Poker d’Hartz, 15 anni dopo

Dal blog http://www.lintellettualedissidente.it

 

Il mercato del lavoro tedesco dopo le riforme di Peter Hartz.
di Gianmaria Vianova – 10 settembre 2018   

Nel 1997 la Società per la Lingua Tedesca nomina Reformstau – traducibile grezzamente in “stallo delle riforme” – parola dell’anno. Una specie di Premio Oscar per linguisti in gilet di lana, direte. Eh beh no, perché la Germania post-riunificazione era proprio un bel carrozzone: tra il 1989 e il 1999 il tasso di disoccupazione risultava raddoppiato, attestandosi al 10% (Lindlar & Scheremet, 1998). Si fosse trattato di una fase negativa del ciclo economico ciò sarebbe stato anche comprensibile. Le criticità però non erano congiunturali, bensì proprio strutturali (e aggravate dall’ingresso dei tedeschi orientali).

Solo una piccola parte di tutta la disoccupazione tedesca è attribuibile al ciclo economico. Alcuni studi sostengono che il NAIRU tedesco sia aumentato durante gli scorsi decenni, indicando come fattori strutturali giochino un importante ruolo nel problema della disoccupazione in Germania  (Jacobi & Kluve, 2007).

L’Economist non gliele mandava a dire (Germania Paese “malato d’Europa”, sulla “cattiva strada” e che, udite udite, “contribuisce ad indebolire l’Euro”) e ai tedeschi non è mai piaciuto passare per dei mediterranei. Tra il 1991 e il 2003 il Pil tedesco era cresciuto del 18%, la metà di quello del Regno Unito (34%) e dei Paesi Bassi (35%).

A strutturali problemi, strutturali rimedi, quindi strutturali riforme. Schröder stila l’Agenda 2010 e convoca una serie di personaggi appartenenti al mondo dell’imprenditoria tedesca, su tutti Peter Hartz (allora amministratore delegato della Volkswagen), da cui poi la commissione e le riforme presero il nome. “Le chiameremo Riforme Hartz!”, esclamarono davanti ad una bionda appena spillata. Chiamarono Berlino: “Gerard, vorremmo che si facesse così, così, così e pomì”. Schröder, ansioso di far saltare il tappo del reformstau, accettò integralmente le proposte della Commissione.

Gerhard Schröder e Peter Hartz, fautori del blocco di riforme che ha cambiato la Germania per sempre.

Erano le proposte di un gruppo di industriali, che un buon anglofilo non esiterebbe a definire “supply-driven”. Potremmo certamente elencarle tutte meticolosamente e con pignoleria estrema, ma eviteremo al lettore di compulsare sulla rotellina del mouse per saltarle. In sintesi la tetralogia Hartz, perché di quattro pacchetti di riforme tra il 2003 e il 2005 si parla, spostava l’onere dell’essere disoccupato dalla società tutta al singolo. Meno tutele, meno carota e più bastoni (intagliati dai dipendenti dei job center durante gli stage nella Foresta Nera, si scherza). La trinità sulla quale le riforme si basavano era: agevolare l’incontro tra domanda e offerta di manodopera, riattivare scoraggiati e disoccupati, deregolamentare il settore del lavoro a tempo determinato. Riforma dei centri per l’impiego di ispirazione anglosassone, obbligo d’iscrizione, riduzione progressiva dell’indennità di disoccupazione in caso di rifiuto dell’offerta proposta, anche del 30% (Gaskarth, 2014). Quindi decontribuzione per l’assunzione degli over55, deregolamentazione (e non introduzione secca) dei fatidici mini-jobs (su cui ci si soffermerà tra poche righe). Hartz IV – che sembra il nome di un sovrano medioevale, o il nome di un cane di una star di Hollywood – si occupa invece di tutto ciò che residua i pacchetti precedenti, affrontando la questione dei disoccupati di lungo periodo: viene introdotto l’assegno Arbeitslosengeld II.

Tra il 2005 e il 2007 i tasso di occupazione è passato dal 65,2% al 68,5%, con un importante incremento per l’intervallo demografico 55-64 anni (perché prepensionamento, giammai), da 44,85% a 49,88%. Qua punto per Schröder. Bisogna però scavare un attimo e non accontentarsi, perché in quegli anni la Germania subì una fortissima accelerazione nella crescita economica (I trimestre 2005 era a 0,1%, due anni dopo era al 4,8%). Bisogna discernere struttura e congiuntura. Alcuni studi attribuiscono alle riforme il merito della riduzione della disoccupazione, in particolare quella di lungo periodo (Krebs & Scheffel, 2013). La leva principale che ha azionato il mercato del lavoro è stata l’aumento del tasso di partecipazione alla forza lavoro, incrementata del 4,9% tra il 2004 e il 2011 (Bouvard, Rambert, Romanello, & Studer, 2013). L’incontro tra domanda e offerta, quello che sempre gli anglofoni chiamerebbero “matching”, ha giocato un ruolo fondamentale: l’obbligo di iscrizione ai centri per l’impiego e le “sanzioni” in caso di rifiuto di offerte sensate hanno accelerato del 20% il processo di reinserimento nel mercato del lavoro (Bouvard, Rambert, Romanello, & Studer, 2013).

foto2

La svolta di stampo anglosassone è perfettamente in linea con il ruolo di Paese promotore del processo d’integrazione che la Germania ha da sempre rivestito. Non va dimenticato che il Trattato dell’Unione Europea, in vigore dal 1993, all’articolo 3 pone come centrale una “crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva. Questo spiega la flessibilizzazione e la profilazione sistematica dei disoccupati, passando sovente per la rimozione delle tutele contrattuali del tempo determinato. Favorire la formazione di un mercato del lavoro marginale che non intaccasse la stabilità del cuore del mercato del lavoro supportato da lavoratori e sindacati (Eichhorst & Tobsch, 2015). D’altronde di cosa stiamo parlando? Di un nuovo modo di intendere il mercato del lavoro, perlomeno per l’Europa continentale. I risultati si sono palesati immediatamente: tra il dicembre 2003 e il dicembre 2014 il numero dei mini-jobbers è aumentato costantemente da 6,1 a 7,7 milioni di persone. Il trend si è arrestato per la prima volta soltanto nel 2015, dove si è registrata una riduzione di 100.000 unità. Tuttavia tale inversione è da considerarsi un outlier, in quanto nel dicembre 2016 il numero dei mini-jobbers è aumentato a 7,6 milioni  (Duell, 2018).

I dati in valore assoluto non permettono tuttavia di apprezzare il reale impatto di tale contratto sull’occupazione tedesca. 7,6 milioni di lavoratori corrispondono infatti a circa un quinto del numero totale dei dipendenti in Germania (19,3%) (Minijob-Zentrale, 2017) Mentre il numero delle persone con un mini-job come secondo lavoro è aumentato, il numero medio delle ore lavorate ha registrato un declino costante sin dal 1991. Dal 2003 al 2004 il numero di persone con un secondo lavoro è passato da 1,29 a 1,63 milioni e il monte orario nominale della seconda occupazione è aumentato significativamente da 410 milioni di ore a 526. Ciò è ragionevolmente attribuibile alla riforma dei mini-job datata 2003 (Duell, 2018).

Il numero di persone con un secondo lavoro, ore lavorate nel secondo lavoro e monte orario complessivo.

Da notare una notevole discrasia tra il monte orario nominale complessivo e quello medio per persona (che risulta progressivamente in discesa, mentre la dinamica del numero degli impiegati in un secondo lavoro segue quella del monte orario nominale). Il numero medio di ore lavorate, tra l’altro, tiene conto sia del primo che del secondo lavoro. Bisogna attivare la modalità nerd per capirci qualcosa. Sviluppando una regressione lineare (cerchiamo una relazione) avente ad oggetto la partecipazione alla forza lavoro e il numero di lavoratori part-time tra il 1997 e il 2016 il risultato è decisamente interessante:

Regressione lineare con dati OCSE, software RStudio, elaborazione propria.

Tra le due variabili è constatabile una forte correlazione: R quadratico a 0,8244 (ovvero all’82,44%). Sebbene correlazione non significhi causazione, si può ipotizzare che l’aumento della forza lavoro sia stato raggiunto grazie all’apporto di contratti part-time (leggi mini-jobs) e che per questo non vi sia verificato un aumento del monte orario complessivo. Questo lo abbiamo verificato con un’altra correlazione lineare:

Regressione lineare con dati OCSE, software RStudio, elaborazione propria.

All’aumento dell’impiego part-time corrisponde una riduzione del monte orario stesso, con un R quadratico di 0,8275. Insomma uno degli obiettivi della riforma è stato raggiunto: forza lavoro integrata e disoccupazione ridotta, ma con la consapevolezza che i contratti part-time hanno portato ad una riduzione del monte orario complessivo.

Una simile evoluzione non poteva non avere conseguenze. Oggi sappiamo che le riforme Hartz hanno contribuito alla formazione di un settore di occupati a bassa retribuzione: nel 2014 il 20% dei lavoratori tedeschi guadagnava meno di 10 euro l’ora e un terzo meno di 12 euro (Odendahl, 2017). In Europa, peggio solo Paesi baltici, Polonia e Romania. Si è formato un gap tra i contratti termporanei e quelli stabili con mansioni assimilabili (Eichhorst & Tobsch, 2015) e dopo le Riforme i candidati hanno accettato più spesso lavori a peggiori condizioni e minore salario (Rebien & Kettner, 2011). Sebbene la stagnazione dei salari tedeschi inizi negli anni ’90, negli anni successivi la tetralogia Hartz si registra una stagnazione della remunerazione del primo quintile e una riduzione che produce i suoi effetti sino al 2006. Poi gli stipendi ripartono, ma il terzo e il quarto quintile non hanno mai arrestato la loro crescita, ampliando la forbice già esistente.

I dati dei salari spacchettati per quintili mostrano un aumento della forbice tra basse e alte retribuzioni. Il settore a paga bassa è aumentato ininterrottamente dalla fine degli anni ’90.

Studi dimostrano che la perdita nei salari per i gruppi più svantaggiati di lavoratori potrebbe aver portato ad un forte declino nei salari di riserva, presumibilmente collegato ai cambiamenti nel sistema dei benefit: i lavoratori in oggetto soffrono un rischio relativamente alto di diventare disoccupati e di conservare tale status nel lungo periodo (Giannelli, Jaenichen, & Rothe, 2016).

Sintetizzare gli effetti di una riforma del mercato del lavoro non è semplice. Sbaglia chi la considera vettore unico del declino dei salari tedeschi, ma anche chi ne ignora in toto l’impatto lodando unicamente la variazione nel tasso di disoccupazione. Gran parte degli studi, più o meno convintamente, in maniera più o meno circoscritta, rilevano come la creazione di un bacino di lavoratori non coperti dalla contrattazione collettiva (processo in atto sin dagli anni ’90) abbia svolto un ruolo all’interno della compressione salariale, via via più incisivo al scendere dell’entità del salario. Non è un caso l’introduzione del salario minimo nel 2015 e nemmeno l’esplosione dei cosiddetti working poors.

L’allargamento del bacino di lavoratori a bassa retribuzione ha contribuito all’aumento dei working poors, ovvero coloro che pur avendo un lavoro non percepiscono una paga sufficiente per sopravvivere.

Inezie da ricerca accademica, si potrà dire. Il fatto è che la disuguaglianza dei redditi pare stia condizionando – e non poco – tutto lo scacchiere politico tedesco. I dati del 2017 hanno certificato che al ridursi del reddito disponibile vi è un aumento dei voti per l’estrema destra di Alternativa per la Germania (Roth & Wolff, 2017). “Sbagliato, è che sono gli Stati dell’ex Repubblica Democratica Tedesca e la xenofobia”. Nono, è proprio colpa del salario. Uno studio del 2018 (Franz, Fratzscher e Kritikos s.d.) lo ha confermato in maniera analitica e formale:

Un incremento nel reddito annuale disponibile oltre la media nazionale di 21080 euro porta ad una riduzione dei voti per Alternativa per la Germania. Di converso, i voti per AfD aumentano in distretti dove i redditi sono inferiori alla media nazionale. L’effetto stimato di una variazione di 2287 euro nella performance di AfD è approssimativamente 0,59 punti percentuali.

Sull’asse verticale la percentuale di voti per AfD, su quello orizzontale il reddito disponibile. All’aumentare degli stipenti crollano i voti per il partito di estrema destra.

Prima di chiudere è bene altresì minimizzare il ruolo delle riforme Hartz durante la crisi economica. Gli strumenti messi in atto, tesi soprattutto a riconciliare disoccupati e part-time con il mercato, non sono stati attivati: non vi è una correlazione diretta tra la buona performance dell’occupazione tedesca durante la Grande Recessione e le riforme in oggetto (Stein, Lindner, Sturn, & van Treeck, 2010). Il segreto di Berlino è stata la flessibilità interna, cioè dell’orario di lavoro, e non quella esterna.

In definitiva il modello tedesco, più che modello, si è rivelato una scelta. Sbaglia chi lo definisce nirvana delle riforme del mercato del lavoro, sbaglia chi non ne trae alcuna lezione. La moderazione è imprescindibile quando si affronta la disciplina del rapporto tra i salariati e i datori di lavoro, lavoro e capitale, vite umane e dignità.


Bibliografia

Bouvard, Flore, Laurence Rambert, Lucile Romanello, e Nicolas Studer. How have Hartz reforms shaped the German labour market? Parigi: Ministero dell’economia e delle finanze francese e Ministero del commercio francese, 2013;
Duell, Nicola. Case study – Gaps in access to social protection for mini-jobs in Germany. Directorate-General for Employment, Social Affairs and Inclusion, European Commission, Lussemburgo: Publications Office of the European Union, 2018;
Eichhorst, Werner, e Verena Tobsch. «Not so standard anymore? Employment duality in Germany.» J Labour Market Res (Institut für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung), n. 48 (2015): 81–95;
Franz, Christian, Marcel Fratzscher, e Alexander Kritikos. German right-wing party AfD finds more support in rural areas with aging populations.Berlino: DIW;
Gaskarth, Glyn. The Hartz Reforms and their lessons for the UK. Centre for Policy Studies, 2014;
Giannelli, Gianna Claudia, Ursula Jaenichen, e Thomas Rothe. «The evolution of job stability and wages after the implementation of the Hartz reforms.»Journal for Labour Market Research, 2016: 269-294;
Jacobi, Lena, e Jochen Kluve. «Before and after the hartz reforms: the performance of active labour market policy in Germany, Zeitschrift für arbeitsmarktforschung.» Journal for labour market research, 2007: 45-64;
Krebs, Tom, e Martin Scheffel. Macroeconomic Evaluation of Labor Market. IMF Working Paper, 2013;
Lindlar, Ludger, e Wolfgang Scheremet. Germany’s slump explaining the unemployment crisis of the 1990s. DIW discussion papers, no. 169, 1998;
Odendahl, Christian. The Hartz myth, A closer look at Germany’s labour market reforms. Centre for european reforms, 2017;
Rebien, Martina, e Anja Kettner. «Die Konzessionsbereitschaft von arbeitslosen Bewerbern und Beschäftigten nach den Hartz-Reformen.» WSI Mitteilungen, 2011: 218-225;
Roth, Alexander, e Guntram Wolff. What has driven the votes for Germany’s right-wing Alternative für Deutschland? 5 Ottobre 2017;
Stein, Alexander Hertzog, Fabian Lindner, Simon Sturn, e Till van Treeck. From a source of weakness to a tower of strength? The changing German labour market. IMK, 2010.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: