C’è un’America che si mobilita per tagliare le emissioni… dal basso

dal blog https://www.qualenergia.it/

Stati, città e aziende americani hanno le carte in regola per tagliare le emissioni avvicinandosi al target Usa, anche senza l’appoggio del governo federale. Un’analisi dimostra come la decarbonizzazione dell’economia possa essere condotta dai diversi attori dell’economia reale, partendo da strategie locali e dal basso.

Come potranno mantenere gli impegni sul clima Stati, città e aziende statunitensi contro la volontà del governo federale rappresentata dal presidente Trump?

Ci potranno essere sviluppi significativi nella protezione del clima con le iniziative dal basso che si stanno attuando? I target Usa potrebbero essere raggiunti nonostante il contrasto agli accordi di Parigi da parte del governo centrale ?

Queste sono alcune domande che il governatore della California, Jerry Brown (vedi le sue ultime politiche per il 100% rinnovabili), e l’ex sindaco di New York, Mike Bloomberg, si sono subito posti per sopperire all’abbandono dell’accordo di Parigi annunciato da Donald Trump subito dopo il suo insediamento alla Casa Bianca.

Circa un anno fa hanno lanciato alla conferenza di Bonn un’iniziativa, America’s Pledge, per aggregare, analizzare e mostrare le azioni che si stanno intraprendendo negli Stati Uniti in tutte le aree dell’economia reale. Un lavoro condotto dal Rocky Mountain Institute (RMI) e dall’Università del Maryland.

A novembre del 2017 era stato già presentato un primo rapporto che spiegava come guidare gli Stati Uniti verso un’economia a basso impatto ambientale, attraverso un’azione coordinata di Stati, città metropolitane, università e aziende.

Il peso di questi attori nello spingere nella direzione degli accordi sul clima è ora stimato dagli autori del nuovo rapporto, che fa il punto su questa iniziativa, in circa la metà dell’economia statunitense e rappresenta ben oltre la metà della popolazione. Una sorta di coalizione liquida e attiva pronta ad affrontare la sfida climatica ed energetica (e le politiche di Trump) che in questo anno ha continuato a crescere.

Oggi rappresenterebbe un giro d’affari di circa 11.400 miliardi di dollari e almeno 173 milioni di americani, numeri che potrebbero essere assimilati a quelli di un Paese ipotetico al terzo posto nel mondo per grandezza.

Il team che ha seguito l’iniziativa, elaborando un rigoroso modello di analisi di questo approccio bottom-up made in Usa, ha realizzato un quadro complessivo e integrato, il più completo fino ad oggi, su quanto le emissioni statunitensi possano essere ridotte grazie all’azione e alle strategie di questi attori economici e senza quel ruolo di guida che doveva essere assunto dal governo federale.

Dunque, il recente report, Fulfilling America’s Pledge (allegato in basso) fa il punto sul modello adottato e sugli impegni di 50 Stati americani, delle 285 città più grandi e di un ampio numero di aziende e settori in relazione al loro impatto sul clima, combinandoli con le diverse forze di mercato e l’andamento dell’economia.

Al momento risulta che questo complesso di iniziative sarebbe in linea per tagliare, al 2025, del 17% le emissioni di gas serra Usa rispetto al 2005, in pratica una riduzione pari a due terzi dell’originario target del paese.

Questi attori hanno già adottato specifici obiettivi sulle emissioni che potrebbero diminuire ogni anno di 500 milioni le tonnellate di CO2 già entro il 2025 rispetto ad un’ipotesi business-as-usual, cioè con scenario immutato rispetto agli anni passati.

Ad esempio le varie politiche energetiche sulle rinnovabili, locali e nazionali, come ad esempio il programma RPS, Renewables Portfolio Standard, che stabilisce una serie di obiettivi fino al 2030, dovrebbero far crescere la domanda di fonti pulite (ad esclusione dell’idroelettrico) di oltre 500 TWh entro il 2025, una quantità di elettricità capace di soddisfare il fabbisogno annuale di 56 milioni di abitazioni.

Sul fronte dell’efficienza energetica le politiche e i piani di Stati, municipalità e utility potrebbero portare, a metà del prossimo decennio, al risultato di un risparmio annuale di energia pari a 200 TWh. Questo dato è assimilabile al consumo elettrico di 22 milioni di abitazioni oppure alla chiusura di 37 impianti termoelettrici alimentati a carbone.

Lo studio ha identificato, rispetto alle attuali politiche intraprese da questi attori, dieci specifiche strategie ad alto impatto di breve periodo e, soprattutto, misurabili, in grado di portare al 2025 la riduzione delle emissioni fino al 21% rispetto al 2005.

Le dieci azioni strategiche sono in sintesi le seguenti:

  1. raddoppiare il target per le rinnovabili
  2. accelerare il pensionamento delle centrali a carbone
  3. incoraggiare interventi di efficientamento dell’edilizia esistente
  4. elettrificare gli usi dell’energia nel settore residenziale
  5. accelerare l’adozione di veicoli elettrici
  6. eliminare gradualmente l’uso di inquinanti come gli HFC
  7. fermare le perdite di metano in fase di estrazione
  8. ridurre le perdite di gas metano nelle città
  9. sviluppare strategie regionali per il sequestro del carbonio
  10. definire coalizioni statali per il carbon pricing

Ancora più ottimisticamente, gli autori del documento, ritengono che espandendo questa coalizione di soggetti economici coinvolti e coinvolgibili nella battaglia per i target climatici, grazie anche a vincoli legali e politici realistici e ad una mobilitazione più ampia, l‘obiettivo potrebbe arrivare a -24%, cioè proprio ad un passettino dal target Usa.

Questa è un’analisi particolarmente stimolante alla luce del disimpegno, nei fatti, di molti governi e che dimostra come la decarbonizzazione dell’economia possa essere condotta dai diversi attori dell’economia reale, anche senza l’aiuto dello Stato centrale. Ottenere però un risultato concreto richiede uno sforzo molto complesso di collaborazione, oltre che l’impegno di tutti nel medio periodo.

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