Asta 5G, arrivano le offerte: 2,48 miliardi per le frequenze. Iliad ha già vinto

dal blog  https://www.wired.it

Aperte le buste della gara per le frequenze delle reti di quinta generazione: partecipano cinque delle sette società ammesse. Fuori Open Fiber e Linkem. Il vantaggio dei francesi

Presentazione di progetti sul 5G (Getty Images)

Alle 12 di oggi è suonato il gong: si è chiuso il primo round dell’asta per le frequenze del 5G. Al traguardo sono arrivati cinque dei sette concorrentiammessi alla gara per assicurarsi lo spettro di banda delle reti di quinta generazione. Telecom, Vodafone, Wind-Tre, Fastweb e Iliad hanno depositato le offerte al ministero dello Sviluppo economico (Mise). Nessuna busta è invece arrivata dalle altre due società ammesse alla gara: Linkem e Open Fiber. E mentre tutte le compagnie si sono buttate a capofitto sulla fetta di banda più ghiotta, quella dei 700 megahertz (Mhz), da cui dovranno sloggiare le televisioni, nessuno si è fatto avanti per il blocco 3.600-3.800 Mhz. Nel complesso, tuttavia, la somma delle offerte si avvicina all’incasso previsto dallo Stato: 2,481 miliardi di euro.

La gara
Il 5G cambierà le regole del gioco nelle comunicazioni: reti più veloci, capienti e con tempi di trasmissione ancora più bassi. È considerata l’infrastruttura strategica per sviluppare su larga scala tecnologie come l’auto a guida autonoma, la medicina a distanza, l’industria 4.

0. E i governi stanno facendo a gara per arrivare per primi sul mercato: Stati Uniti e Corea hanno pianificato il lancio commerciale nel 2019, anticipando di un anno la scadenza internazionale.

L’asta in corso in Italia ha lo stesso obiettivo: assegnare alle compagnie telefoniche le frequenze per sviluppare il 5G lungo tutta la penisola. All’asta sono arrivate le frequenze nelle bande 694-790 megahertz (Mhz), 3.

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600-3.800 Mhz e 26.5-27.5 gigahertz. Per ciascuna fascia il Mise ha messo sul mercato una serie di lotti, che ora le cinque società di telecomunicazioni si contendono al rilancio. Giovedì alle 11 le aziende potranno migliorare la loro offerta in una seduta pubblica.

Il caso francese
L’unica che sa già di aver vinto un pezzo della gara è Iliad. Il gruppo francese, in quanto ultimo arrivato sul mercato italiano per compensare lo sbilanciamento della fusione Wind-Tre, si è visto riconoscere uno dei lotti da 700 megahertz. Una corsia preferenziale garantite dalle regole internazionali sulle gare pubbliche. Base d’asta: 676,4 milioni di euro, scucita senza dover nemmeno applicare il rilancio minimo di 100mila euro.

Il blocco dei 700 Mhz, oltre alla fetta già assicurata a Iliad, prevede per le frequenze Fdd quattro lotti da 338 milioni, mentre i tre lotti delle Sdl valgono 84,5 milioni. Per quest’ultimi, però, nessuno si è fatto avanti. Così come per la banda 3.600-3.800, nella quale possono essere assegnati fino a quattro lotti: due da 80 megahertz a 158 milioni di euro, e due da 20Mhz a 39,6 milioni di euro. Nella fascia 26 Ghz la base d’asta per uno dei cinque lotti è di 32 milioni, ma è già previsto uno sconto, perché in alcune zone l’accesso sarà ristretto a causa di reti militari e di difesa.

Il nodo televisioni
Su tutti il lotto che fa più gola è quello dei 700 Mhz. Per le tecnologie 5G, è il più adatto per sviluppare l’internet delle cose: macchinari connessi, città intelligenti, sensori diffusi. Ed è anche il più critico, visto che ora ospita le televisioni, costrette a sloggiare entro il 30 giugno 2022 con grande scorno (e ricorso) delle emittenti. Tanto che all’Autorità garante delle comunicazioni (Agcom) hanno recapitato i loro cahiers des doléances. Mediaset, Cairo, ma anche molte piccole emittenti locali sono sul piede di guerra.

Il governo ha previsto indennizzi per questo trasferimento forzato, ma le televisioni pretendono di rivedere le regole del trasloco dai 700 mhz, anche in vista dell’impatto economico e competitivo della nuova generazione del digitale terrestre. I due anni di tempo in più che hanno strappato per completare il trasferimento, fissato al 2022 rispetto all’iniziale 2020, non bastano. Promessa che, tra l’altro, Roma dovrà far digerire alla Commissione europea.

Il nuovo piano nazionale delle frequenze, pubblicato a luglio dall’Agcom, assegnerà dieci fasce ad ultra-alta frequenza (uhf) alle reti nazionali, 4 uhf alle emittenti locali, salvo alcuni aggiustamenti specifici. In Lombardia, Campania e Piemonte orientale, per esempio, le piccole tv potranno accedere a 5 frequenze. Infine una terza frequenza, molto elevata (vhf), servirà a trasmettere i servizi regionali della Rai.

In sostanza le tv dovranno stringersi nelle frequenze 174-230 mhz e 470-694 mhz, ma con le tecnologie legate al digitale terrestre 2 (Dvb-T2). Delle nuove frequenze, un terzo dovrà essere assegnato alle tv locali. Una norma inserita per rispettare il pluralismo. Ma secondo molti operatori, anche piccoli, va superata, perché ha già provocato in passato “la frammentazione dello spettro e l’inefficienza dell’uso della risorsa”. Al contrario, occorrerebbe decidere quanto e quale spettro assegnare in base alla domanda. Anche perché in una sua indagine l’Agcom ha svelato che anche la cessione di frequenze tra emittenti locali rende poco e “presentava, rispetto alle altre fonti di ricavo (come per esempio la pubblicità), l’incidenza più bassa sul totale (11%)”.

Arriviamo un po’ in ritardo su questo tema, si sa che il 5G sarebbe arrivato e che sarebbe dovuto andare su quella banda”, precisa Andrea Giuricin, docente di economia all’università Bocconi di Milano ed esperto di telecomunicazioni. “Sarebbe servito uno studio tecnico per definire come riassegnare le frequenze e calcolare prima l’indennizzo”, aggiunge.

Lo Stato all’incasso
Il governo punta a riscuotere metà delle offerte dell’asta 5G entro la fine dell’anno. Circa 1,2 miliardi di euro, una somma che fa gola a un esecutivo alla disperata ricerca di risorse per finanziare programmi come reddito di cittadinanza e flat tax. I tempi per chiudere l’asta, quindi, potrebbero essere veloci.

L’Italia, d’altro canto, ha accumulato grazie al piano del precedente esecutivo un vantaggio che la pone, con Regno Unito e Germania, in prima linea in Europa nella corsa al 5G. I bandi ministeriali hanno attivato da un anno test in cinque città: Milano, Prato, L’Aquila, Matera e Bari, dove domenica Fastweb ha acceso la prima antenna 5G. E in più le compagnie telefoniche hanno avviato sperimentazioni a Roma e Torino. Totale: 190 milioni di investimenti già a terra. Ma tra il nodo tv, le battaglie intestine nelle aziende (gli azionisti di Telecom Vivendi ed Elliott stanno facendo scintille) e le incognite della gara, il rischio di perdere il passo è tutt’altro che scongiurato.

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