Idlib: tutto tace sul Fronte Nord

Dal blog https://comedonchisciotte.org

ROBERT FISK
independent.co.uk

A tutti i giornalisti piacerebbe iniziare un articolo con le parole: “Tutto tace sul Fronte Occidentale”. O anche sul Fronte Orientale. Io però avevo scritto sul mio blocco per appunti: “tutto tace sul Fronte Nord”, mentre viaggiavo su una strada di campagna in direzione nord, verso il remoto villaggio di Kansabba, sulla linea del fronte siriano, di fronte alla provincia di Idlib, proprio quando un pezzo di artiglieria nascosto nella foresta aveva sparato un colpo sopra le nostre teste. Al rumore dell’esplosione (sulle colline a nord-est) erano occorsi 25 secondi per ritornare fino a noi, attutito dagli alberi. Poi un secondo colpo. E un terzo. Alcuni soldati siriani in motocicletta erano passati lungo la strada. I fronti di guerra sono così. Il riverbero del sole, molte nuvole, una ventosa strada di campagna, un’esplosione e poi un gregge di pecore che esce da un campo condotto da un pastore incappucciato.

Lasciamo allora perdere la parte del “tutto tace”. Ma qui c’è il problema. La Siria non ha assolutamente nascosto di aver ammassato 100.000 uomini tutto intorno alla provincia di Idlib per la “battaglia finale” contro i suoi nemici islamici; in pratica, chiunque fosse stato persuaso (tramite l’aiuto dei Russi) a riconciliarsi con il governo siriano avrebbe potuto ritornare a “casa” (Tajikistan, Arabia Saudita, Afghanistan, Cecenia, scegliete voi) o arrendersi. E, come tutti sappiamo, molti degli Jihadisti nella “discarica” dei terroristi di Idlib (Russi e Siriani ora usano il “terrorismo” con la stessa alacrità di George W. Bush dopo l’invasione dell’Iraq) hanno preferito continuare a combattere ad Idlib, dopo aver perso le grandi città della Siria.

Poi ci sono gli “esperti” occidentali, che ci dicono che ad Idlib ci sarebbero 30.000 combattenti. Io credo non più di 10.000. I civili, ci informano, sarebbero fra i 2,5 e i 3 milioni, in altre parole, mezzo milione potrebbe anche non esserci. Il numero dei civili rimasti intrappolati ad Aleppo-Est si era rivelato, alla fine dell’assedio nel 2016, una grossa esagerazione. Ma può darsi che i numeri di Idlib siano quelli giusti. E, del resto, come facciamo a sapere che i soldati siriani sono veramente 100.000? Se così fosse si tratterebbe del più grosso concentramento di truppe siriane dall’inizio della guerra.

Questi avvertimenti trumpiani/europei/merkeliani/erdoganiani riguardanti catastrofi umanitarie, omicidi di massa, attacchi chimici e Armageddon vari mi hanno fatto andare in giro per ben due gioni lungo la linea del fronte siriano; e, tuttavia, l’enorme massa delle truppe di invasione siriane è rimasta sempre stranamente elusiva. Ho viaggiato dal confine turco fino a Kassab, attraverso Rabia e Kansabba, dietro Jourine e fino alla strada utilizzata per i rifornimenti dalle truppe siriane, da Hama a Abu Adh Duhour, e attraverso villaggi sconosciuti al di fuori della Siria, Omalhouteh, Tel Maseh, Ewanat Skieh, Bardah, Kafr Abeed, Blass, Alhadein  e di concentramenti di truppe siriane neanche l’ombra.

E’ questo veramente l’inizio dell’ultima battaglia, continuavo a chiedermi? In un boschetto ad est di Kassab ci siamo trovati improvvisamente di fronte a 200 militari siriani in parata, elmetto in testa e sull’attenti e il loro comandante ci aveva fatto rincorrere da un soldato in motocicletta per chiederci il perché avessimo scattato delle fotografie (perché quella era sicuramente una bella foto da Corriere dei Piccoli [Boys’ Own Paper] da pubblicare su The Independent). Lettori, per favore, osservate la foto scattata dal mio collega che accompagna l’articolo. Ma non c’erano mezzi blindati, nessun Iraniano, nessun Russo, niente Hezbollah o convogli di artiglieria da campagna (anche se, un paio di settimane fa, avevo visto le foto dei convogli siriani) e gli unici concentramenti di forze che ho incontrato sono state alcune greggi di pecore e, nei pressi di Aleppo, una carovana di cammelli. Non un solo soldato che portasse una maschera antigas. Cosa che, in qualunque parte del fronte, sarebbe un indizio sicuro di un imminente attacco chimico, da qualunque parte provenga.

Ora, questo non significa che laggiù non ci sia un esercito pronto ad invadere. Forse è dietro le prime linee o ancora più indietro, sopra Aleppo, che fa passare il tempo e aspetta l’ora x bivaccando lontano da qui. I Siriani hanno annunciato ad alta voce la loro intenzione di schiacciare l’ultimo bastione islamico di Idlib (e posso confermare che i jet siriani erano decollati dalla base di Hama sabato mattina attorno alle 8,30 perché, mentre facevo colazione, potevo sentire il loro rumore ad un miglio di distanza), ma non ho visto nessuna nuvola di fumo sopra Jisr al-Chougour ad est di Idlib un paio d’ore dopo, quando il mio sguardo, dalla fin troppo dissestata strada militare dei rifornimenti, poteva spaziare fino ad Aleppo. Un solitario elicottero siriano di fabbricazione russa era passato a volo radente sul deserto presso Abu Adh Dahour, la cui base aerea era stata riconquistata dalle forze siriane un anno fa. Uno e basta.

Così, ecco quello che ho trovato nel mio viaggio di 500 km. intorno alla frontiera di Idlib. Al vecchio posto di confine di Kassab i Turchi stanno ancora costruendo lungo tutta la linea di demarcazione con la Siria un massiccio muro di cemento, illuminato e con in cima il filo spinato, alle pendici di una montagna avvolta nelle nuvole che ha sulla vetta, appena visibile, una batteria di antenne radio. Da qui, mi ha detto un capitano siriano, la NATO può osservare quello che succede in Siria e probabilmente può intercettare le comunicazioni siriane, anche se, apparentemente, i Siriani non possono fare lo stesso con quelle della NATO. Ero salito sulle scale di una casa diroccata (sui muri interni c’erano ancora i graffiti degli ex-occupanti, le truppe islamiche di al-Nusrah) e avevo gettato lo sguardo oltre il confine. Dalla parte turca del posto di frontiera c’era persino un busto di Mustafa Kemal Ataturk.

Poi una sensazione di déjà vu. All’improvviso alcuni di agenti di sicurezza siriani si erano diretti verso di noi e avevano chiesto ai militari siriani [che ci accompagnavano] che cosa stessimo facendo. Prima che potessimo andarcene c’era stato un alterco (un momento assai istruttivo) fra i rappresentanti delle due diverse autorità siriane. Interessante. Ma, esattamente due anni fa, lo stesso personale militare siriano si era trovato di fronte, nello stesso posto, agli stessi uomini della sicurezza, che avevano fatto le stesse domande riguardanti la mia presenza. Una replica davvero niente male. E, quando mi ero spostato più ad est, quei cannoni in mezzo alla foresta avevano iniziato a sparare; certo, l’artiglieria siriana due anni fa era nel medesimo posto, probabilmente con gli stessi cannoni, e aveva tirato proiettili sopra le nostre teste verso le stesse, distanti colline tenute da al-Nusrah. Certe cose non cambiano mai, suppongo.

E poi, presso Kansafet, ero salito sulle scale sgretolate di una villa semidiroccata dalle cannonate, con le truppe di prima linea siriane che ammucchiavano sacchetti di sabbia su una moschea e su una chiesa, entrambe distrutte, quando ci aveva sfiorato una pallottola sparata da un cecchino di al-Nusrah appostato più in alto. Quando avevo fatto presente ad un cortese ufficiale siriano che, secondo me, non ci sarebbe stata nessuna grande offensiva, giusto un lento rosicchiamento dei confini del mini-califfato di Idlib, mentre continuavano i colloqui di “riconciliazione” fra Siriani, Russi, Turchi, i vari gruppi armati e, magari, le decine di migliaia di civili intrappolati, il militare aveva annuito e mi aveva detto che “avevo ragione al 50%”.

E’ stato un viaggio strano. Una larga autostrada vuota (i suoi catelli blu con le scritte Aleppo, Latakia, Damasco fanno capire che si tratta della vecchia autostrada internazionale M4, bloccata dai combattenti di Idlib), un altissimo viadotto ferroviario conquistato dall’esercito siriano e una massiccia, ma incompleta, diga fluviale in cemento le cui attrezzature, ci dicono i Siriani, erano state smontate da al-Nusrah e rivendute ai Turchi. E migliaia e migliaia, e ancora migliaia di case diroccate e abbandonate, stalle e ricoveri, tutto distrutto negli ultimi tre anni di combattimenti. Al-Nusrah aveva cercato di demolire un ponte stradale, ma le loro cariche, esplose molto tempo fa, sembra avessero deflagrato verso il basso invece che verso l’alto, e la struttura è ancora in piedi.

E’ stato più o meno in quel momento che ho capito lo scopo della presenza dell’esercito siriano in quel settore. Non per un’offensiva verso Idlib, ma, sospetto, piuttosto per respingere i combattenti avversari che, a causa dei bombardamenti aerei, cercassero scampo ad ovest per attraversare il confine fortificato con la Turchia. Se ci sarà una battaglia finale, questa volta non è previsto che ai nemici in armi della Siria venga dato il permesso di esfiltrare, a meno che, ovviamente, Russi, Iraniani e Turchi, alla luce dei colloqui assai poco soddisfacenti della settimana scorsa a Teheran, non riescano comunque ad arrivare ad un accordo di pace.

E così questo non è il trampolino di lancio per un attacco contro Idlib. “Questo posto è così pieno di montagne, vallate, colline e rocce; ci vorrebbero sei divisioni per combattere qui e noi ne abbiamo solo una”, aveva ammesso un ufficiale siriano. In ogni caso, mi ero chiesto, come si fa ad iniziare un attacco di forze corazzate in mezzo ad una foresta? E dimenticatevi il ricordo delle Ardenne. Queste colline boscose sono molto più difficili da attraversare, non parliamo poi di conquistarle, nello stile degli Assiri di Byron, come un lupo in un ovile.

Più oltre, sulle montagne, un gruppetto di vecchi carri T-62, reperti del Patto di Varsavia, se ne stava a ridosso della strada, in mezzo a folate di vento a 120 km/h. La vecchia strada militare ad est della provincia di Idlib, piena di buche e affiancata dagli stessi villaggi diroccati, era segnata solo dai posti di controllo siriani, con le ormai familiari bandiere bianche rosse e nere, fiancheggiata da ampie distese desertiche. A parte l’elicottero solitario, non c’era alcun segno di imminente catastrofe per la popolazione o i difensori di Idlib. La sabbia sembrava essere proprio il cliché di tutti i reportage di guerra, un deserto deserto, con l’orizzonte a 25 km. di distanza. Potevano essere laggiù le legioni siriane, nella calura opprimente, ad aspettare il momento dell’attacco? Può anche essere, ma credo che avrei dovuto vederne almeno qualcuna. Fuori Aleppo, sei grossi autocarri da rifornimento, appena arrivati dalla Russia, si arrampicano su una collina. Sono tutti vuoti.

I villaggi di questo tour della linea del fronte sono tutti poveri e deprimenti. In alcuni, nell’ultima parte del viaggio, per lo più abbandonati, si possono ancora vedere i resti dei pozzi di petrolio clandestini di al-Nusrah, una massa di rottami metallici circondati da pozze nere, ma, vicino ad Aleppo, alcuni negozi hanno riaperto. Ma chi ha voglia di ritornare qui, quando l’ultima offensiva siriana vittoriosa a Deraa era terminata con una misteriosa incursione dell’ISIS in cui erano stati massacrati decine di civili Drusi?

Avevo fatto il viaggio di ritorno utilizzando la strada dei rifornimenti. Quaranta soldati in una caffetteria di lamiera ondulata, cinque elicotteri (uno in ricognizione attorno alla base riconquistata), una vecchia postazione radar e quattro autocarri civili coperti. Non molto che indichi una imminente “Operazione Alba ad Idlib”, come ora la definisce ufficialmente l’esercito siriano.

Ovviamente, non si può avere una guerra senza fare la guerra. Per quanto veri o falsi possano essere i resoconti di pesanti attacchi aerei su Idlib (e rimane il fatto che non uno dei giornalisti occidentali che li riporta, per quel che so, si trova proprio ad Idlib), sarebbe ridicolo affermare che Russi e Siriani non stiano bombardando la provincia e le sue cittadine. Lo stanno facendo. Visitare il fronte sulle strade militari, come ho appena fatto dal lato siriano, non significa poter vedere ogni vallata, ogni uadi o ogni distesa desertica. E’ assodato che in questa zona esistono diversi posti di osservazione russi, ma io non li ho visti. E c’è anche una postazione turca, installata in base agli accordi di “de-escalation” con la Russia, che non sono riuscito a trovare.

La mia opinione è che la “battaglia finale” sia ancora abbastanza lontana. Ci sarà, sicuramente. Il governo siriano ha affermato più volte che non permetterà ai suoi nemici di occupare una provincia di 6.097 km. quadrati (attenzione, ANCHE questi numeri sembrano un tantino esagerati), ma la Siria non vuole entrare in guerra con la Turchia.

I Turchi, che di questi uomini ne hanno fatti entrare così tanti in Siria, faranno una ricognizione del campo di battaglia e saranno intimiditi dal concentramento delle truppe siriane (perché, indubbiamente indagheranno meglio di me)? No, non penso che i Turchi saranno intimiditi. Ma, con la mano di Vladimir Putin sulla spalla, il Sultano Erdogan d’oltre confine potrebbe anche diventare un po’ più accomodante. Forse qualcuno ritirerà i combattenti stranieri. O li manderà a combattere e a morire in un altro paese. Magari in Libia? O nello Yemen? Questi uomini (e le loro famiglie) in questi ultimi anni hanno viaggiato molto in Medio Oriente. Ci saranno ancora negoziati, sospetto, fra Putin, Erdogan e Assad e, con la mediazione di Putin, magari anche con i Sauditi. Intanto i nostri leaders continuano a sbuffare e grugnire, sbavare e ruggire mentre, al di la della vallata, i cannoni siriani, statene certi, hanno sparato anche questa mattina.

Allora, non tutto è tranquillo sul Fronte Nord. Ma non è ancora una guerra.

Robert Fisk

Fonte: independent.co.uk
Link: https://www.independent.co.uk/voices/syria-last-battle-idlib-robert-fisk-latest-a8530796.html
11.09.2018
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

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