L’Unione africana, culmine ed epilogo della Jamahiriyya

dal blog http://www.lintellettualedissidente.it

Dal ‘Terzo Cerchio’ nasseriano al ruolo della Cina: intorno al mito dell’Unità africana, sotto l’egida e la potenza della Jamahiriyya, si chiuse l’ultimo vero esperimento terzomondista del nostro tempo.
di Massimiliano Vino – 18 settembre 2018   

Lo aveva delineato già Nasser negli anni Cinquanta, agli esordi del primo e del più grande esperimento di socialismo arabo nella storia: l’idea dei tre cerchi concentrici. Un cerchio nazionale, quello egiziano; un cerchio arabo e islamico, comprendente il Medio Oriente e il Nord Africa; un cerchio africano e africanista, di cui l’Egitto sarebbe stato perno e motore di emancipazione dal colonialismo occidentale in ritirata. Questo progetto, misto di ideologie terzomondiste e anti-imperialiste, di nation building post-coloniale e di strategia geopolitica, fu il cardine entro cui furono concepite in rapida successione la crisi di Suez (1956) e la nascita della Repubblica Araba Unita (1958) formata da Siria ed Egitto.

Gamal Abdel Nasser

Unire il mondo arabo e riscattare l’indipendenza nazionale. I risultati furono sostanzialmente deludenti, ma alimentarono le fantasie di altri nascenti leader del mondo arabo. L’ascesa di Gheddafi (1969) si colloca sostanzialmente sullo stesso piano; ed è anzi impossibile comprendere le politiche espansive del Colonnello, senza l’essenziale apporto nasseriano. Gheddafi concepì in effetti la propria ascesa al potere in Libia come propedeutica al completamento del progetto di unificazione del mondo arabo in funzione anti-occidentale ed anti-imperialista, sempre seguendo la teoria dei tre cerchi. Questa prospettiva aiuta a comprendere il passaggio graduale dalla Repubblica di Libia alla Federazione delle Repubbliche Arabe (1971-1977), fino al passaggio ulteriore della Gran Jamahiriyya Araba Libica Popolare Socialista. Deluso dalle divisioni interne alla Lega Araba, dall’atteggiamento dell’Egitto post-Nasser e posto in isolamento internazionale per via dell’appoggio, diretto o indiretto, a numerosi gruppi di azione terroristi in tutto il mondo, Gheddafi si rivolse allora al Terzo Cerchio, quello africano (rimasto praticamente intoccato da Nasser) ponendo l’accento ancora una volta su una idea anticolonialista. Il 3 aprile del 2000 al vertice euro-africano del Cairo si pose come capofila dei leader africani richiedenti aiuti all’Europa, anziché ingerenze o “prediche sui diritti umani”.

Alle parole seguirono i fatti, con una costante opera di mediazione in Etiopia-Eritrea, Sierra Leone, Somalia, Sudan, Burundi e Repubblica Democratica del Congo. Imponenti furono le opere di investimento, favorite dalla congiuntura economica favorevole data dall’aumento del prezzo del petrolio, in tutta l’area del Sahel. L’anno prima del vertice del Cairo, il 5 settembre, Gheddafi invitò i governi di 44 stati africani a promuovere mediante pace e dialogo l’unità del continente africano. Il summit di Lomè, nel luglio del 2000, sancì formalmente la nascita dell’Unione africana. Profondi furono i cambiamenti anche stilistici del qa’id Gheddafi, il quale passò dalle uniforme militari ai caffettani tradizionali libici, aventi ben in evidenza il profilo del continente africano (spesso di colore verde, per richiamare anche simbolicamente il ruolo propulsore della Jamahiriyya.

Gheddafi parla in qualità di Presidente dell'Unione Africana nel palazzo ONU di Addis Abeba alla sua elezione nel febbraio 2009.

Dopo la fine del regime di Gheddafi ciò che lo squarcio libico offre oggi più che mai all’Europa e all’Italia è la possibilità di vedere al di là del Sahara. Laddove si è dispiegato l’ultimo e ambizioso piano di Gheddafi di veder crescere il continente africano come un’unica entità politica, si sta ora rivelando tutta la potenza dell’espansionismo cinese. Nata come idea e come manifesto terzomondista con Nasser, il Terzo Cerchio, quello panafricano, può trovare oggi realizzazione all’ombra del nuovo impero cinese. Questo cerchio potrebbe paradossalmente includere anche il Secondo, quello di matrice araba e islamica, dato che la Nuova Via della Seta propugnata dalla Repubblica Popolare, necessiterà della collaborazione di un numero elevatissimo di attori politici locali, dai paesi dell’Asia Centrale, fino al Medio Oriente in fiamme, passando per la Russia di Putin, fino ai Balcani e all’Italia.

L’Africa sta ricevendo consistenti aiuti finanziari cinesi atti a favorire lo sviluppo della propria economia. Il modello pare essere ancora quello di Nasser e Gheddafi, fautori di un’indipendenza economica capace di portare alla completa autonomia politica delle ex colonie dalle potenze occidentali. Il fatto che a guidare questo processo sia però un attore esterno al contesto africano – giacché né il Sudafrica, né tantomeno la Libia devastata, paiono avere la forza per mantenere la propria leadership continentale – getta più di qualche ombra sul protagonismo cinese. Potenza non occidentale, certamente, ma anche radicalmente lontana dall’idea di emancipazione e di soluzione “locale” prospettata dai leader del mondo arabo e africano. Verrebbe da chiedersi se e come una Libia ancora saldamente in mano a Gheddafi avrebbe risposto all’espansionismo economico cinese; lui, il nemico giurato di ogni imperialismo, l’ultimo leader del Terzo Mondo arabo e africano.

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