La scuola, oggi: una questione di omologazione

dal blog https://www.dolcevitaonline.it/

Coltivare se stessi. Avere cura di sé. Conoscersi e comprendersi.

Nella scuola contemporanea c’è un grande assente: l’individuo. Non vengono forniti strumenti per far sì che lo studente possa trovare la propria dimensione, la voce più intima, le attitudini che gli permettano di realizzarsi. Non c’è alcuna attenzione nei confronti del sé, delle caratteristiche uniche e irriducibili di cui ogni individuo è fornito. Non c’è l’io, non c’è l’ego, non c’è la personalità.

Come possiamo sperare di costruire una società equa, sana e produttiva se la scuola non dà spazio a questi elementi fondamentali della vita? Come possiamo pensare di avere adulti equilibrati e consapevoli se nella vita adolescenziale non si è dato il giusto spazio alla cura di sé? Come si può avere una collettività felice se non si è partiti costruendo individui consapevoli di cosa sia la felicità?

La scuola oggi è un affastellarsi irrequieto di nozioni, informazioni, parole, numeri e tecnologie prive di qualsiasi legame con le singolarità intrappolate in questo vortice: gli studenti. Se la filosofia mi ha insegnato qualcosa è che tutti quegli elementi importantissimi che la scuola fornisce diventano nulla quando slegati da una consapevolezza individuale forte e concreta. Insomma, a che cosa mi serve sapere la definizione di felicità per Seneca o Aristotele se non ho almeno avuto qualche indizio su che cosa sia la felicità per me? Come posso leggere con proficuo impegno le pagine in cui Shakespeare parla della tristezza se non ho avuto il tempo e lo spazio per conoscere la mia tristezza, il modo irriducibile col quale io divengo triste? È mai possibile che ci siamo convinti di poter rimpinzare le persone con nozioni (le quali al 90% non verranno utilizzate nemmeno di striscio nella vita adulta, sia chiaro) senza permettere loro di ritagliarsi l’autoformazione che il pensiero deve operare necessariamente su di sé?

Lo studente italiano contemporaneo è vittima di un fraintendimento terribile: egli è stato convinto che la mappa sia il territorio, che la descrizione sia l’esperienza, che il simulacro sia la realtà. È stato insomma persuaso che l’astratto (la scuola, le nozioni, gli autori, le dottrine) sia il reale (il mondo, l’esperienza, la vita, l’emozione, il pensiero). L’aula scolastica è diventata l’occasione perfetta per riempire quel “guscio vuoto” con informazioni alla rinfusa che potrebbero forse accendergli un qualche interesse, ma che rimarrà sempre distante dalla domanda che ogni uomo dovrebbe porsi in tenera età: «Chi sono io? E perché mai io sono io?».

Ma non solo: la scuola si è sostituita in modo fraudolento all’autoformazione e all’autocritica che la realtà dovrebbe concedere all’individuo, sostituendo ogni feedback, ogni vicolo cieco, ogni fallimento con la cerimonia della valutazione, con il rito del compito in classe, con la pratica delle interrogazioni, in cui la rappresentazione si sostituisce al reale in un modo deleterio, al punto che l’unico obiettivo dello studente non è quello nobile di crescere attraverso il contatto con la didattica, ma quello misero di ripetere quasi a memoria le informazioni trasmesse da uno sconosciuto impostogli come maestro (e sarà solo la fortuna a consegnargli un maestro competente oppure un inequivocabile inetto), senza un minimo di rielaborazione, di critica, di invenzione. Anzi, rifuggendo in modo netto e indiscutibile qualsiasi tentativo di rielaborazione, non sia mai che questo ragazzo si senta in grado di commentare Calvino, Bacone o Galileo!

Se questo avviene è perché la collettività ha una paura maledetta dell’individuo e preferisce di gran lunga appiattire le potenzialità di rielaborazione individuale anche al costo di sacrificare la diversità delle personalità, l’estro delle singolarità, al fine di mantenere una calma piatta e innocua nella costituzione del suo corpus. Ed è così che nascono gli ego gonfiati, le personalità distorte, le individualità opulente: perché se non si dà il giusto spazio ad ego, personalità e individualità durante la crescita, essi diventeranno elementi di disturbo, di reazione violenta e scomposta, di omologazione autodistruttiva. Se durante il periodo scolastico ci si convince che la cosa importante non è la mia felicità, ma la felicità secondo Seneca (insomma, il modo giusto di essere felici), come posso pensare di poter essere felice in età adulta? E se gli individui non possono essere felici, come posso pensare di avere una società felice?

Si dice molto spesso che viviamo in una società estremamente individualistica, ma questo è il mantra che viene ripetuto al fine di convincerci che l’omologazione è migliore. Nella realtà dei fatti, ci stiamo dimenticando che la collettività passa per gli individui, e non il contrario: soltanto una comunità di uomini e donne che abbiano dato il giusto spazio alla cura del sé quando ne avevano la possibilità possono costituire una società degna di esser chiamata tale. E dimenticare (o peggio: demonizzare) l’individuo non fa altro che creare i presupposti per una società repressa, malata di ego distorto, di personalità schiacciate e dunque violente, rimpinzate per anni di nozioni che non hanno permesso loro di trovare la giusta strada per la serenità.

Se mi chiedete quale scuola io stia sognando, probabilmente non ho una proposta concreta, non ho in mente una riforma, giacché servirebbe una riforma del pensiero per poter cambiare davvero questa situazione. Ma spero che in futuro inizieremo ad accorgerci che temere l’individualità è l’affare meno proficuo che una società possa accordare a se stessa. Spero che in futuro chiederemo ai nostri ragazzi di criticare Galileo e Platone e non solo di impararli a memoria.

Ricordiamoci che la filosofia nasce dal “conosci te stesso”. E con l’omologazione, le nozioni e l’astrazione non conoscerò mai alcun me stesso.

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