Tutte le conseguenze per l’Italia dopo la procedura d’infrazione Ue

dal blog https://www.startmag.it/

diPiergiorgio Carapella, Alessandro Fontana e Lorena Scaperrotta

L’apertura di una procedura per disavanzi eccessivi nei confronti del paese membro comporta una serie di monitoraggi più stringenti sulla politica fiscale e in caso di ripetuta non-compliance può portare a sanzioni (anche ripetute) fino allo 0,5 per cento del PIL, oltre a una limitazione nell’accesso ai fondi europei. Le conclusioni di un report dell’ufficio studi di Confindustria diretto da Andrea Montanino

QUALE IL PERCORSO PREVISTO IN CASO DI MANCATO RISPETTO DELLE REGOLE EUROPEE?

Sul DPB (Documento programmatico di bilancio) inviato dall’Italia lo scorso 15 ottobre la Commissione ha fatto le sue valutazioni ufficiali. In particolare, ha analizzato il quadro di finanza pubblica e l’appropriatezza del percorso di aggiustamento verso l’Obiettivo di Medio Termine. La Commissione, all’interno del braccio preventivo del Patto di stabilità e crescita, si esprime sul rispetto delle due principali regole:

• la regola del saldo strutturale che deve convergere verso l’Obiettivo di Medio Termine (che per l’Italia è il pareggio di bilancio strutturale); viene valutata come significativa una deviazione dal percorso di aggiustamento pari allo 0,5 per cento del PIL in un anno o in media su due anni consecutivi;

• la regola della spesa secondo cui gli stati membri che non hanno ancora raggiunto l’Obiettivo di Medio Termine devono assicurarsi che la spesa pubblica, al netto degli interessi, delle spese per fondi europei e della componente ciclica delle indennità di disoccupazione, cresca a un tasso inferiore a quello del PIL potenziale di medio periodo (media triennale).

Qualora valuti che il percorso di aggiustamento verso l’Obiettivo di Medio Termine non sia sufficiente può aprire una procedura per deviazione significativa, che comporta un primo warning a cui seguirà, entro la fine di novembre, una prima raccomandazione volta a richiedere azioni concrete per correggere la deviazione entro i successivi tre-cinque mesi (a seconda della gravità dello sforamento). Quest’ultima, per essere efficace, deve essere adottata a maggioranza qualificata dal Consiglio europeo (Figura 4).

Qualora non vengano adottate adeguate misure correttive, seguirà una seconda raccomandazione da parte della Commissione per rilevare che nessuna azione è stata intrapresa e successivamente:

• entro al massimo un mese, il Consiglio può richiedere nuovamente (ma non è obbligato) l’adozione di correttivi;
• qualora la deviazione persista, entro 20 giorni, la Commissione deve richiedere un deposito pari allo 0,2 per cento del PIL. Ciò avverrebbe non prima della fine di aprile 2019.

In ogni caso, se il Governo non adottasse azioni significative per correggere la deviazione, dopo la presentazione del Documento di Economia e Finanza in aprile, la Commissione potrebbe aprire direttamente una procedura per disavanzi eccessivi (nell’ambito del braccio correttivo del Patto di stabilità e crescita), visto che il rapporto debito/PIL dell’Italia è ben superiore al 60 per cento.

In generale il rispetto della regola del debito è valutato secondo il seguente criterio: se il rapporto debito pubblico/PIL è superiore al 60%, gli stati membri devono ridurlo annualmente al tasso di 1/20 della differenza tra il valore effettivo e la soglia del 60%.

Nella verifica del rispetto di tale regola, la Commissione europea ha previsto che, se il Paese membro non riesce a ridurre il debito al ritmo di 1/20, l’infrazione si ha solo se il debito risulta superiore anche a due ulteriori benchmark, il forward looking e il debito corretto per il ciclo4. Qualora il debito risulti superiore a questi due ulteriori benchmark, si ha infrazione solo se non sussistono “fattori rilevanti” in grado di giustificare tale deviazione.

L’apertura di una procedura per disavanzi eccessivi nei confronti del paese membro comporta una serie di monitoraggi più stringenti sulla politica fiscale e in caso di ripetuta non-compliance può portare a sanzioni (anche ripetute) fino allo 0,5 per cento del PIL, oltre a una limitazione nell’accesso ai fondi europei.

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