Quel vampiro di Louis-Ferdinand Céline

dal blog https://www.lintellettualedissidente.it

Nella leggenda della sua vita, Céline disprezzava il mondo e adorava l’eccesso; rifiutava il progresso, la democrazia e il lavoro lasciandosi travolgere dall’impazienza amorosa. Una personalità diabolica la sua, in perenne lotta contro la creazione ed il Creatore stesso.
di Guido Andrea Pautasso – 22 ottobre 2018   

Louis Ferdinand Destouches alias Louis-Ferdinand Céline, in Bagatelles pour un massacre, ha lanciato il suo proclama contro l’umanità:

Devo dire che con Popol ci siamo trovati d’accordo lo stesso; e abbiamo concluso: “Sono dei vampiri! Ci fanno un danno immenso! Non possiamo tenerli in casa nostra!”

Per il doppio Destouches/Céline, l’Uomo, incapace di trovare qualcosa di straordinario nei brevi istanti della sua esistenza e prigioniero di un corpo cui la natura ha concesso solo poco tempo, era proprio un Vampiro. Secondo lui, erano vampiri anche gli Accademici, gli intellettuali, il Progresso incarnato nella guerra, l’Ebreo, il Negro e il Cinese – con cui Céline chiude la lista. Insieme, essi rappresentavano tutte le personificazioni della paura di un uomo che aveva trovato nella scrittura l’estremo tentativo di sconvolgere l’intera creazione universale e lanciato una bomba contro l’intero edificio della nostra umanità.

Apologeta del male, Céline aveva fondato la sua causa sul Nulla, come Max Stirner, e aveva cercato nell’insurrezione una ascesi individuale, aristocratica, ed ebbro di distruzione aveva inseguito la sua libertà totale nella violenza della narrazione. Grazie all’iperbole del suo narrare era riuscito a trasformarsi in un rivale del Creatore, in un pericoloso vampiro capace di rifare la creazione per proprio conto senza disertare il mondo.

La sua città, Parigi, è la prima vittima del vampirismo inconscio di Céline: in Bagatelles pour un massacre la descrive malsana, inscatolataincastrata, infestata, confinata, irrimediabile,

una cloaca, ribollente di carogne, di milioni di latrine, di torrenti di scarichi e di petrolio ardenti, una scommessa di putrefazione, una catastrofe fisiologica,

accerchiata dalla periferia che conserva, preserva tutta la putrefazione della città. L’uomo è diventato parte integrante di essa perché è una scimmia con un terrificante istinto distruttore, un essere digestivo e immondo, trascinato per la trippa (scrisse in Mea Culpa), capace di lasciare in eredità solo escrementi e, in L’école des cadavres, affermò disgustato:

Di noi, se si conserverà la parola “merda”, sarà già una gran cosa.

Egli non odiava soltanto il borghese ben pasciuto, provava altrettanto orrore per il popolo proletario che definiva un insieme di inetti avidi budelli proletariassorbiti dalle funzioni bassamente digestive.

Se nei romanzi e nei libelli céliniani l’uomo veniva sminuito, fino a essere paragonato a un apparato digerente, l’umanità era vittima del culto della materia che l’aveva degradata.

In due secoli, folle d’orgoglio, gonfiato dalla meccanica, l’uomo è diventato insopportabile,

al punto tale da costringere Céline alla solitudine:

Io aderisco a me stesso, finché posso…

Il dottor Destouches, in lotta titanica contro la creazione e il Creatore stesso, in L’école des cadavres, era riuscito prima a definire il cristianesimo una leggenda tramata dagli ebrei per svilire le detestate razze ariane, come precisò poi in Les Beaux Draps. Allora sintetizzò la sua teoria puntualizzando, sempre in L’école des cadavres:

La religione cristianica? […] Una gang! Gli apostoli? Tutti ebrei! Tutti gangster! La prima gang? La Chiesa! Il primo racket? Il primo commissariato del popolo? La Chiesa! […] Il Vangelo? Un codice del racket…La Chiesa cattolica? Una truffa.

Secondo il moralizzatore Céline, il vero pericolo non era tanto da cercare nella religione di Pietro e Paolo, quanto nel materialismo moderno, e in Les Beaux Draps volle mettere in evidenza il suo disprezzo per l’avanzare della modernità:

Io desidero che esistano la foia maggiore, i mali necessari, in certi casi meccaniche, i trolleybus, le ciclopompe, le calcolatrici automatiche, comprendo le scienze esatte, le nozioni aride per il bene dell’Umanità, il Progresso in marcia… Ma mi avvedo che l’uomo è divenuto più inquieto in quanto ha perduto il gusto delle favole, del favoloso, delle leggende, inquieto fino all’urlo, in quanto adula, venera l’esatto, il preciso, il prosaico, il cronometro, il ponderabile. Ciò non si addice alla sua natura. Impazzisce pur restando l’imbecille di sempre…

Il dottor Destouches, prima di scrivere il Voyage, durante un viaggio in America come incaricato della Health Section della Società delle Nazioni nelle fabbriche di Henry Ford, scoprì un altro pericoloso vampiro dell’umanità: il Lavoro. La sintesi occupazione-disoccupazione nell’animo del dottore francese si trasformò nel nodo della civiltà di massa, e gli esseri umani, nel gioco delle mutazioni vampiriche, vennero condannati ad essere degli uomini-scimpanzé, semplici utensili a grande rendimento ma di scarso interesse, reietti che accettavano per sei dollari al giorno la sistematica cancellazione psicofisica:

Alla Ford la salute dell’operaio è senza importanza, è la macchina che gli fa la carità di avere ancora bisogno di lui.

Se il Progresso era associato da Céline al vampirico materialismo della società tecnologica, altrettanto vampiriche erano le democrazie che secondo lui volevano la guerra,

masse ariane addomesticate, angariate, inacidite, divise, immusonite, stordite dagli ebrei al saccheggio, ipnotizzate, spersonalizzate, votate a odii assurdi, fratricidi. Paralizzate, intontite dall’infernale propaganda giudaica: radio, cinema, stampa, logge, canaglierie elettorali, marxiste, socialiste, larocquiste, della venticinquesima ora, tutto ciò che si vuole: ma in definitiva congiura ebraica, satrapia ebraica, cancrenosa tirannide ebraica

che non esitò a denunciare in L’école des cadavres. L’Ebreo, identificato in Bagatelles pour un massacre come il padrone e il re dell’oro, della Banca e della Giustizia…, divenne il suo vampiro personale in grado di terrorizzare, con la trappola della contaminazione, anche il suo Doppio, l’epidemiologo Destouches. Céline, spaventato dalla peste vampirica, l’ebraizzazione dell’umanità, tentava di debellare il microbo della sua malattia, il virus ebraico, vendendo l’anima al nazismo.

Paul Sérant in Romanticismo fascista ha tentato di evidenziare il delirio di potenza dello scrittore francese e la sua incredibile capacità di muovere una folle crociata contro le sue stesse creazioni immaginarie, per compensare gli squilibri razionali della sua personalità:

Gli “ebrei”, il popolo ebraico, la religione ebraica, cessano subito, sotto la penna di Céline, di avere un qualche rapporto preciso con la realtà – per diventare, in una sorta di gigantesco mito, un elemento cosmico irrazionale.

Dietro le paure céliniane si celavano le crudeltà delle élite al potere che avevano sempre condannato l’uomo comune a essere un militare assassino:

Avrete da rimpiangere le guerre […] L’uomo è maledetto, inventerà supplizi mille volte più sorprendenti per sostituirle. Sin dall’ovulo egli non è che il trastullo della morte.

L’ennesima creatura vampirica del dottor Destouches era la Guerralo “stato di morte” istituito da quelli che comandano per disfarsi di un’altra parte di umanità. I militari e i politici erano i veri assassini dell’innocenza dell’uomo nei confronti della vita: liberali, marxisti e fascisti sono d’accordo su un punto solo: i soldati, portatori della verità della Morte.

Céline collaborazionista fuggiva attraverso le rovine dell’Europa vittima di due guerre mondiali: egli ergeva il suo spirito contro l’uomo miserabile che si lasciava travolgere dal caos sociale per affermare solo se stesso, come sostenne in Mort a credit:

Sono io l’organo dell’universo…

Nella leggenda della sua vita, il dottor Destouches disprezzava il mondo e adorava l’eccesso. Come ogni personalità diabolica, mentre tentava di lasciarsi stregare dalle sue amanti, le vedeva precipitare nelle sue braccia. La sua ossessione erotica era Elizabeth Craig, statuaria ballerina californiana, cui scriveva

devi trovare qualcosa di eccitante / e anch’io, mio Dio! ho voglia di essere eccitato. / Fai eccitare il tuo vecchio amico,

incitandola a cadere nella trappola costruita per imprigionarla nelle sue perversioni,

non necessariamente sesso – giusto dei giochetti / che dopo tutto sono molto più divertenti.

Céline, invece, travolto nella sua fervida immaginazione da una sorta di impazienza amorosa, cercava di sfogare il suo istinto vampirico divorando l’amante in nome dell’Eros:

La mignottella, le avrei mangiato ogni cosa, divorato tutto, io, lo dico e lo proclamo… Inghiottivo tutte le mie tendenze.

Era l’estrema provocazione dell’amore sensuale, una perversione delicata che traduceva il suo bizzarro desiderio di nutrirsi dell’anima altrui, dello sconfinare nel bisogno eterno di trasformarsi in bestia umana.

Nella follia egli non fu soltanto un vampiro. Ha scritto:

Vorrei che mi si lasciasse nella terra, a putrefare in un cimitero, tranquillamente, là, pronto a rivivere forse… Non si sa mai! Invece, se mi bruciassero e diventassi cenere […] sarebbe finita, finita per sempre… Uno scheletro, malgrado tutto, somiglia ancora un po’ a un uomo… Può resuscitare più facilmente delle ceneri… Se sono ceneri, invece, è finita…

Rimasticando la sua cattiveria nella scrittura ebbe anche la forza di tramutarsi nella Catoblepa, favoloso e temibile animale africano che già alcuni secoli fa eccitò la fantasia di un altro eccentrico, il Pulci, che così lo descrisse nel Morgante:

… va col capo in terra e con la bocca, / per sua pigrizia, e par col corpo repa; / secca le biade e l’erbe e ciò che tocca, / tal che col fiato il sasso scoppia e crepa, / tanto caldo velen da questo fiocca; / col guardo uccide periglioso e fello.

In una lettera spedita al suo amico americano, il professor Milton Hindus, Céline/Destouches lo confessò:

Io sono l’animale…

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