Chiamate i precari con il loro nome

di paolopolitiblog

di Alessandro Montefameglio – 10 agosto 2018 lintellettualedissidente.it

Il quinto stato, la classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura, un esercito di film-maker, writer, teenager, explorer, imprenditori di se stessi, consumatori e produttori allo stesso tempo, inventori di mestieri specializzati, eterni adolescenti in attesa di un futuro che non arriva mai. In una parola: precari.

In un recente spot pubblicitario di una nota marca automobilistica, la voce fuori campo che accompagna le veloci immagini rivolge allo spettatore (e possibile cliente) queste parole:

vuoi essere un film-maker, un writer, un teenager, un explorer, un leader, un dogsitter, un globetrotter? Ora puoi.

Conosciamo bene come funziona certa comunicazioneNessun allarme, nessuno scenario isterico e postmoderno alla Philip K. Dick o alla Foster Wallace… Solo un’analisi della viva realtà, con la noia di un telecomando alla mano. Funziona così: réclame di trenta secondi, fotografia centrata su toni scuri e profondi, ipnotiche luci di fari e di neon, metropoli notturne, spiagge desolate, acrobati e fisici oplitici, astronauti e bambini, deserti rossi, natura incontaminata, la superficie lunare, la filarmonica di Vienna, musica elettronica, la voce di una Sibilla che giunge dalle viscere della Terra o dell’inconscio, versi, vaticini, filosofia e quella frase, ora puoiDell’auto non si sa nulla: si ignora il numero di cavalli, il prezzo, il colore. Ma si conosce la ragione per cui si esiste, la nascita e la morte non sono più un mistero per noi. Tutto scorre, diceva l’immortale greco. Sono gli eventi impossibili a rendere il mondo straordinario. Think differentOra puoi. Sì, proprio tu. Queste parole sono per te. Per te, senza tassi d’interesse sulle tue rate, sussurreremo la parola mai detta, il nome di Dio. A volte ti fregano: non si tratta di un’auto, ma di Enel Energia.

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Quello che un tempo era mestiere di sciamani, di oracoli o delle liriche di Hölderlin, da almeno vent’anni è un ruolo ricoperto da chi scrive i messaggi pubblicitari per le aziende automobilistiche. D’altra parte già pronunciare la parola mestiere ci fa suonare un po’ vetusti. Dire mestiere fa troppo artigiani, troppo proletari vs borghesi, troppo terzo stato. Ora, come sappiamo, di stati ce ne sono quattro. Cinque, stando alle recenti parole (ricche di spunti di riflessione) di Maurizio Ferrera. Il quarto era quello dei contadini piemontesi durante le lotte agrarie del secolo appena trascorso, il secolo che Battiato già alla fine degli anni Ottanta diceva saturo di parassiti senza dignità. Uomini sofferenti, oppressi, desiderosi di emancipazione. E di emancipazioni ce ne sono state nel Novecento, così come si ricordano le rivoluzioni politiche e di costume di questa classe affamata, spesso ottenute con la voce e con le braccia.

Una lacrimevole nostalgia per i tempi in cui si lottava per nobili fini? Niente affatto. Un raffronto piuttosto. Perché gli oppressi, anche se la loro configurazione e la loro posizione è mutata, non sono affatto svaniti. Questo ormai lo dicono tutti: non ci sono più i poveri di una volta, la base schiavile o proletaria di una piramide il cui vertice segnava il dominio e ricchezza di pochi. La sicurezza economica oggi, checché se ne dica, spetta a molti. Quelli che chiamiamo da tempo medio-borghesi (o, meglio, i salariati), sono una fetta consistente della società. Altrettanto grande è l’altra fetta, quella dei nuovi oppressi, il quinto stato di Ferrera, il cui vivo esempio non è il proletario, non il salariato, ma il precario. E spesso distinguerli l’uno dall’altro oggi risulta impossibile.

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Il precario è chi non ha un lavoro o un reddito stabile. È chi di stabilità non ce ne ha da nessuna parte. È chi quindi non ha identità (se l’identità è, perlomeno, quella sociale derivata da una posizione lavorativa). Sono i redattori provetti di curricula, gli esperti compilatori di bandi e moduli, i frequentatori assidui dei centri per l’impiego, gli eterni mammoni o gli eterni studenti, i viaggiatori senza meta, i cervelli in fuga. Insomma, i film-maker, i writer, i teenager, gli explorer, i leader, i dogsitter, i globetrotter dello spot dell’automobile. Se ne stanno tutti assieme uno dopo l’altro in quell’elenco, spassionatamente e irrazionalmente. Chi, d’altra parte, ha voglia di fare della logica e dell’autoriflessione, quando ha una bella auto ed è libero d’essere chi vuole… Si può! Da notare la premura cronologica: ora si può. Now, il now nowtitolo di un recente album dei Gorillaz, ma anche il paradigma dell’ipermodernità e del tempo accelerato che viviamo. Adesso, perché prima una vera identità non la si poteva avere allo stesso modo, non con questa facilità estrema.

L’ordinario mestiere che assicurava noiosa sicurezza e monotona stabilità, fosse anche quello di un artigiano, un panettiere, un cuoco, un insegnante, un postino, un architetto o un farmacista, non dava identità. Si limitava a incasellare gli uomini, a chiuderli nella ripetitività e nell’infelicità. Non ti permetteva di essere liberamente chi davvero eri. Ma ora finalmente si può. Tutto ciò è l’opposto dei desideri di un crepuscolare d’inizio secolo scorso quale Guido Gozzano, che sognava di rinunciare alla sua identità di poeta per ottenerne una di secondo grado, socialmente accettabile e preconfezionata, quella del farmacista padre dell’amata Felìcita, per poi trascorrere, una volta ottenuta una posizione rispettabile, scialbi, felicissimi giorni di campagna. Oggi, invece, di poeti ce ne sono dappertutto, di farmacisti meno. Eppure essere farmacisti andrebbe anche bene – artigiani, agricoltori… – perché questi mestieri potrebbero darci l’aria di essere vintage, traditional, di appartenere romanticamente ad altri tempi, mentre gli altri giocano a fare i contemporanei, a fare i manager o, peggio, i social media manager. Saremmo controcorrente, ovvero sempre in un modo per non essere mai fuorimoda. Il trucco è cambiare nome e diventare improvvisamente pharmacistsartisans e farmers. Diceva un vecchio meme: “- Che lavoro fai? – Exotic fruits beach manager – Ovvero? – Vendo il cocco sulla spiaggia”.

Un exotic fruits beach manager sul posto di lavoro

Non importa cosa si vuole essere, davvero… Basta scegliere. Il film-maker, grazie a qualche centinaio di euro della borsa di studio devoluti alla Canon, oggi è una figura che va dal miglior Hitchcock all’independent artist di Vimeo. Vuole? Può. Vuoi essere un writer? Come no: basta un corso intensivo su YouTube e andare di corsa al colorificio, dal 100% natural color sellers for artist and workers per l’acquisto dei mezzi. C’è differenza poi tra chi viaggia e chi fa l’explorer, per non parlare del globetrotter (fa un baffo lui al Phileas Fogg del romanzo di Jules Verne…), perché i primi sono dei banali turisti da cliché e da cinepanettone, gli altri fanno esperienze di pura vita. E persino loro, esteti dei voli a basso costo, stanno di pari passo con i dogsitter. Non vuoi essere niente di tutto ciò? Sii allora semplicemente il teenager o il leader che sei. Puoi.

Si comprende facilmente come l’elenco non finisca qui, ma sia potenzialmente infinito. Esso comprende tutti i mestieri inventati dagli “imprenditori di se stessi” e quelli che ancora inventeranno gli start-up addicted, rigorosamente suggellati da quella che alcuni già chiamano la neolingua, the holy english (secondo il teorema: se non è in inglese, non esiste). Così dobbiamo ancora decifrare quale sia esattamente il ruolo e la competenza di un emoji translator o di una science manager e cosa distingua un operaio da uno street worker. Le suggestioni creative sono immense. Più si dà l’idea di essere specializzati e specialisti, meglio è. A vent’anni già si è insegnanti e imprenditori. E anzi la dimensione agonistica in questa corsa all’invenzione di mestieri ultraspecializzati (rivalità tra uguali, la chiamerebbe Raffaele Alberto Ventura), di prerogative e di competenze specifiche, ha tratti olimpici. Così facendo non si distingue più, in una società tutta basta sulla logica della produzione, ciò che è produttivo da ciò che è improduttivo, il tempo libero dal mestiere, tanto da fare del tempo libero un vero e proprio mestiere. Anche la dimensione della percezione dello sforzo impiegato nel fare un gesto o un lavoro, di conseguenza, cambia totalmente. Anche i lavori più semplici sembrano, dal loro nome, costare impegno, fatica e sudore. Quello che i latini chiamavano otium, il tempo libero produttivo da dedicare alle nobili attività dell’anima, al costume o alla politica, oggi diventa, in assenza di vero lavoro, negotium.

Sì, esiste veramente.

Ma non facciamo ironia su di loro, non li prendiamo in giro, perché prenderemmo in giro noi stessi. Siamo noi quei neolaureati che vivono sulla nostra viva pelle cosa significa essere freelance nella vendita a domicilio di street food, che sborsano centinaia di euro per case editrici innominate e auto-pubblicano romanzi e saggi, che cercano di dipingere con un filtro pastello il loro ruolo di barman e pizzaioli precari, che lavorano senza paga nell’eterno periodo della loro formazione, nella loro infinita adolescenza. Non possono avere identità, allora ne creano una. Crea il tuo blog, scrivi il tuo libro, pubblica i tuoi brani, meschino. Oggi tutto ti permette di farlo, dalla tecnologia al tempo a disposizione, che molti tra le prime file di questo esercito di precari occuperebbe con i mestieri che nessuno vuole più fare. Una cosa sola accomuna tutti i writer e i dogsitter, tanto da poterli menzionare assieme: sono tutti precari, questo è il loro nome. Marciano con la borsa sulle spalle, la bicicletta alla mano, il curriculum sulla pennina e la go-pro in testa, consumatori e insieme produttori, in attesa di un futuro che non arriva mai e, probabilmente, senza voce né braccia né rivoluzioni. Da qui il senso di tutto. Vuoi essere precario? Ora puoi. Diceva KafkaTu sei destinato a un grande lunedì! Ben detto, ma la domenica non finisce mai. Archiviato.

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