[L’analisi] Erdogan come Will Coyote, sospeso nel vuoto. E con il rubinetto dei profughi pronto ad esploderelisi] Erdogan come Will Coyote, sospeso nel vuoto. E con il rubinetto dei profughi pronto ad esplodere

di paolopolitiblog
fonte: Maurizio Ricci, editorialista Tiscali.it 12.8.18

Recep Tayyip Erdoğan, presidente della Turchia

La crisi esplosa nelle ultime settimane in Turchia non è strana, né insolita: grosso modo, l’innesco è quello della crisi spagnola del 2010, l’avvitamento quello della crisi argentina di pochi mesi fa. Straordinaria, invece, è la risposta che ha scelto di dare il suo presidente-dittatore, Recep Er dogan: una sorta di lezione economica alla rovescia, allo scopo di mantenere ben gonfia la bolla che alimenta il suo successo elettorale, sotto la bandiera di un sovranismo finanziario che resuscita anche l’antico appello “oro alla patria” per fermare il nemico straniero. Purtroppo, non ci si può limitare a guardare con curiosità come si svilupperà una crisi alle porte d’Europa. Gli scossoni dell’economia turca scuotono anche grandi banche come Unicredit, mettono sotto pressione le finanze dei paesi più deboli, compromettono la stabilità sociale europea, nel suo ancoraggio più fragile: l’immigrazione.

La Turchia implode

La rapidità con cui si sta sviluppando la crisi è impressionante. L’inflazione è schizzata al 15 per cento annuo, il costo, per lo Stato, degli interessi sui titoli pubblici a 10 anni ha superato il 20 per cento (in Italia ci lamentiamo perché siamo al 3), la lira turca ha perso il 40 per cento del suo valore dall’inizio dell’anno, il 14 per cento sul dollaro solo venerdì scorso. Per un paese che importa più di quanto esporti, la svalutazione della moneta equivale ad una  emorragia senza rimedio, ma l’incubo immediato è un altro. Il 40 per cento dei debiti che hanno le imprese, le banche, i cittadini turchi è in moneta straniera, euro o dollari. Se la moneta si svaluta del 40 per cento, ci vogliono il 40 per cento di lire nazionali in più per rimborsare la stessa quantità di dollari presi a prestito. Nei prossimi 12 mesi, le imprese turche devono restituire o rinnovare prestiti per 66 miliardi di dollari, le banche per 76. Molti temono una catena di fallimenti.

Erdogan e il suo boom

Come nella Spagna di dieci anni fa, all’origine ci sono un eccesso di credito internazionale facile e una sua cattiva utilizzazione. Le politiche di allentamento monetario della Fed e della Bce hanno abbassato i tassi di interesse negli Usa e in Europa. Di conseguenza, molti investitori hanno rincorso rendimenti più alti nei paesi emergenti, a cominciare dalla Turchia. Erdogan ha pompato questo flusso di soldi in investimenti comodi e vistosi, come l’edilizia, i centri commerciali. Il risultato è stato un tasso di sviluppo dell’economia quasi cinese, ma immobilizzato nell’edilizia, anziché moltiplicato nelle esportazioni. Quando il vento dell’allentamento monetario è cominciato a girare in America e in Europa e i soldi sono rifluiti fuori dalla Turchia, Erdogan si è trovato come Will Coyote sospeso nel vuoto. L’impatto, visto che la Turchia non ha, come la Spagna, l’euro, l’ha sentito la moneta.

La cura standard e il suo contrario

La ricetta standard per uscire dalla crisi (e quella che il Fondo monetario internazionale – se Erdogan, come l’Argentina, si rivolgesse al Fmi – imporrebbe) prevede un drastico aumento dei tassi di interesse e un altrettanto drastico taglio alla spesa pubblica, magari con annesso inasprimento fiscale, per raffreddare l’economia e far scendere l’inflazione, fermando la svalutazione della moneta. Ma Erdogan non ci sta. Il suo successo politico, fino alle ultime elezioni, è in larga parte basato sul buon andamento dell’economia  e il presidente turco non si sente di comprometterlo. Del resto, la sua fortuna politica coincide con l’implosione dei partiti tradizionali, in seguito ad una crisi come quella attuale e lui non si stanca di sbandierare come un successo personale la fine, nel 2013, della tutela del Fmi sulla politica economica. Sostiene, dunque (contro tutti i manuali) che un aumento dei tassi di interesse farebbe crescere e non rallentare l’inflazione. Ha tagliato e non aumentato le tasse in vista dell’ultima campagna elettorale. Insomma, dicono gli economisti, ha gettato benzina sul fuoco. E, adesso, fa appello agli istinti nazionalisti, accusando della crisi gli speculatori stranieri e chiedendo ai turchi di contribuire alla salvezza della patria, convertendo i loro dollari e i loro euro in lire, per fermare la svalutazione. Il richiamo sovranista si salda con l’impianto autoritario e personalistico del regime turco. Il ministro delle Finanze è suo genero e la banca centrale ha perso la sua indipendenza, tanto da fermare gli aumenti dei tassi di interesse in programma. Il risultato è che i giorni passano e il tempo perso, dicono gli economisti, rende necessarie dosi sempre più massicce delle medicine tradizionali: se dieci giorni fa, sostengono gli analisti, sarebbe bastato portare l’interesse al 20 per cento, oggi occorre pensare al 30 per cento.

Dove arriva l’onda turca

A rischiare, nella spirale della crisi, sono anche quelli che in Turchia hanno investito. Le istituzioni internazionali di controllo dicono che la situazione non è preoccupante, ma le banche spagnole sono esposte in crediti a debitori turchi per 83 miliardi di dollari, quelle francesi per 38 miliardi e quelle italiane per 17 miliardi. Oggi, non si può essere sicuri che rivedranno i loro soldi. In particolare, il gigante spagnolo Bbva ha concentrati in Turchia il 18 per cento dei prestiti effettuati a livello globale e  Unicredit il 7 per cento. Il grosso dell’impegno della banca italiana è in una quota di una banca turca (Yapi Kredi). A Milano dicono che Yapi Kredi ha in pancia le riserve necessarie per far fronte ai tempi duri, ma il vistoso calo di Unicredit in Borsa indica che gli scettici sono molti. L’insicurezza, tuttavia, è generale. Agosto è, tradizionalmente, un mese difficile e tormentato per i mercati finanziari, più esposti del solito alle speculazioni. E, quando il cielo si oscura, i soldi vanno verso approdi sicuri. Il rafforzamento del dollaro, in questi giorni, indica che la finanza si sta riposizionando negli Usa, abbandonando paesi emergenti come la Turchia. E, in Europa, verso la Germania, a danno di paesi più deboli, che trovano più difficoltà a piazzare i loro titoli. Il rendimento del Btp italiano a 10 anni è tornato a sfiorare il 3 per cento, segno che gli investitori impongono prezzi più bassi.

L’insidia nascosta

Il problema sotto traccia è che la Turchia non è solo un vicino scomodo e ingombrante, un partner commerciale, un cliente importante. Erdogan controlla anche il rubinetto dei profughi. La Turchia, dopo l’accordo Merkel-Erdogan, e a pagamento, esercita la funzione di spugna che assorbe e trattiene l’esodo dei siriani e degli iracheni in fuga. Se la rotta balcanica verso la Germania (passando per Ungheria e Austria, paesi in cui, sul tema dei rifugiati, i nervi sono anche più scoperti che in Germania) non esiste più, dopo il grande esodo del 2015, è perché Erdogan si è incaricato di chiudere il portone. Ci sono tre milioni e mezzo di rifugiati ammassati in Turchia. Se il paese diventa instabile, se Erdogan pensa di farne un’arma di ricatto, la questione migranti – oggi numericamente limitata – può tornare a sommergere la scena europea.

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