Spread: va bene gridare “al lupo!”, ma non esageriamo

dal blog Politica e Società

19 SETTEMBRE 2018

Quando si parla di SPREAD   “ci si riferisce alla differenza di rendimento tra i titoli di Stato italiani con scadenza a 10 anni e i corrispondenti titoli tedeschi (sempre con scadenza a 10 anni). Si prende come riferimento la scadenza a 10 anni perché è considerato un lasso di tempo più attendibile per misurare con più efficacia la percezione dei mercati sul rischio sui debiti dei due Paesi (se si prendessero titoli a breve scadenza il dato potrebbe essere maggiormente viziato da volatilità e fattori speculativi)”. (fonte: – Il Sole 24 Ore – nota 1).

Ormai tutti abbiamo imparato che quando lo spread sale ci dobbiamo prontamente incupire e quando scende possiamo guardare alla vita con un pizzico di rinnovato ottimismo. Insomma sbalzi di umore quotidiani di cui potremmo anche fare a meno e più insidiosi del colesterolo a 400. Di ciò dobbiamo ringraziare i mass-media i quali normalmente enfatizzano la questione come se cinicamente provassero gusto a toglierci il sonno (personalmente però dormo benissimo), rammentandoci i soliti 2 spauracchi (sempre quelli): un costo maggiore per lo Stato in termini di interessi da pagare sul debito pubblico e l’aumento del costo dei nostri mutui.

Insomma, l’invasione delle cavallette per tutti.

Ma è davvero così? In parte sì e in parte no.

Tralasciando commenti sulla qualità e la imparzialità della informazione nazionale analizziamo brevemente le due affermazioni.

A) i maggiori interessi da pagare sul debito: lo stock di debito pubblico italiano ammonta ad € 2.323 miliardi espresso per la maggior parte in titoli dello Stato detenuti da privati e investitori istituzionali italiani e stranieri. Su questo importo i tassi di interesse sono già stati fissati al momento della emissione motivo per cui l’aumento dello spread non incide minimamente sugli interessi che lo Stato dovrà pagare sui titoli già esistenti. Il problema riguarda le nuove emissioni che però avvengono, in sostituzione di titoli via via in scadenza, progressivamente nel tempo. Ed è su queste nuove emissioni che lo Stato eventualmente paga un aggravio di interessi dovuto all’incremento dello spread. La “duration” media del debito pubblico italiano è al 30/6/2018 pari a 82,5 mesi ovvero a 6,875 anni (fonte: nota 2). Ciò significa che l’intero debito pubblico effettua un ricambio totale in quasi 7 anni. Pertanto se lo spread aumenta di 1 punto, l’effetto negativo di tale aumento sarebbe massimo su tutto lo stock di debito nel giro di ben 7 anni. In altre parole gli effetti immediati di uno spread più alto si producono solo ed esclusivamente sulla quota del debito che viene rinnovato volta per volta e che corrisponde ad una frazione del totale (mediamente ogni anno vanno a scadenza 338 miliardi di debito per cui ogni punto di aumento di spread causa – indicativamente – un aggravio di 3,38 miliardi di euro nel primo anno).

È una buona notizia? Fino ad un certo punto. 3,38 miliardi di maggiori interessi ogni anno non sono noccioline ma neppure le 7 piaghe d’Egitto.

B) l’aumento del costo dei mutui (per privati ed imprese): qui il ragionamento è lo stesso. Lo stock di mutui esistente non viene minimamente intaccato dall’aumento dello spread poiché il tasso che il cliente paga alla banca – se questo è variabile – è composto dal tasso base (di solito euribor o eurirs) che non viene minimamente scalfito dall’avanzata dello spread italiano, maggiorato del margine della banca – che si chiama spread anche lui – e che viene fissato per contratto e per tutta la durata non risentendo quindi di eventi esterni. Inoltre quasi l’80% dei mutui casa nel nostro Paese è a tasso fisso quindi immutabile nel tempo sino alla scadenza, motivo per il quale i mutuatari a tasso fisso – come del resto anche i loro omologhi nel tasso variabile – possono dormire tra quattro guanciali.

E allora a cosa si riferiscono i media e taluni politici molto in cattiva fede quando gridano “al lupo, al lupo”? Si riferiscono anche qui, come nel caso dei titoli di Stato, ai nuovi mutui. Uno spread più alto potrebbe incidere sul costo che le banche sostengono per reperire denaro sul mercato, costo che verrebbe retrocesso sul cliente. Per capire la minima entità del “danno” provocato da questo meccanismo basti pensare che lo stock dei soli mutui casa nel 2016 era pari ad € 301 miliardi salito a fine 2017 ad € 310 miliardi con un incremento quindi di 9 miliardi (fonte: nota 3). Ed è solo su quei 9 miliardi che l’eventuale incremento dello spread dispiegherebbe i suoi effetti negativi (ovvero sulle nuove erogazioni per un controvalore annuo pari ad appena il 3% dello stock !!).

 

Riepilogando: quasi vera la prima affermazione e quasi completamente falsa la seconda. Scenari apocalittici? Forse sì ma solo nel medio-lungo termine. Effetti nel breve, pochini.

Siamo alle solite: a colpi di spread si è mandato a casa un governo il quale – piacesse o meno – si era insediato dopo libere elezioni democratiche. Ogni tanto ci si riprova anche adesso e la (cattiva) informazione e chi la gestisce e la controlla viene utilizzata come strumento di lotta politica tanto più insidioso quanto più i cronisti, anziché essere veri giornalisti, sono cani da riporto col guinzaglio più o meno lungo.

Ma si sa: il somaro lo si lega dove vuole il padrone.

 

nota 1) http://www.oipamagazine.it/2018/09/07/andamento-delle-consistenze-stock-di-mutui-al-massimo-dal-2011/

nota 2) http://www.dt.tesoro.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/debito_pubblico/dati_statistici/Vita_media_ponderata_dei_titoli_di_Stato_30.06.2018.pdf

nota 3) http://www.oipamagazine.it/2018/09/07/andamento-delle-consistenze-stock-di-mutui-al-massimo-dal-2011/

 

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