Andrew Brunson, pastore della Cia?

dal blog http://www.lintellettualedissidente.it

La detenzione di un anonimo pastore evangelico statunitense residente a Izmir ha scatenato uno scontro diretto tra Stati Uniti e Turchia sotto forma di ritorsioni economiche e pressioni diplomatiche. La domanda sorge spontanea: chi è Andrew Brunson?
di Emanuel Pietrobon – 8 settembre 2018

Le relazioni tra la Turchia e il blocco occidentale sono andate incontro ad una graduale rottura dopo il tentativo di colpo di stato effettuato da una parte delle forze armate turche fra il 15 e il 16 luglio 2016. La reazione di Recep Tayyip Erdoğan, leader indiscusso del panorama politico turco dal 2003, è stata rapida e fondata sulla dottrina della tolleranza zero: oltre 100mila arresti, 160mila fra licenziamenti e pensionamenti anticipati tra forze armate e settore pubblico, la chiusura coatta di 15 università, 1043 scuole private, 1229 organizzazioni caritatevoli e fondazioni, 19 sindacati, 16 canali televisivi, 23 stazioni radiofoniche, 45 quotidiani e 29 case editrici. La repressione ha colpito oppositori politici, attivisti anti-erdoganiani, kemalisti, ma soprattutto reali o presunti seguaci del predicatore Fethullah Gülen, ritenuto da Erdoğan il regista del golpe.

L’unico di questi eventi liberticidi ad aver suscitato la reazione di Washington è stato l’arresto di Andrew Brunson, pastore evangelico della Chiesa della Resurrezione di Izmir residente in Turchia dagli anni ’90. Brunson è stato arrestato il 7 ottobre 2016 sulla base di accuse di attività terroristiche e sovversive, tra le quali spionaggio, coinvolgimento nel colpo di stato e sostegno al movimento Gülen, e posto in stato di detenzione domiciliare il 25 luglio 2018 per problemi di salute. Il diniego delle autorità turche all’estradizione di Brunson ha spinto l’amministrazione Trump ad elevare i dazi sui prodotti turchi, in particolare acciaio e alluminio, sullo sfondo di una concomitante guerra finanziaria che ha portato ad una crisi valutaria e di sanzioni nei confronti del ministro degli interni Suleyman Soylu e del ministro della giustizia Abdulhamit Gül. La Turchia ha risposto immediatamente e in maniera simmetrica: incremento dei dazi sulle importazioni statunitensi di autovetture, alcolici, tabacco e alcuni cibi, e l’annuncio di prossime misure anche nei confronti della Apple.

Andrew Brunson

Le mosse di Trump devono leggersi nel più ampio contesto della politica di contenimento dell’Iran e di contrasto alla nuova via della seta, attraverso l’indebolimento delle principali potenze regionali coinvolte, perciò la liberazione di Brunson è un semplice pretesto utilizzato per accanirsi contro la Turchia, un partner vitale per l’Occidente in virtù della sua preziosa posizione geo-strategica, colpevole di un eccessivo avvicinamento verso Iran, Russia e Repubblica Popolare Cinese. Svariati elementi del caso Brunson suscitano, però, alcune perplessità, ad esempio la gravità e la numerosità delle accuse mosse al pastore, ladurezza della reazione dell’amministrazione Trump, la fermezza di Erdoğan; sorge dunque spontaneo chiedersi chi sia davvero quest’uomo e perché sia divenuto fonte di uno scontro diretto tra due membri della Nato.

Andrew Brunson nasce il 3 gennaio 1968 a Black Mountain, nella Carolina del Nord. Sin da giovane ambisce a diventare una guida per la comunità protestante evangelica e perciò trascorre la gioventù e la maturità dedicandosi alla formazione teologica tra l’università di Aberdeen, la Trinity Evangelical Divinity School e il seminario teologico di Erskine. Negli anni ’90 si trasferisce insieme alla famiglia in Turchia per dedicarsi alla cura della piccola comunità evangelica di Izmir, continuando a mantenere importanti legami con le associazioni evangeliche nordamericane. Brunson rappresenta anche uno dei più importanti soggetti coinvolti nelle purghe del dopo-golpe per via della mole di accuse in piedi contro di lui: spionaggio per conto della Cia, supporto al movimento Gülen, proselitismo sotterraneo verso turchi e rifugiati siriani insieme a gruppi di mormoni e testimoni di Geova inquadrato in un più ampio complotto cristiano evangelico dai connotati antiturchi e antiislamici, sostegno al Partito dei Lavoratori del Kurdistan(PKK) e ideatore di un’associazione segreta per curdi cristiani impegnata nella lotta contro il governo.

Fethullah Gülen

Nel dettaglio, Brunson è stato equiparato ad un

agente di guerra non convenzionale mascherato da pastore evangelico […] che ha utilizzato l’evangelizzazione per dividere la popolazione turca, diffondendo convinzioni settarie, portando avanti obiettivi tipici di gruppi considerati come organizzazioni terroristiche,

secondo quanto riportato dall’American Center for Law & Justice, un importante gruppo di pressione della destra cristiana statunitense che sta seguendo legalmente il caso. L’insieme di queste accuse è stato presentato come una montatura priva di prove dai media occidentali e dalle autorità statunitensi, ma un’analisi più accurata potrebbe confutare, almeno parzialmente, questa rappresentazione faziosa. Dalle carte relative al caso Brunson emerge innanzitutto come il pastore avesse attratto l’attenzione della polizia sin dal 2013, per via del suo presunto coinvolgimento nell’organizzazione delle maxiproteste del parco Gezi, appurato attraverso diverse testimonianze ed emerso durante diverse indagini, ciascuna indipendente dall’altra, legate al sottobosco kemalista e gulenista. Esisterebbero inoltre delle registrazioni di alcuni sermoni di Brunson, aventi più contorni politici che religiosi, in cui si parla di guerra in Siria, del ruolo della comunità evangelica nella promozione dei valori gulenisti nella società turca e della giustificazione del tentato golpe del luglio 2016. È inoltre falso che tutti i testimoni del caso Brunson sarebbero anonimi o tutelati dal diritto a rimanere in segretezza, mentre è vero che tra coloro che hanno testimoniato contro il pastore ci sono diversi membri della comunità da lui guidata.

Brunson è stato anche accusato di rifornire i combattenti curdi di Turchia e Siria di armi provenienti dagli Stati Uniti e di politicizzare i neo-convertiti, soprattutto curdi. L’attenzione per la causa curda non è stata negata neanche dall’imputato, e la teoria di un possibile coinvolgimento della chiesa in attività antigovernative regge alla prova della storia, perché gli Stati Uniti hanno storicamente utilizzato i predicatori evangelici per scopi politici come palesato dal piano di decattolicizzazione dell’America Latina in piedi dai tempi dell’amministrazione Nixon, il cui successo ha portato alla sua esportazione nelle aree geopolitiche più calde del pianeta: Europa orientale, Asia orientale, Africa subsahariana. Anche l’accusa di svolgere attività sotterranee volte a fare proseliti tra la popolazione potrebbe essere molto più di una montatura. La politica geo-religiosa degli Stati Uniti per il mondo islamico non si esplica esclusivamente nella guerra al terrore, ma anche in progetti di evangelizzazione. Ad esempio nel 2009 l’amministrazione Obama fu costretta a fornire delle scuse per via della scoperta dell’opinione pubblica americana e afgana del programma Bagram Bible, consistente nella traduzione e diffusione di Bibbie in dari e pashtun allo scopo di cristianizzare gli afgani ed indebolire la presa del fondamentalismo islamico nel paese. L’operazione contribuì a deteriorare i rapporti tra Stati Uniti e il governo di Kabul e terminò con il rogo delle Bibbie sino ad allora tradotte.

La mobilitazione massiva della destra cristiana e del partito repubblicano per la liberazione di Brunson, rappresentato mediaticamente come un martire contro l’oscurantismo islamico, un detenuto colpevole di amare Cristo, a cui ha fatto seguito la linea dura di Trump contro uno dei cardini tradizionali della geo-strategia statunitense per l’Eurasia devono indurre nell’analista degli eventi internazionali, e anche nel semplice consumatore di informazioni, delle riflessioni, perché la detenzione di un cittadino qualunquenon giustifica tale risposta muscolarista e aggressiva. Ad esempio, quando il 2 gennaio 2016 fu arrestato in Corea del Nord lo studente Otto Warmbier, l’amministrazione Obama condannò semplicemente l’accaduto, senza che seguissero contromisure sanzionatorie o particolari pressioni tramite la diplomazia segreta. Lo stesso Trump, testimone del rientro in patria di Warmbier in stato comatoso a causa di torture e brutalità carcerarie, deceduto il 19 giugno 2017, si limitò a reinserire il paese nell’elenco degli stati canaglia, ma simultaneamente continuando le trattative per la denuclearizzazione di Pyongyang.

Alla luce di tutto ciò, è lecito chiedersi se Brunson sia un semplice pastore utilizzato da Erdoğan come leva di consenso e da Trump come pretesto per indebolire un partner oramai divenuto scomodo, o se invece sia qualcosa di più, magari non il pastore della Cia descritto dai media turchi, ma neanche il martire innocente dipinto in Occidente.

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