Il rapporto tra mortalità e immortalità nella fotografia di Sarah Moon.

dal blog http://www.lintellettualedissidente.it

di Dario Pellegrino – 10 giugno 2018   

C’è un sentore di morte in quello sguardo, un’atmosfera inquietante che si espande in un istante, quello fotografico, proprio come l’ultimo respiro che la Nera Signora provoca ai suoi prescelti. Un errore, una casualità, e proprio per questo ancora più terrificante, è la foto scattata da Sarah Moon ad un gabbiano in volo durante uno shooting di moda; lo sguardo dell’animale, vuoto come l’infinito, oscuro e pericoloso come un buco nero, catapulta l’osservatore in uno stato di horror vacui e di fragilità assoluta, ponendo di fronte ai suoi occhi un qualcosa di indicibile, troppo grande per poter essere affrontato: la propria mortalità.

Il Gabbiano (1998)

Marielle Warin, in arte Sarah Moon, è diventata famosa per la sua peculiare campagna per i profumi di Jean Desprez pubblicata nel 1978, dove ha messo da subito in primo piano il suo legame espressivo con il mondo onirico e il mondo naturale in tutte le sue forme, soprattutto le più bizzarre e inquietanti. Vegetazione e fauna hanno sempre preso parte ai suoi progetti fotografici, direttamente o indirettamente rappresentate su pellicola, ma mai come mera simbologia o iconografia di vita selvaggia o bucolica e, soprattutto, mai come denuncia esplicita in nome di un qualche facile ambientalismo. L’elemento naturale in Sarah Moon è sfuggente e misterioso, ambiguo e spesso angosciante e si relaziona sempre con l’essere umano, sia esso visibile nell’inquadratura, sia esso presente solo attraverso il frutto del suo operato, sia esso più semplicemente in quanto osservatore privilegiato dell’immagine finale.

Gli alberi sono ingabbiati e si piegano costretti in strutture metalliche sempre troppo piccole, le piante sono contorte ombre che si confondono in un fantasmagorico grigiore oppure sono frutto di innesti sperimentali, gli animali sono morti e imbalsamati in atti “teatrali”, oppure morenti, avendo perso tutta la loro vitalità vagando in spazi circoscritti: le fotografie, che si presentano sfigurate, punteggiate, macchiate da sostanze corrosive, ricordano, sia nella raffigurazione dei soggetti sia nella manipolazione dei materiali, la costante e ingombrante presenza dell’uomo e del suo operare pericolosamente ai danni di una natura che sembra così perdere tutta la sua pura bellezza. La natura muta allora in una presenza incerta, ombrosa, oscura e, proprio per questo, sublime.

1) Omaggio a Rackham (2011);
2) L’albero in gabbia (2013);
3) Cactus innestato (2012)

Nelle Alchimie (pubblicato in Italia da Contrasto) di Sarah Moon, la natura è pretesto per inoltrarsi nell’indecifrabile, dove il bianco e nero si opacizza e i colori s’impallidiscono, dove la grana confonde le figure in una nebbia enigmatica. È un poema di versi notturni, visione imbalsamata e fissa di istanti già morti quando colti dal semplice gesto che innesca le reazioni a catena che danno forma alla fotografia. Si crea perciò un’illusione, una chimera poetica, dove l’animato è inanimato e dove il cadavere si fa vivo, in una fantasmagoria nel quale i protagonisti non sono più piante e animali, bensì l’indissolubile legame tra la vita e la morte.

L’artista scava così nel senso intrinseco dell’atto fotografico, da sempre considerato forma tecnica in grado di creare una discontinuità temporale, un’immortalità fatua, uno scambio istantaneo eppure eterno tra soggetto vivo e vitale e oggetto inanimato quindi morto. Lo spectrum, così come definito da Roland Barthes nel suo saggio fondante La camera chiara, crea un turbamento nello spectator, facendosi rottura del consueto, diventando scarto significativo e spesso inesplorato tra ciò che si considera vivo e ciò che si considera morto, tra anima e corpo, tra divenire e stato, tra ciò che si è e ciò che resta.

1) Balaeniceps Rex (2013);
2) La leonessa del Kenya (2013)

La fotografia di Sarah Moon si distacca completamente dal reale, facendo sì che si debba abbandonare la percezione abituale del naturale per addentrarsi in un mondo dai sentori onirici dove l’uomo, dentro o fuori da quella stessa visione, si ritrova a confrontarsi con l’antico desiderio e bisogno di voler controllare tutto, anche ciò che è impossibile da dominare. Tutta l’inadeguatezza dell’essere umano di fronte alla potenza della natura prende forma nel modellamento con una luce evanescente e polverosa, e non come nelle catastrofi di colore di William Turner o le silenti immensità di Caspar David Friedrich, bensì mostrando ciò che l’uomo e la fotografia stessa hanno sempre voluto contrastare: il tempo e la morte.

La vita è messa a nudo attraverso la morte e la morte è possibile solo attraverso la vita: la tassidermia rende animato l’inanimato, mentre la fotografia fa l’esatto contrario, lasciando così l’osservatore in una foschia sensoriale dove vi sono solo fugaci apparizioni di creature inquietanti, sospese in un’atmosfera rarefatta, un universo dove il tempo non si è fermato ma non è mai esistito, dove la morte è vita e la vita è morte, dove perciò tutto è superficie stratificata in un’immobile divenire.

Bagatelle (1989)

Go, said the bird, for the leaves were full of children,

Hidden excitedly, containing laughter.

Go, go, go, said the bird: human kind

Cannot bear very much reality.

Time past and time future

What might have been and what has been

Point to one end, which is always present.

(Burnt Norton, Four Quartets, Thomas Stearn Eliot)

Presente, passato, futuro: concetti che si disperdono tra le ombre, tra quelle pieghe che la luce non riesce a raggiungere, lasciando l’enigma più grande farsi strada di fronte agli occhi di chi guarda e di chi sa guardare. D’altronde cosa sono le alchimie del titolo del progetto, se non sprazzi, istantanee, di un’arcana scienza, una pratica magica alla vana e folle ricerca dell’eternità? La chimera prende forma e mostra all’uomo il finito e l’infinito, l’illusione imperante e il flusso delle cose che costituisce quella realtà così inafferrabile e insopportabile. Sarah Moon, seguendo in qualche modo gli antichi insegnamenti alchemici utilizzando uno stile artistico unico e riconoscibile, indaga l’immortalità e quanto sia essa connessa alla caducità della natura, una natura viva perciò morta quindi eternamente morente.

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