di risorse ed un sistema produttivo precario pesano gravemente sulle capacità di mantenimento dell’indipendenza economica all’interno di un ordine, che sia regionale o internazionale.

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Ritornando alla lungimiranza degli Stati Uniti, Gagliano riporta titoli di nicchia, pressoché sconosciuti ai non addetti ai lavori, pubblicati da importanti analisti e politologi statunitensi nella prima metà degli anni ’90, come Head to Head di Lester Thurow, o A Cold Peace di Jeffrey Garten, mostrando come a Washington il cambio di paradigma del post-guerra fredda fosse già stato previsto e interpretato con largo anticipo rispetto al resto del mondo, comprendendo l’importanza di investire sugli accordi di libero scambio e sull’espansione nei mercati emergenti delle principali multinazionali per mantenere il proprio status egemonico senza la necessità di ricorrere alla forza. Un buon esempio di guerra economica tacita sono gli accordi commerciali siglati dagli Stati Uniti con i principali paesi del vicinato latinoamericano, basati su una logica di produzione dei benefici asimmetrica secondo la quale l’accordo viene ritenuto fruttuoso e nell’interesse statunitense solo quando passibile di generare effetti positivi per Washington e penalizzanti per l’altro contraente.

Gagliano introduce anche il concetto di patriottismo economico in riferimento alle politiche di neoprotezionismo attuate in determinati settori dai paesi sviluppati, in particolar modo da Stati Uniti ed Unione Europea, ma il cui significato sembra stia caricandosi di valenze supplementari dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, avvenuto al grido di “America First!”. La guerra fredda contro Germania e Repubblica Popolare Cinese, i principali obiettivi di contenimento geoeconomico dell’agenda trumpista, si sta infatti combattendo soprattutto sul fronte commerciale attraverso l’innalzamento di barriere tariffarie dal valore di centinaia di miliardi di dollari per anno secondo una logica di neo-nazionalismo economico. Berlino e Pechino sono partner di Washington in numerosi campi, ma allo stesso tempo sono ritenuti dei rivali per via del loro incredibile potenziale umano, economico e militare, che se, sviluppato completamente, accelererebbe il declino dell’impero americano.

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Restando sul tema Berlino-Washington, nel libro viene trattato in maniera approfondita il caso Volkswagen, meglio conosciuto come Dieselgate, costato all’impresa il pagamento di 4 miliardi e 300 milioni di dollaridi ammenda al governo degli Stati Uniti. Lo scandalo è sicuramente partito da errori commessi in sede di impresa, ma il modo in cui è stato gestito e strumentalizzato già all’epoca spinse numerosi politologi ed analisti internazionali a sospettare che dietro il comportamento statunitense si nascondessero dei motivi “altri” alla semplice punizione della casa automobilistica, ossia un monito alla Germania. La globalizzazione economica ha trasformato la guerra e gli Stati, investendo di rinnovata importanza le multinazionali, la difesa dei mercati interni e la penetrazione di quelli esteri, dando il via ad una stagione di competizione imperialistica fra le principali potenze mondiali per la conquista di territori e risorse che non conosce limiti di spazio e regole.

In questo contesto di rinnovato bellicismo – spesso e volentieri difficile da cogliere anche per un occhio esperto perché nascosto sotto le mentite spoglie di pacifici accordi di libero scambio miranti allo sviluppo e al progresso dei contraenti, o perché espresso in forma di attacchi speculativi sui mercati finanziari attribuiti a investitori isolati e spregiudicati, in realtà operanti per conto terzi – si rende utile quanto necessaria la lettura di opere illuminanti, partorite per aiutare a far luce sul caotico ordine internazionale sorto con la fine del secolo delle ideologie.

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