La televendita della legge di bilancio (la retromarcia)

dal blog
http://effimera.org/la-televendita-della-legge-bilancio-la-retromarcia-andrea-fumagalli/

Con la presentazione del maxi-emendamento alla legge di bilancio al Senato (senza il dovuto passaggio nella Commissione Bilancio, prima volta nella storia della Repubblica), si possono avere informazioni più precise sulla manovra finanziaria del governo Lega-5Stelle. Ma tali informazioni sono ancora di contorno: si conoscono solo i saldi delle misure, imposti dalla Commissione Europea. Le modalità di attuazione delle due misure principali – simbolo della joint-venture dei due partiti al governo: il cosiddetto reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni – sono infatti ancora ignote. Verranno decise a inizio 2019, sotto i radar di Bruxelles, per eventualmente entrare in vigore, in forma, come vedremo, assai ridotta rispetto alla versione iniziale, il prossimo 1 aprile: una data, un programma.

Cominciamo con il primo dato: l’argine invalicabile del 2,4% del rapporto deficit/PIL si ridimensiona al 2,04%. Sembra di essere a una televendita, dove invece di promuovere un prodotto a 10 euro, si declama il prezzo di 9,99 per usufruire dell’effetto psicologico. Il governo non è da meno: inverte il 4 e lo 0, nel tentativo – puerile – di far sembrare che tale obiettivo sia rimasto, tutto sommato, invariato.

Tale riduzione è l’esito del ridimensionamento delle stime di crescita del PIL italiano nel 2019 dall’1,5% all’1%, ovvero di un terzo. Non possiamo stupirci di ciò. Avevamo già denunciato come la crescita italiana fosse sovrastimata dal governo ma anche ribadito che tale sovrastima contemplava un calcolo dell’outgap (ovvero la differenza (gap) tra PIL potenziale e PIL reale) di circa 14 miliardi di euro. Una somma che, se accettata, avrebbe consentito maggiori margini di flessibilità nella gestione del bilancio pubblico italiano. La Commissione Europea non ha preso in considerazione tale eventualità, che invece sarà concessa alla Francia di Macron. La rivolta dei Gilet Jaunes ha creato le condizioni politiche perché la Francia possa infrangere il limite del 3% del rapporto deficit/PIL (sino al 3,4%, e non è la prima volta…). Ma, lo sappiamo, la Francia non è l’Italia e, soprattutto, in Italia, non c’è conflitto sociale… Ne consegue che, nonostante la retromarcia del governo italiano, la rinuncia alla procedura di infrazione rimanga comunque sottoposta a forti vincoli. Cerchiamo di capire quali.

Il primo vincolo riguarda, appunto, il ridimensionamento delle stime di crescita e quindi – secondo dato – la necessità di reperire nuove risorse per un ammontare intorno a 10 miliardi. Come reperire tali risorse?

La propaganda di governo ci dice che le due misure cardine della manovra non verranno intaccate. Secondo il maxi-emendamento, nel 2019 saranno destinati al reddito di cittadinanza 7,1 miliardi. Inizialmente, prima della bocciatura dell’UE, erano 9 i miliardi previsti. Un miliardo sarà utilizzato per il potenziamento dei centri per l’impiego e 2,5 miliardi per il rinnovo del REI (Reddito di Inclusione). I soldi in più effettivamente stanziati sono quindi solo 3,6 miliardi. Una cifra che comporta una notevole riduzione del numero dei possibili beneficiari, sicuramente inferiore alla stima preliminare di 5 milioni di persone (quando i poveri in Italia sono più di 7 milioni). Si tratta di stime incerte, perché il provvedimento verrà votato (con la fiducia) a scatola chiusa e i decreti attuativi saranno solo noti successivamente. Il provvedimento dovrebbe partire il 1 aprile e sarà finanziato per 9 mesi anziché 12. Nel 2020 e nel 2021 la quota stanziata sarà inferiore perché non ci sarà più il miliardo iniziale per avviare i centri per l’impiego, ma solo 300 milioni di stipendi ai nuovi assunti.

Ne consegue che tale misura – che non ha più nulla a che vedere con il concetto di reddito di cittadinanza – si sta trasformando in una politica di workfare di matrice anglosassone (modello Daniel Blake), nella versione migliore, o in politica di sussidiarietà alle imprese, nella versione peggiore, secondo la quale il cosiddetto “reddito di cittadinanza” verrebbe pagato alle imprese qualora il “povero” venisse assunto e avviato alle catene del lavoro.

Anche il tanto sbandierato superamento della riforma Fornero (quota 100) è stato rivisto al ribasso: 2 miliardi in meno per la misura, che così ha bisogno di 4,7 e non 6,7 miliardi. Le previsioni indicano che le richieste di pensione con quota 100 non saranno superiori all’85%. Nel 2020 la copertura prevista è di 8 miliardi, e di 7 nel 2021. Per risparmiare, il provvedimento diverrà operativo solo nella seconda parte dell’anno, in ritardo rispetto ai tempi inizialmente programmati. Infine non viene mantenuta la promessa di scindere l’aggancio automatico della crescita dell’età pensionabile alla crescita delle aspettative di vita (che ha fatto sì che l’Italia vanti il primato dell’età pensionabile più alta a livello europeo, 67 anni e 6 mesi)

Come ogni imbonitore sa, tale ridimensionamento rispetto agli obiettivi deve trovare una sorta di compensazione. È quindi con grandi enfasi che viene trionfalmente annunciata la decurtazione delle pensioni d’oro: quelle sopra i 90mila euro (circa 4.500 euro al mese). Nel specifico: taglio del 10% per assegni da 90mila a 130mila euro lordi, taglio del 20% per le pensioni dai 130mila fino ai 200mila euro, taglio del 25% per gli assegni tra 200mila e 350mila euro, taglio del 30% per le pensioni tra 350mila a 500mila euro e infine taglio del 40% per tutte le pensioni superiori ai 500mila euro. Wow! Finalmente si toglie ai ricchi per dare ai poveri, grazie alla pensione di cittadinanza!

Secondo varie fonti, il risparmio di tale misura si aggira intorno ai 100 milioni di euro per il primo anno. Ma, notizia che non è trapelata sulla maggior parte de mezzi di stampa, pochi sanno che nel contempo è stata ridotta l’indicizzazione delle pensioni, introdotta anni fa dal Governo Prodi e parzialmente diminuita dalla Riforma Fornero. Tale decisione politica era stata al centro di un contenzioso giuridico un paio di anni fa, che si era risolto con una sentenza della Corte Costituzionale (contro il trattamento discriminatorio), a favore di una “una tantum” da distribuire ai pensionati che non avevano potuto godere della rivalutazione della propria pensione. Ebbene oggi, all’interno della manovra economica 2019, tale rivalutazione viene ridotta per le pensioni superiori ai 1000 euro netti (1522 lordi), con un risparmio di circa 250 milioni di euro, di gran lunga maggiore del risparmio derivante dalla riduzione delle pensioni d’oro. Si enfatizza la riduzione delle pensioni d’oro ma si nasconde la riduzione delle pensioni in termini di potere d’acquisto reale: una misura che colpisce soprattutto quelle medie (> di 1000 euro).

Riassumiamo: il cosiddetto reddito di cittadinanza si riferirà a una platea ridotta, probabilmente simbolica, giusto per essere oggetto di avvallo politico per le prossime elezioni europee. La sbandierata “riforma delle pensioni” diventa strumento per fare cassa (come sempre), in ottemperanza e i continuità con i diktat dell’austerity europea.

E come ciliegina sulla torta – terzo e ultimo dato – vengono imposte clausole di salvaguardia, che impegnano le future leggi finanziarie a reperire circa 38 miliardi di euro nei prossimi tre anni (più 2 miliardi di deposito cauzionale), pena l’aumento dell’IVA, se le promesse di un deficit strutturale dell’1% e l’obiettivo del 2% del rapporto deficit/PIL non vengono mantenute.

Nelle televendite, c’è sempre una clausola nascosta. Qualche mese fa il governo Conte ci raccontava la favola di una manovra finanziaria che aveva come obiettivo principale (e imprescindibile) la crescita economica in alternativa alle politiche di austerity della Troika. Ora vorrebbe venderci lo stesso prodotto, ma con contenuti e vincoli dettati da Bruxelles. Una spada di Damocle che oggi sembra non pesare più di tanto ma che vincola in modo castrante l’autonomia politica e economica (già fortemente ridotta) dell’Italia. La realtà è che, per strappare il 2,04% (!) del rapporto deficit/PIL e cercare di nascondere una debacle politica che conferma la dipendenza dai poteri forti dell’Europa, si mette un’ipoteca di 38 miliardi sui prossimi tre anni. Un macigno che – al di là di come sarà affrontato – significherà solo un peggioramento delle condizioni sociali di chi già oggi subisce gli effetti della crisi strutturale.

A ulteriore conferma del contenuto liberista di questa manovra, in linea con i governi precedenti, tra altre, ricordiamo in ultimo due misure particolarmente inique: il blocco delle assunzioni nel pubblico impiego sino a novembre 2019 (misura che appare in contraddizione con le assunzioni necessarie per il potenziamento dei centri per l’impiego) e le dismissioni (privatizzazioni) di buona parte del demanio e della proprietà pubblica. Si sa:  la svendita del patrimonio pubblico è una misura che sancisce il cambiamento!

In conclusione, quella che doveva essere la “manovra del popolo” e del ritrovato orgoglio nazionale si rivela in realtà schiacciata sui soliti interessi della finanza, a conferma che il populismo contemporaneo nasconde una precisa connotazione conservatrice e reazionaria. Gli strati popolari che hanno votato a favore della Brexit in Gran Bretagna o di Trump negli Usa (per non parlare di Orban in Ungheria, al centro in questi giorni di manifestazioni anti-governative) se ne stanno accorgendo, a proprie spese. Quanto tempo ci vorrà perché se ne accorga anche questo nostro disgraziato Paese?

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