Brexit, UE e banche: chi guadagna sui derivati?

di paolopolitiblog

Matteo Cavallito valori.it 23.8.18

In attesa del completamento della Brexit, Deutsche Bank ha deciso di spostare circa il 50% delle sue attività di intermediazione (clearing) sui derivati denominati in euro nella più congeniale piazza di Francoforte. Lo ha riferito alla fine di luglio il Financial Times. La notizia, successivamente confermata dalla stessa banca, promette di avere un grande impatto sui destini del comparto per almeno un paio di ragioni.

In primo luogo per la forza di mercato di DB che, secondo Business Insider, gestirebbe ad oggi quasi 3/4 delle transazioni globali sui derivati denominati nella moneta unica: un nozionale giornaliero da 930 miliardi di euro (più o meno 1 trilione di dollari) sul quale l’istituto teutonico incassa quotidianamente una commissione.

In secondo luogo per le conseguenze “politiche” del trasloco che, senza dubbio, peseranno eccome nella battaglia ingaggiata da tempo da Londra e Bruxelles per il dominio di un business miliardario.

Londra addio

Nel giugno 2017, la Commissione europea ha approvato alcune proposte di modifica del regolamento del mercato finanziario (EMIR)che interessano il clearing, l’attività di intermediazione delle transazioni in titoli strutturati. Nel mirino c’è soprattutto la LCH, l’ente della London Stock Exchange che gestisce gli scambi dei derivati denominati in euro.

La posta in palio è la quota di mercato che Londra rischia di lasciare dietro di sé: oltre 500 miliardi di derivati denominati in euro scambiati nella City ogni giorno, il 70% del mercato mondiale. Con la Brexit tali attività potrebbero lasciare l’Inghilterra

Attualmente, l’organismo opera sotto la supervisione della Banca d’Inghilterra ma con l’addio del Regno Unito all’Unione Europea l’onere del controllo dovrebbe passare all’ESMA – l’autorità per i mercati con sede a Parigi – con tutti i poteri che ne derivano. Compreso quello di imporre, per ragioni di sicurezza, il trasferimento delle attività di clearing entro i confini della UE. Normale, a questo punto, che qualcuno abbia deciso di giocare d’anticipo: prima di Deutsche Bank anche HSBCBBVAJP Morgan e Citigroup avevano fatto sapere di essere pronte ad emigrare a Francoforte.

La sede di DB a Francoforte. Foto: Nordenfan Commons WikimediaLa battaglia della Brexit, insomma, si gioca anche sui prodotti strutturati e la posta in palio, ovviamente, è la quota di mercato che Londra rischia di lasciare dietro di sé. Un conto salato a giudicare dalle stime di Bloomberg secondo la quale i derivati denominati in euro scambiati nella City ogni giorno ammonterebbero a oltre 500 miliardi, una somma enorme su cui gli intermediari incassano le commissioni. La capitale britannica, sosteneva alla fine del 2016 Sky News, copre da sola il 70% del clearing globale sugli euro-derivati; Parigi, seconda in classifica, si ferma all’11%.

Dopo la crisi il clearing sui derivati è un affare

Gli operatori del clearing hanno essenzialmente tre compiti: garantire i pagamenti sui contratti da onorare, monitorare il mercato con l’ausilio dei supervisori e distribuire il rischio in modo efficiente. C’è un’analogia piuttosto ovvia, ed è quella con le scommesse sportive cui i derivati, per altro, assomigliano spesso in tutto e per tutto.

Ecco, tralasciando gli aspetti tecnici, la CCP funziona grossomodo come un’agenzia autorizzata anche se a differenza di quest’ultima non partecipa alle scommesse e non incassa alcuna vincita ma solo le commissioni pagate dagli operatori. Quella dell’intermediazione resta un’attività particolarmente promettente anche grazie alla stretta regolamentare post crisi. La svolta risale all’accordo di Pittsburghsiglato dal G20 nel settembre 2009: tutti i contratti derivati standard scambiati fuori dalle borse, si stabilì allora, dovevano essere trasferiti nelle piattaforme elettroniche per essere sottoposti all’intermediazione di enti specializzati: le cosiddette central counterparties o CCPs.

derivati banche Da Valori n. 151, settembre 2017. Fonte: DTCC; Cœuré (2014); FSB (2013, 2015); CPMI Red Book statistics; various CCPs; BIS calculations; FSB calculations in Dietrich Domanski, Leonardo Gambacorta, Cristina Picillo, “Central clearing: trends and current issues”, in BIS, Bank of International Settlements ( http://www.bis.org/publ/qtrpdf/r_qt1512g.htm), dicembre 2015.Per i titoli non standardizzati – e quindi non trasferibili alle CCPs – venivano richiesti invece maggiori accantonamenti di capitale. Gli effetti non si sono fatti attendere: tra il 2009 e il 2015 la quota dei derivati soggetti al clearing è passata dal 28 al 53%, con un balzo decisamente più ampio per gli strumenti creditizi e una percentuale ancora più alta per i titoli strutturati sui tassi di interessi. Nel giugno del 2017, ha dichiarato la Commissione Europea, i derivati coperti dall’intermediazione costituirebbero il 62% del totale.

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