Zang Kechun e la Cina fotografata dalle sponde del Fiume Giallo.

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di Dario Pellegrino – 5 settembre 2018   

Una leggenda del (non più tanto) Lontano Oriente narra di un pesce, la carpa, che, superando ostacoli apparentemente insormontabili e pericoli indicibili, risale uno dei più grandi fiumi della Cina e, proprio per questo riceve dagli dei, impressionati da cotanto coraggio e forza, la forma di drago e, soprattutto, l’immortalità. Zhang Chengzhi, scrittore ed intellettuale della Cina contemporanea, nel suo 北方的河 (pubblicato nel 1984 e tradotto come Rivers of the North), risale, tra gli altri, lo stesso fiume, lo Hwang Ho (dai più conosciuto come Fiume Giallo) attraverso le gesta di un ragazzo che, ribellatosi all’ideale della Rivoluzione Culturale, si fa eroe, esplorando un mondo a lui prima sconosciuto; immergendosi in quei luoghi misteriosi riconosce la potenza della natura e ne percepisce, in una sorta di prolungata estasi spirituale, la sublime bellezza.

Un vero e proprio pellegrinaggio mistico, verso le radici più antiche della civiltà orientale, alla ricerca della propria identità, contro tutto ciò che la Rivoluzione Rossa aveva negli anni stratificato sulla società. Un eroe che ritrova lo spirito dei fiumi e può così ricongiungersi con la vera Cina, quella più umana, quella più viva.

The Yellow River (2010-2013)

Il racconto di Zhang Chengzhi è il punto di partenza di un interior designer che decide, proprio leggendo queste pagine, di abbandonare la carriera per esplorare quella stessa Cina attraverso il mezzo fotografico. Zhang Kechun, classe 1980, si carica in spalla una Linhof 4×5, camera di grande formato a monorotaia, e parte per un viaggio di 3 anni sulle rive di quello che è considerato la culla della civiltà cinese, il grande Fiume Giallo. Seguendo gli stessi ideali del protagonista di Rivers of the North, il fotografo si muove alla ricerca di quello stesso spirito che sembra però essere svanito tra le luci dell’ipermodernità e della supervelocità odierna.

Partendo dalla provincia di Shendong, dove il fiume riversa le sue acque abbandonandosi nel Mar Giallo, e risalendo fin sull’altipiano del Qinghai, in Tibet, dove il corso d’acqua ha origine, Kechun impersona in qualche modo la leggendaria figura della carpa, mostrando però non il suo eroismo e la sua forza, ma un’atavica e sacrale lentezza e una profonda malinconia per un qualcosa di inconoscibile, per un vuoto che pare incolmabile. Ciò che infatti sorprende il fotografo è l’assenza di tutto quel che era stato così vividamente descritto dallo scrittore da lui ammirato: l’ideale eroico e avventuriero si spegne e inizia un lavoro totalmente diverso, una ricerca del perduto attraverso quel che rimane.

The Yellow River (2010-2013)

Le immagini prodotte dal lungo viaggio di Zhang Kechun colpiscono innanzitutto per la palette usata, fatta di colori morbidi e desaturati, e la delicatezza delle forme che sembrano perdersi in un’atmosfera sognante. La grande potenza guidata prima da Hu Jintao e poi da Xi Jingpin e il suo Sogno Cinese (che di onirico ha ben poco, impregnato di realismo globalista e cruda realtà capitalistica) non riescono ad uscire dalle ipertrofiche metropoli e quindi ad intaccare le realtà più isolate, dove ci si muove nella polvere erosa da un passato volontariamente sacrificato in nome di un costante rinnovamento. “L’avvenire della civiltà dipende dal compito che i Cinesi si assumeranno in questo secolo” diceva Benito Mussolini in tempi non sospetti, e la serie The Yellow River (completata nel 2013, prima parte di una trilogia tuttora in fase di sviluppo) mostra la decadenza del modello della civiltà occidentale applicata forzatamente ad un popolo e ad una nazione con storia e cultura distanti anni luce, mettendo a nudo l’inevitabile crollo degli ideali di progresso e crescita ad ogni costo.

L’atmosfera fotografata è quella di un tempo estremamente dilatato, dove non si riesce a riconoscere la Cina che ci viene presentata dalla cosiddetta informazione, ma si percepisce un mondo altro, dove la realtà è ancora permeata di una sorta di silenziosa immobilità. Lo spirito madre di una delle civiltà più antiche e importanti al mondo sembra essersi dissolto tra i fumi mefitici delle industrie e i formicai in mattoni e cemento, lasciando le persone e le comunità sole di fronte all’arrivo del sempre più travolgente treno della globalizzazione.

The Yellow River (2010-2013)

Statue di Buddha abbandonate in territori avvelenati dai miasmi dell’estrazione del carbonfossile, e templi vuoti che, al contrario delle ciminiere e delle torri di raffreddamento delle centrali energetiche, si confondono nella foschia. Tutto si fa utilitaristico ed ogni ritualità perde senso, portando ad un’inesorabile abbandono della propria identità, che nonostante tutto cerca appigli in nuove e semi-nuove icone o gestualità, tramandate da un dimenticato passato, che non riescono ad adattarsi al presente. L’uomo si ritrova così a fare i conti con un vuoto colmabile solo attraverso il consumo, parola d’ordine tenuta ben nascosta dai legiferanti cinesi. Nulla può fermare l’individuo atomizzato all’appagamento di quella sensazione: la sublime bellezza naturale si pesta per lasciar spazio al futuro, lo stesso che illumina le metropoli, ma annerisce le periferie e le campagne.

Il Fiume Giallo era considerato il Fiume Madre, la culla della civiltà cinese, ma ormai non ha più nulla di vivo e le terre attorno non sono più fertili.

Nelle parole del fotografo, il conflitto è evidente: l’espansione della civiltà industriale ha profondamente modificato la geografia, la biodiversità e l’antropologia della Cina al punto da scardinare qualsivoglia legame con la natura e, di conseguenza, con la vita. La trasformazione sociale, riconducibile a 3 nomi e alle loro relative “epoche” (Mao Zedong, Deng Xiaoping, Xi Jingpin), ha condotto l’Oriente ad avvicinarsi pericolosamente all’Occidente, creando un mostro di cui la storia è sempre cancellata per essere riscritta e in cui si costruisce, dagli scarti della globalizzazione di matrice americana, un nuovo modello socio-economico dominante. Resta quindi una landa desolata che cela un profondo ma silente senso di strazio.

The Yellow River (2010-2013)

The Yellow River (2010-2013)

Ero partito con un ideale romantico del fiume, ma una volta arrivato sulle sue sponde, mi sono reso conto di non poter far altro che fotografare ciò che incontravo e da cui non potevo sfuggire: l’inquinamento e il successivo degrado ambientale. […] Questa è la Cina di oggi, questi sono i paesaggi e gli elementi visivi più frequenti a causa del rapido sviluppo economico.

Piccoli individui immobilizzati in paesaggi vasti, dove non c’è che provare a restare a galla, in un’atmosfera plumbea dove non rimane traccia alcuna di vita, dove gli unici soggetti in evidenza sono oggetti e dove gli essere animati sembrano inanimati, come a farsi sopraffare da tutto ciò che li circonda.

The Yellow River (2010-2013)

Il fiume del cielo, tradizionalmente controparte terrestre della Via Lattea, si mostra nelle fotografie di Zhang Kechun come la rappresentazione più efficace della collisione tra il mondo antico e quello moderno, tra il passato, il presente e il futuro, non solo della Cina e dell’Oriente, ma di tutta la civiltà contemporanea, troppo impegnata a colmare vuoti, ad accettare l’inaccettabile pur di non arrivare alla consapevolezza di sé e del mondo che (non) ha creato. The Yellow River, con i suoi paesaggi sospesi e costantemente in bilico tra natura e artificiosità, si rivela una sublime elegia fotografica all’anima perduta di un intero popolo e, forse, dell’intera umanità.

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