La sfuggente pace in Medio Oriente

dal blog http://sakeritalia.it/

Da vaghe fonti di notizie si  allude all’imminente avvio di nuovi colloqui di pace in Medio Oriente. La fine della guerra in Siria darà alla Russia serie e realistiche opportunità per sponsorizzare nuovi colloqui di pace. A conferma, inoltre, ci sono indizi diretti e indiretti, notizie fatte trapelare qua e là da alcuni funzionari, indizi e veline che diventeranno palesi e dichiarati nel prossimo futuro, quando arriverà la notizia ufficiale dell’inizio di nuovi colloqui di pace.

Il conflitto arabo/israeliano sembra essere irredimibile, e ogni volta che si affaccia la prospettiva di trattative di pace, è necessario tornare ad esaminare la radice del problema e valutare i modi in cui lo stallo attuale può essere superato.

Quattro decenni dopo che Kissinger fece uscire l’URSS dalla sua posizione nelle trattative sui negoziati arabo/israeliani, e fece sì che per l’America diventasse legge difendere Israele, la superiorità unilaterale e senza pari fornitagli dagli USA non era “sufficiente” per farne il “rifugio sicuro” che il sionismo aveva promesso ai migranti ebrei dopo gli orrori dell’Olocausto. Comunque, più aggressività esprimeva Israele, a cui sempre più audacemente l’America assicurava l’impunità, e più determinati diventavano i palestinesi; Hamas è stato creato direttamente dal paritetico bullismo israelo-americano e dalla disperazione palestinese che seguì ai presunti colloqui di pace forieri dell’Accordo di Oslo.

Col senno di poi, Kissinger, l’uomo che battezzò la “diplomazia della spola”, ha inavvertitamente creato una situazione di stallo e, così facendo, l’America ha fatto un grosso autogol nel dare il suo sostegno incondizionato ad Israele, trasformandosi in tutti questi anni in un arbitro di fatto improponibile, un mediatore di cui l’asse della resistenza araba, in particolare tutti i palestinesi, non si fida. In questa maniera, si è automaticamente esclusa dalla scena, spianando la strada alla Russia per prenderne il posto.

D’altra parte, la Russia sta dialogando con tutte le parti in Medio Oriente, e il Presidente Putin ha personalmente buoni rapporti con Israele, Iran, Arabia Saudita e, ovviamente, la Siria. Oltretutto, malgrado avesse tutte le ragioni per rompere i legami con Erdogan, da maestro del pragmatismo qual è, è riuscito a trovare un modo per aggiustare gli screzi senza perdere la faccia. Anche se Erdogan non ha ancora mostrato alcuna credibilità, Putin vede nella Turchia un potenziale attore chiave nel processo di pace in Siria.

Considerando quanto sopra, tutta la retorica russofobica americana si rivela insignificante, in quanto America e Russia dovranno sempre dialogare.

In breve, nessun’altra entità al di fuori della Russia è potenzialmente in grado di portare tutte le parti mediorientali al tavolo dei negoziati, e gli “indizi” dicono che tale eventualità arriverà alla fine della Guerra in Siria;  questo è quello che vuole Putin.

Nel frattempo, le parti coinvolte dovranno accettare di venire al tavolo delle trattative, e dovranno essere preparate a negoziare.

Nel 1948 fu facile per gli arabi inneggiare allo slogan “rimandiamoli indietro” riferendosi al respingimento dei migranti ebrei nel posto da cui provenivano. Più di sette decenni dopo la fondazione di Israele però, se la causa palestinese dovesse mantenersi su un livello morale superiore, questa “ambizione” non potrà più applicarsi agli ebrei di seconda e terza generazione, nati nella terra in cui sono migrati i loro antenati (anche se quegli antenati migrarono e si stabilirono lì illegalmente). A maggior ragione, per lo stesso motivo, non ci si può aspettare che i palestinesi mantengano da soli un certo livello morale senza un accordo reciproco che garantisca loro la tanto attesa giustizia, compreso il diritto al ritorno.

Prendendo atto che negoziare significa dare e prendere, è interessante notare che il termine inglese è proprio enunciato in questa sequenza: dare e prendere e non prendere e dare, perché se un negoziatore non inizia con il dare, non sarà in grado di prendere.

Questo sarà il punto critico, perché sia gli integralisti religiosi israeliani che quelli arabi si sono perfezionati ciascuno nell’arte di sostenere di essere il legittimo ed esclusivo proprietario della Terra Santa. In effetti, fu solo quando l’interpretazione religiosa sostituì il ragionamento nazionalista della lotta araba che uno scontro secolare fu portato in campo teocratico e il sionismo fu, in una certa misura, in grado di usare la storia per sostenere le sue ragioni. Detto questo, anche se la presenza ebraica in Palestina precede realmente l’Islam, questo non giustifica l’esilio dei palestinesi musulmani o cristiani. Per i palestinesi dunque, per vincere sia il contenzioso umanitario che quello religioso, l’appoggio di un’identità arabo-palestinese-levantina nel sostenere le sue posizioni non può essere rifiutata, perché si tratta di un’identità onnicomprensiva che comprende anche gli ebrei, e che è considerata morale ed eterna.

Ma esaminiamo brevemente la tesi dei fondamentalisti musulmani sulla proprietà della Palestina da un punto di vista realistico. I musulmani sono i proprietari legittimi ed esclusivi della Palestina?

Nel 2011, scrissi un articolo intitolato “La Palestina non è per i musulmani”. L’ho modificato quando l’ONU stava votando per uno Stato palestinese, ed ora è tempo di rivederlo.

Il Corano è un libro sacro e non un titolo di proprietà immobiliare. Non si fa alcun accenno alla proprietà fondiaria nel Corano. La città di Gerusalemme (Al-Quds in arabo) non è nemmeno menzionata nel Corano. Viene tuttavia citata “Al-Masjed Al-Aksa” che i musulmani credono sia a Gerusalemme/Al-Quds ma questo non rende Al-Quds intrinsecamente una città musulmana, e anche se così fosse, non vi è assolutamente nessun riferimento nel Corano a qualsiasi esclusività musulmana.

Parlando delle rivendicazioni di proprietà esclusiva di Gerusalemme, non possiamo e non dobbiamo ignorare il momento storico in cui la Chiesa Cattolica era estremamente desiderosa di strappare la città agli “infedeli”. Gli “infedeli” allora erano i musulmani, non i cristiani dell’odierna terminologia ISIS, ma la corrispondenza nelle ideologie al di là delle definizioni è chiara.

Parlando di ISIS, quando il sionismo ha costituito lo stato di Israele, la sua aggressività è stata (e continua ad essere) esercitata ugualmente sia contro gli arabi musulmani che contro i cristiani. Chi si opponeva ai sionisti era la Resistenza Araba, e al suo interno vi erano sia cristiani che musulmani. Quando fu fondata al-Fatah, fu quindi intesa come una sfida armata per la liberazione della Palestina. George Habash, il fondatore del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (PFLP) era un cristiano.

A quel tempo quindi, lo Stato di Israele era l’equivalente ideologico dell’attuale ISIS, e la resistenza palestinese era una forza laica che cercava di riscattare la libertà e il secolarismo. In realtà, la somiglianza tra Israele e ISIS permane tutt’ora.

In virtù di questo, i sionisti in stile ISIS consideravano tutti gli arabi diversi da loro, e mentre due decenni fa stavano depredando la Chiesa della Natività, l’occidente è rimasto in disparte a guardare. Il mondo sembra restare totalmente indifferente al fatto che lo stato di Israele continua ad agire come l’ISIS, solo con una diversa denominazione.

Poiché Israele trattava sia i cristiani che i musulmani palestinesi come cittadini di seconda classe, era naturale che la resistenza anti-israeliana fosse basata e guidata a livello nazionale. Lo slogan di quei giorni era “Al-Quds lil Arab“, ovvero “Al-Quds appartiene agli arabi”. C’era anche una canzone con quel titolo. Il termine “arabo” si riferiva agli abitanti precedenti di quella terra, ovvero musulmani, cristiani ed anche ebrei estranei al sionismo.

All’improvviso, durante gli anni ‘80, un enorme rivolgimento ebbe luogo in Libano e in Palestina, quasi contemporaneamente.

All’invasione israeliana del Libano nel 1982 fece seguito l’insorgenza di una resistenza che prese il nome di “Resistenza Libanese”. Subito dopo che Hezbollah salì alla ribalta, il nome fu cambiato in “Resistenza Islamica”. In Palestina, Hamas si è distaccata dalla resistenza anti-israeliana e si è trasformata in una resistenza islamica. Improvvisamente, la lotta contro il sionismo si trasformò  da lotta nazionale laica araba a lotta religiosa.

I più grandi perdenti furono i cristiani palestinesi, che vennero totalmente emarginati sia dai sionisti che dai fondamentalisti musulmani.

È molto ironico che gli occidentali cristiani sionisti simpatizzino facilmente per il sionismo ed allo stesso tempo riescano a ignorare la difficile situazione dei cristiani palestinesi. Che ironia! La verità sui cristiani sionisti è che non sono considerati né cristiani né ebrei, sono sionisti e basta.

Quando gli islamisti avanzano pretese di proprietà sulla Palestina in generale e di Al-Quds/Gerusalemme in particolare, utilizzano solo lo stesso falso argomento dei sionisti, anche se da un loro punto di vista ugualmente infondato. Due torti non fanno una cosa giusta.

I palestinesi moderati e aperti, specialmente i musulmani non fondamentalisti, devono essere consapevoli della necessità di dichiarare forte e chiaro ai loro rappresentanti il loro rifiuto del fanatismo e della bigotteria, indipendentemente dalle singole responsabilità.

Se rifiutiamo l’ideologia dell’ISIS, dobbiamo rifiutarla in tutte le sue manifestazioni, denominazioni e prospettive. La giustizia non può più essere selettiva, e uno sbaglio non può essere corretto da un altro sbaglio.

La Palestina non è un’esclusiva né dei musulmani, né degli ebrei e né dei cristiani. È per tutti loro assieme ma, ancora, non è esclusiva per nessuno. La Palestina è per i palestinesi, ed essi non devono per forza appartenere ad una delle religioni abramitiche. Quella terra è per il suo popolo senza favoritismi ed esclusioni. E se qualche colono sionista militante, ortodosso, fanatico o violento non lo accetta, la giustizia stabilisca che è lui a doversene  andare.

Torniamo dunque al presidente Putin ed al suo silenzioso piano di pace. Le avversità spesso offrono opportunità, e Putin è consapevole del significato storico e geopolitico del momento attuale.

Molto probabilmente, la Russia cercherà di negoziare sulla soluzione dei due Stati, in modo che sia accettabile da tutte le parti interessate. Realisticamente, tuttavia, una soluzione che non sia basata su di un unico Stato in cui tutti i cittadini abbiano pari diritti, non può essere duratura; proprio come per qualsiasi altro Stato nazionale che si rispetti. Qualsiasi soluzione inferiore a questo risultato, equivale a sostenere un sistema di tipo segregazionista.

Questo ci riporta al concetto di contrattazione per la risoluzione dei conflitti. Normalmente, in una situazione di negoziazione, il dare è visto come perdere e l’ottenere è per i vincitori, ma la realtà può imporre pragmatici cambiamenti di direzione e, almeno da parte palestinese, lo si può fare.

Dai primi tempi in cui i palestinesi esprimevano rabbia e frustrazione dicendo che volevano ributtare a mare i migranti ebrguerrei e ripristinare la patria “da acqua ad acqua” (cioè dal Mediterraneo al fiume Giordano), i loro vertici hanno dovuto imparare dalle molte sconfitte, dai numerosi abbandoni da parte di stati arabi, Nazioni Unite e del mondo intero, che dovevano accettare di accontentarsi della Cisgiordania e di Gaza per non dover rinunciare alla resistenza armata e non dover riconoscere lo Stato di Israele.

Questa “accettazione” palestinese non è stata facile e non è stata approvata da tutt i palestinesi, ma quando l’OLP è andata a Oslo con questo obiettivo in mente e con l’aspettativa di una reciproca “accettazione” da parte di Israele, il risultato finale ottenuto è stato più che deludente.

Israele raggiunse il suo culmine militare specificamente il 9 giugno 1967, giorno in cui il presidente egiziano Nasser fece il suo discorso di dimissioni. In quel momento, gli arabi erano nel loro punto più basso in seguito alla sconfitta più umiliante mai sopportata nella loro storia, tutto quello in cui potevano sperare era un ritiro di Israele nei confini della guerra precedenti al 1967.

Lentamente e gradualmente, gli arabi hanno dovuto attraversare la fase di negazione della sconfitta che non erano disposti ad accettare.

Chiesero prima all’ONU una risoluzione, e riuscirono a guadagnare il sostegno per la risoluzione 224 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che chiedeva il ritiro incondizionato di Israele dal  “territorio occupato”. In questa, gli stati arabi accettarono che la nuova definizione di “territorio occupato” intendesse ciò che Israele riuscì ad occupare durante la Guerra dei Sei giorni del 1967. Questo costituì un enorme cambiamento, perché la definizione araba originale di “territorio occupato” significava l’intero Stato di Israele. Ma la forzata rassegnazione degli arabi allo status quo non era abbastanza per convincere Israele a negoziare una contrattazione di terre in cambio di pace. Israele non era pronto a dare per ricevere (la pace).

La guerra dell’ottobre 1973, la cosiddetta guerra dello Yom Kippur, fu un punto storico di svolta. Anche se le conquiste militari in Egitto e in Siria non erano rilevanti, erano abbastanza grandi da cambiare, almeno psicologicamente, il corso degli eventi. Tuttavia, quando il presidente egiziano Sadat firmò un accordo di pace unilaterale con Israele, il mondo arabo cadde nel caos.

In termini semplici e brevi, le aspettative arabe stavano scemando mentre quelle israeliane aumentavano, e questo nonostante l’ascesa della nuova resistenza anti-israeliana guidata da Hezbollah nel Libano e da Hamas in Palestina.

Detto ancora in termini semplici e brevi, sebbene la linea dura di Israele abbia portato alla creazione di una fazione araba pronta ad accettare le sue condizioni, ha contemporaneamente anche creato una fazione che invece ha promesso di resistere ferocemente a qualsiasi accordo che non dia giustizia al popolo palestinese, e quest’ultimo gruppo è già stato temprato militarmente ed è pronto a combattere e ad infliggere gravi danni alla potenza israeliana.

Il protagonista più importante tra essi è la fazione militare di Hezbollah, che ha martellato di razzi Israele durante la guerra del luglio 2006, colpendo tra l’altro anche una fregata, e che si sente anche pronto ad affrontare qualsiasi aumento futuro delle ostilità. Hezbollah è profondamente intrecciato con la società libanese e non può esserne sradicato. E’ consapevole che il tempo è dalla sua parte e si sta rafforzando sempre di più.

L’asse della resistenza sta vivendo l’euforia dell’esito della guerra del luglio 2006 tra Israele e Hezbollah, delle numerose battute d’arresto subite da Israele a Gaza, e della inaspettata vittoria della Siria.

Questa fazione è pronta in attesa di ulteriori scontri. Pertanto, Hezbollah non accetterà facilmente alcuna risoluzione che non gli conferisca una reale e tangibile vittoria.

Nel frattempo, Israele è ancora aggrappato con le unghie e con i denti all’euforia dell’esito della Guerra dei Sei Giorni del 1967. Da parte israeliana non c’è  consapevolezza che il tempo non sia dalla sua parte. In poche parole, Israele non è ancora pronto a dare per avere (la pace).

Questo sarà il principale ostacolo della Russia nel tentativo di portare tutte le parti alla negoziazione su basi pragmatiche. Se non sarà in grado di convincere Israele a concedere, la Russia potrebbe scoprire che l’unico modo per avverare questo cambiamento paradigmatico nella psiche israeliana è attraverso la guerra e, ovviamente, con una clamorosa sconfitta israeliana. Questo è forse il motivo per cui la Russia sta rafforzando le difese siriane e in particolare le difese aeree. Dopo tutto, se Israele perde la sua superiorità aerea, e se le sue difese di terra non fossero più in grado di fermare i razzi di Hezbollah, o almeno parte di essi, allora il nuovo equilibrio delle forze non penderà più dalla parte di Israele.

Ora, a dirla tutta, sarà pronto il governo di Netanyahu o qualsiasi altro futuro governo israeliano, a correre il rischio di accettare un nuovo confronto militare nella consapevolezza di aver perso la sua superiorità? Israele accetterà di sacrificare le vite dei suoi cittadini nella speranza che una nuova battaglia ripristini, contro ogni previsione, la sua supremazia militare? Per porre diversamente la domanda, di quale castigo ha bisogno Israele per essere costretta a tornare ad un tavolo dei negoziati, il cui programma sarà almeno di instaurare la soluzione a due Stati, per non parlare della soluzione del singolo Stato? Ma, ancora una volta, Israele non è ancora pronto a contrattare. Non restituirà il Golan per nessun ritorno politico, e non accetterà nemmeno di togliere l’assedio su Gaza.

In questo momento, il risultato migliore da aspettarsi da colloqui di pace mediati dalla Russia, se  mai sarà raggiunto (con o senza guerra), è forse la soluzione dei due Stati. Questo sarà un grande passo nella giusta direzione, ma nella realtà non sarà niente di più che un disimpegno. Detto questo, il muro di Sharon ha reso praticamente impossibile tracciare reali linee di confine per l’esistenza in vita di uno Stato palestinese, e pertanto ha creato un grosso ostacolo per eventuali futuri colloqui di pace sulla soluzione dei due Stati. Sebbene i muri possono essere rifatti, o meglio ancora abbattuti, nel lungo periodo la soluzione a due Stati segregazionisti sarà sempre moralmente sbagliata e, nel migliore dei casi, dovrebbe essere considerata come una tappa intermedia verso la creazione di uno Stato che garantisca uguali diritti a tutti i suoi cittadini.

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Articolo di Ghassan Kadi pubblicato su The Saker il 18 dicembre 2018
Traduzione in italiano di Pier Luigi S. per SakerItalia

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