Paesi emergenti e paesi sommergenti – Agonia del capitalismo?

dal blog https://ugobardi.blogspot.com/

Di Jacopo Simonetta

Quinto di una serie di dieci articoli, già pubblicati su “Apocalottimismo“. I precedenti sono reperibili qui: primosecondoterzoquarto.

La crescita economica dei paesi allora detti “del terzo mondo” è cominciata dopo gli anni ’80 del secolo scorso, ma l’esplosione di alcune “economie emergenti” è stato uno dei fenomeni che hanno caratterizzato i primi 20 anni di questo, grazie soprattutto alla globalizzazione.

La vetrina.

L’aspetto positivo e luccicante della faccenda è che circa un miliardo di persone si sono tirate fuori da una secolare miseria per costituire, a loro volta, quella classe media che, abbiamo visto, ha caratterizzato le società occidentali nella seconda metà del XX secolo.

Piketty ne parla in termini decisamente positivi come di un fenomeno di “rattrapage” (recupero) destinato a coinvolgere un numero crescente di paesi. Un giudizio che si basa sull’assunto che livelli di benessere analoghi a quelli occidentali odierni siano un traguardo raggiungibile almeno in teoria da tutti. Anzi, che rappresentino in qualche modo una “normalità” che noi abbiamo raggiunto e che gli altri stanno raggiungendo grazie soprattutto allo sviluppo tecnologico, la specializzazione del lavoro, l’istruzione pubblica.

Una visione idilliaca cara agli economisti (e non solo: Piketty è uno storico, non un economista), ma che parte dal presupposto che non esistano limiti alla crescita economica globale. Anzi, proprio la straordinaria crescita economica della Cina e quella poco meno spettacolare di parecchi altri paesi “emergenti” vengono spesso portate come prove del fatto che il famigerati “Limiti dello sviluppo” non esistano.

Prima di dare un’occhiata al retrobottega di questa brillante vetrina, osserviamo un dettaglio importante di cui parla Piketty . Dai dati in suo possesso, risulta che I fattori scatenanti del decollo economico cinese sarebbero stati la parziale liberalizzazione del commercio ed il trasferimento massiccio di tecnologie occidentali già mature ed ampiamente ammortizzate. Viceversa, risulta che i finanziamenti esteri siano stati importanti, specie all’inizio, ma non determinanti in quanto la maggior parte degli investimenti sono comunque stati fatti con capitali locali.

Una sorpresa per me e forse anche per altri. Mi sono dunque chiesto da dove questi capitali siano usciti ed una risposta, almeno parziale, la ho trovata nei dati riguardanti il debito cinese, che cresce a ritmi allucinanti proprio da quando l’economia ha cominciato a lievitare. Vale a dire che il capitale che ha finanziato e finanzia la crescita cinese è sostanzialmente fatto di debito che potrà essere ripagato solo se il rendimento degli investimenti sarà superiore al tasso di interesse dovuto.

In pratica, esattamente la stessa trappola in cui si è cacciato il capitalismo occidentale, anche se il debito è articolato in modo diverso: se l’economia ristagna o addirittura decresce troppo a lungo, il rischio di una bancarotta generale diventa molto concreto.

Una minaccia che probabilmente la dirigenza cinese, come la nostra, ha sottovalutato troppo a lungo e che pone dei vincoli ferrei alle future strategie economiche e politiche.

Il retrobottega.

Ma torniamo all’altra faccia della medaglia. Abbiamo visto che, anche fatta una prudente tara ai dati ufficiali, alcune economie emergenti sono effettivamente cresciute in maniera spettacolare, specie a partire dal 2000 circa. Un fatto che sembra negare che esistano dei limiti invalicabili allo sviluppo ed al benessere. Ma cosa è successo nel frattempo alle economie già ricche?

Probabilmente non per caso, sono contemporaneamente entrate in una fase di crisi cronica che lo stesso FMI (non proprio un covo di “alternativi”) ha definito “una stagnazione probabilmente secolare”. Che, tradotto in termini comuni, si potrebbe rendere come: “non c’è più trippa per i gatti”. Laddove i gatti siamo noi.

Perché? Io credo che le concause principali siano due.

La prima è che la crescita economica di chicchessia comporta necessariamente un aumento dei consumi di energia e materie prime, il che vuol dire un aumento dei costi diretti ed indiretti legati tanto all’approvvigionamento che allo smaltimento (N.B. un aumento dei costi non sempre si traduce in un aumento dei prezzi). In altre parole, la crescita economica comporta necessariamente un aumento di entropia che occorre scaricare da qualche parte. In estrema sintesi, l’industria è un gioco in cui chi ha le manifatture vince e chi ha le cave e le discariche perde.

Per secoli, i paesi europei hanno costruito la loro crescita economica e demografica grazie ad una superiorità tecnologica ed organizzativa che ci ha permesso di sfruttare buona parte del mondo, importando risorse ed esportando beni di consumo e rifiuti.

Oggi, la Cina e gli altri emergenti sono contemporaneamente esportatori di materie prime e di prodotti finiti, oltre che importatori di rifiuti. Tuttavia, proprio quell’iniezione pressoché gratuita di tecnologia che abbiamo praticato cercando maggiori profitti immediati, ha consentito a questi paesi di spostare l’ago della bilancia commerciale verso l’esportazione di prodotti finiti e l’importazione di materie prime o semi-lavorati, anche da noi. In altre parole, abbiamo fornito ad altri i mezzi per renderci la pariglia.

La seconda ragione è che c’è una differenza abissale fra internazionalizzazione e globalizzazione del commercio.

L’internazionalizzazione comporta infatti la liberalizzazione del passaggio transfrontaliero delle merci, ma non quello delle persone e dei capitali. Poiché quasi tutti i paesi sono avvantaggiati su alcune produzioni e svantaggiati su altre, il commercio internazionale può, almeno in teoria, portare un vantaggio relativo a tutti i partecipanti. Per fare un esempio banale, agli italiani conviene importare le banane dall’Ecuador ed agli ecuadoregni conviene comprare il vino italiano e, se i capitali risultanti da questi traffici non possono essere esportati, dovranno necessariamente essere spesi od investiti in patria. Parimenti, se i lavoratori ed i capitalisti rimangono vincolati al loro paese d’origine, difficilmente si potranno creare fenomeni come il crumiraggio internazionale e l’elusione fiscale. In altre parole, l’internazionalizzazione è un gioco in cui ci sono dei vincenti e dei perdenti parziali, ma con una somma spesso (teoricamente sempre) positiva.

In altre parole, certamente i produttori di banane ecuadoregni faranno fuori i produttori italiani e viceversa per chi fa il vino, ma nel complesso saranno più le persone che se ne avvantaggiano di quelle che ci rimettono.

La globalizzazione comporta invece il libero transito non solo delle merci, ma anche dei capitali e delle persone. Finché questo approccio è stato praticato nel ristretto ambito dell’Europa occidentale ha dato risultati positivi in quanto ha permesso una maggiore crescita delle economie di tutti i paesi, una maggiore libertà di movimento e di scelta per tutti i cittadini senza grossi scompensi, vista la forte affinità di partenza e gli stretti rapporti politici generali. Ancora più importante, il processo ha permesso di creare un’entità politico economica che, sia pure con molte lacune e difficoltà, è in grado di far sentire la sua voce a livello internazionale.

Viceversa, l’applicazione di questi principi fra paesi diversissimi sotto tutti punti di vista (politici, economici, sociali, tecnologici, ecc.) ha creato una situazione in cui ci sono vincenti e perdenti su tutti i fronti. Vale a dire che determinati gruppi sociali hanno avuto tutti o quasi i vantaggi, a scapito di altri gruppi. E non può essere che cosi.

In estrema sintesi, la globalizzazione ha rappresentato l’estremo tentativo del capitalismo per continuare a crescere. Da questo punto di vista ha certamente funzionato, ma ad un prezzo molto alto: accelerare ed ampliare tutte le retroazioni tendenti a distruggere sia la funzionalità della Biosfera, sia la coesione sociale. Due fenomeni le cui conseguenze si cominciano appena a vedere e che, congiuntamente, non mancheranno di dare un fiero colpo al capitalismo. Se sarà totale o parziale non lo possiamo sapere, ma se fra 30 o 40 anni il capitalismo sarà ancora vivo, sarà certamente molto diverso da come è oggi. Quantomeno, è probabile che i prossimi decenni vedranno un drastico cambio della guardia ai massimi livelli del potere. Un processo del resto già in pieno svolgimento di cui Trump, Bolsonero, Salvini e tanti altri sono gli araldi.

Conclusioni 5

La globalizzazione, fortemente voluta dalle élite di tutto il mondo, ha provocato, o perlomeno accelerato, un parziale cambio della guardia in sella al capitalismo in cui le classi povere del mondo e quelle medie occidentali sono stati perdenti, mentre i grandi capitalisti globali e la nuova classe media dei paesi “emersi” sono stati i vincenti.

Ma il vero perdente è stato un altro ed è la Biosfera. La rapida crescita economica dei paesi emergenti ha provocato ovviamente un parallelo aumento dei consumi. Cioè un brusco aumento nella distruzione delle risorse primarie e degli ecosistemi, contemporaneamente ad un parallelo aumento di tutti i tipi di inquinamento a tutti i livelli.

Ne valeva la pena? I vincenti pensano di si, mentre i perdenti vorrebbero a loro volta vincere. Come dire che abitiamo una casa i cui inquilini fanno a gara ad arricchirsi vendendo le tegole del tetto e le pietre delle fondamenta.

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