Per una nuova idea di museo

dal blog  http://www.lintellettualedissidente.it

di Lorenzo Pennacchi – 10 maggio 2018

Intervistiamo Giorgio de Finis, antropologo, film-maker, curatore e da poco direttore artistico di ‘Macro Asilo’, il nuovo progetto del Museo d’Arte Contemporanea di Roma, pronto a scuotere la città e forse l’Italia intera.

gennaio vi avevamo avvisato. La nomina di Giorgio de Finis a direttore artistico di Macro Asilo del 21 dicembre aveva già suscitato un gran dibattito, tra leciti dubbi e spropositate prese di posizione. Intervenire sul posto in quel momento sarebbe stato del tutto inutile. Per questo, avevamo terminato la cartuccia con una promessa: Al momento giusto, quando le grandi luci si saranno spente e la quotidianità avrà fatto dimenticare il terremoto, le parole di de Finis irromperanno sulle nostre pagine. Dopo qualche mese, eccoci qua.

Buongiorno Giorgio, per iniziare, ci parli un po’ di te? La formazione, l’antropologia, il percorso dalla ricerca scientifica all’arte…

Una domanda difficile, di cose da dire ce ne sarebbero tante! Classe ’66, studio filosofia e mi specializzo in antropologia, da allievo di Alberto Mario Cirese. Alla prospettiva strutturalista del maestro, tesa a ricercare la regolarità tra le culture umane, affianco altre letture e la mia personale esperienza sul campo. Dai primi anni Novanta al 1997 lavoro nelle Filippine, tra i Batak di Palawan. Quello che ricercavo era un approccio più concreto e reale. Col tempo, passo dalla giungla autentica, a quella urbana. Lo sguardo resta sempre quello dell’antropologo, ma enfatizzo gli aspetti soggettivi della mia ricerca: da scienziato sociale, piano piano, mi faccio artista, utilizzando una scrittura meno accademica, il video e la fotografia. Quest’ultima, che avevo abbandonato per la sua scarsa capacità documentaristica, la riscopro, apprezzandone il lavoro di sottrazione, la sua vicina ideale alla poesia. Lo sguardo soggettivo diventa centrale, senza rinunciare alla ricerca. Si tratta di comprendere facendo, sperimentando in prima persona. Tra le tante cose di quest’altra vita, cito la fondazione de Il mondo 3, una rivista di teoria delle scienze umane e sociali, che oggi sento di nuovo vicina, per via della sua vocazione a far dialogare paradigmi e discipline diverse, di solito caratterizzate dall’avere ciascuno il proprio organo di comunicazione scientifica.

Recentemente, il MAAM (Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz), di cui sei ideatore e curatore, ha compiuto sei anni. Puoi parlarci di questa progetto, in particolare del legame tra l’aspetto artistico e quello propriamente umano al suo interno?

Il MAAM è una realtà che nasce all’interno di un’occupazione abitativa nella periferia est di Roma, a Via Prenestina 913. Credo che qui il discorso artistico, antropologico e politico siano andati di pari passo. Del resto, l’Altro dell’acronimo, che sta ad identificare ciascuno di noi rispetto a tutti gli altri e a volte anche a se stesso, prevede identità complesse, multiple, le quali si manifestano diversamente di volta in volta. Io lì, a seconda dei casi, sono ricercatore, artista, militante e curatore. Quando mi chiedo: cosa sto facendo? Provo a darmi delle risposte oggettive. È sempre uno stare un po’ dentro e un po’ fuori da se stessi.

Immagino che questa ricerca non sia mai isolata. Con quali realtà ti sei confrontato maggiormente in questi anni?

Beh no certamente, è un progetto che si basa sulla collaborazione, sull’incontro, sul dialogo. Innanzitutto, il confronto con i circa duecento abitanti di Metropoliz, provenienti da tutto il mondo, residenti lì dal 2009. Poi quello con il movimento di lotta per la casa, che mi ha insegnato tanto indicandomi nuovi modi di fare politica. Credo che anche loro ne abbiano beneficiato. Adesso li vedo meno come blocchi e sempre più come movimento. Infine, i circa cinquecento artisti con i quali ho lavorato e con i quali mi sono confrontato. Il mio è un progetto corale, relazionale, che necessita di uno scambio costante e reciproco. Io propongo progetti che non avrebbero possibilità di esistere se gli altri non li accogliessero e non collaborassero alla loro realizzazione. Sia chiaro, questo non significa creare un collettivo, non si tratta di omogeneizzare il tutto, ma di creare le condizioni per poter creare qualcosa di nuovo a partire dalla ricchezza di diversità e soggettività.

All'interno del MAAM

Veniamo al Macro. Nel mio breve articolo di gennaio, avevo scritto che de iure non sei il direttore del museo, ma de facto sì. Ci puoi descrivere la tua complessa nomina?

Io di mestiere non faccio il direttore di musei, perciò, se ci fosse stato un bando non avrei partecipato. Il vicesindaco Luca Bergamo mi ha semplicemente invitato, da curatore del MAAM, a pensare un progetto sperimentale per il museo di arte contemporanea di Roma, Macro Asilo appunto, che sarà, per ragioni di coerenza e necessità di spazi, l’unico presente nei prossimi mesi. Le condizioni le abbiamo concordate assieme. Faccio presente comunque che nemmeno i direttori precedenti erano stati nominati col bando. In ogni caso, da gennaio 2018 sono ufficialmente in carica, ma il progetto partirà concretamente ad ottobre 2018, e durerà fino al 31 dicembre 2019. Quindici mesi di palinsesto giornaliero. Tecnicamente, finito questo primo periodo avrò altri due anni di disponibilità, ma dico già da ora che se continuerò ad occuparmi del Macro lo farò con un progetto diverso da Macro asilo. Non mi piacciono i percorsi a lungo termine. L’unico che non mi sento di interrompere è il MAAM, ma lì c’è una questione aperta che riguarda i diritti delle persone che lo abitano.

Come ti sei rapportato al terremoto mediatico che ne è derivato?

La comparsa delle polemiche era ovvia. Noi andiamo a togliere il museo al cosiddetto sistema dell’arte. Un circolo chiuso (artista-curatore-collezionista-galleria-museo) che non ha nulla a che vedere con l’arte, ma con un preciso settore dell’economia. Nel farlo, proviamo a restituirlo alla città, agli artisti (fuori e dentro al sistema) e alle persone. Per questo è stato preannunciato un terremoto al Macro. Se sarà realmente così lo dirà il tempo. Anche se il mio sarà un museo accogliente! Nel mentre, io sono il primo ad auspicare un sano dibattito, lontano dalle alzate di scudi delle lobbyne romane. Confrontarsi sì, ma senza stare al stare al gioco del politically correct con chi mi insulta.

Lasciamo da parte le parole e veniamo ai fatti. Come stai procedendo in questi mesi?

Per risponderti, ti mostro la mappa concettuale di come stiamo organizzando Macro asilo. Nei quindici mesi del progetto non ci saranno mostre, ma il museo sarà organizzato in spazi e tempi: attraverso un calendario costantemente aggiornato, le diverse “stanze” verranno attivate ogni giorno, da artisti, antropologi, filosofi, scienziati e tutti coloro che entreranno a far parte al percorso. L’eterogenea struttura comprenderà: quattro atelier, in cui gli artisti potranno lavorare live, mostrando il work in Progress della propria opera, rafforzando l’idea di un museo che vive; due stanze ambiente, stanze-opera-dispositivo-programma affidate agli artisti; la stanza Rome (nome plurale di città), un luogo di incontro per le realtà che operano sul territorio; il Grande Salone, che ospiterà la collezione permanente montata come una grande quadreria e il nuovo tavolo che Michelangelo Pistoletto ha realizzato per il Macro asilo, un tavolo specchiante, ideale per organizzare forum e dibattiti; la stanza di parole, nella quale, come in un’aula universitaria, si discuteranno i termini del vocabolario del contemporaneo (dieci incontri su ogni parola, e ne abbiamo scelte cento), per sottolineare l’importanza di ricominciando dall’abc. I laboratori, la stanza dei media, il maxi schermo con il video del giorno, i due auditorium e le due terrazze che ospiteranno performance e altre iniziative. Inoltre, ogni mattina si farà della “ginnastica” come la chiamo scherzosamente, non per avere un museo generalista, ma per ricordarci che abbiamo un corpo e per attivare i neuroni specchio e prepararsi al meglio ad affrontare la giornata con uno spirito predisposto alla collaborazione.

L’interno del Macro

Un vero e proprio museo vivente! Vedi dei rischi in queste tue proposte?

No, anche se come tutti sono pronto a valutare i risultati di questo esperimento. Macro asilo parla di ciò di cui gli artisti e la società hanno bisogno. Cercherà di fornire le condizioni di un nuovo possibile incontro tra l’arte e la società, tra gli artisti, magnifiche “anomalie” sempre più isolate nei lori studi, e la città. La mappa che ti ho fatto vedere è come un grande telaio, intende creare un tessuto. Quando scrivono che la mia è critica istituzionale di ultima generazione lo prendo come un complimento, ma non mi interessa fare saltare il sistema (si sta già suicidando per conto suo), ma ricostruirlo. È un dato di fatto che spesso le istituzioni non lavorano per la collettività. Bisogna combattere per recuperare questi spazi pubblici. Spero che, togliendo anche il prezzo del biglietto, il museo possa essere davvero vissuto ogni giorno e che questo offra un esempio di come possiamo intendere la crescita culturale, come, cioè, una reale opportunità trasformativa.

Quindi l’ingresso sarà gratuito. Altre informazioni prettamente economiche?

Il budget complessivo del museo è lo stesso di quello che è spettato agli altri direttori: 400mila euro l’anno. Bisogna tenere conto che non avremo gli introiti (modesti) dei biglietti, né gli aiuti delle gallerie che sino ad ora pagavano le mostre e i cataloghi. Avremo giusto i soldi per coprire le spese relative agli ospiti di calibro internazionale che stiamo invitando, necessari a coniugare la dimensione locale a quella globale.

Infine, come interpreti il rapporto tra il Macro e il MAAM. Credi che vi siano delle differenze da rispettare o da livellare?

Vedo una grande continuità tra le due realtà. Del resto, Macro asilo è figlio del MAAMLì ho portato il museo nella casa, qui proverò a portare la casa nel museo. Bergamo mi ha dato l’incarico perché apprezza ciò che abbiamo fatto al MAAM, perciò non posso abbandonarlo e se lo facessi tradirei anche il Macro. Ovviamente, nessuna forzatura, nel senso che le diversità (che sono palesi) vanno comunque rispettate.

Giorgio de Finis e il vicesindaco Luca Bergamo fuori dal MAAM

Ringraziando Giorgio de Finis per la sua disponibilità, si capisce subito di avere avuto una chiacchierata autentica, senza veli. Sono stati affrontati molti argomenti che dovrebbero essere in grado di dare la percezione delle diverse facce di questo personaggio, decisamente fuori dagli schemi, ma estremamente determinato in quello che propone. A cinque mesi dall’inaugurazione di Macro asilo il progetto sembra acquisire una dimensione reale, pronta a sfidare con le sue proposte quel sistema arte che contesta. Di certo, tra le diverse questioni a cui soltanto il tempo potrà rispondere, quest’intervista conferma un fattore: il nuovo percorso del Macro non ha una solo una valenza artistica, ma anche sociale e politica. Da ottobre, Roma potrebbe godere di un nuovo spazio aggregativo, culturale e istituzionale assieme, mostrando una possibile via da percorrere per riesumare il modello museale italiano, al momento seppellito da una cattiva gestione delle risorse e da un vecchiume non soltanto anagrafico. Roma avanguardia, non suona affatto male.

 

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