Benessere, l’avatar della felicità (II parte)

Dal blog https://www.qelsi.it

26 Marzo 2019 by Roberto Pecchioli

Il denaro fa la felicità? Di certo averne non dispiace neanche ai santi. Tuttavia, ben più importanti sono altri elementi, i fattori familiari, morali, comunitari, il mondo che ci circonda, a cui il sistema psicologico edonista, impregnato di soggettivismo, nega rilievo. Il risultato è che ciascuno viene lasciato solo a portare il fardello dell’infelicità diffusa. Responsabile del mio malessere sono soltanto io, colpevole di non essere all’altezza della società in cui vivo, un perdente nella ricerca della felicità riconvertita in benessere materiale, misurato in beni posseduti e desideri realizzati secondo le indicazioni obbligate del marketing, la tecnica di ingegneria e psicologia sociale che organizza il ben-avere.
E’ una meccanica insidiosa, una felicità di attimi che rende più fragili gli individui raggiunti da mille immagini il cui tratto comune è la distanza tra il messaggio ricevuto e la realtà. Lo scarto, approfondito dallo scintillio e dal prestigio della forma merce (marchi, griffes, oggetti simbolo) permette, in un gioco di specchi, di vendere desiderio facendolo passare per felicità. E’ un trucco sapiente che rafforza l’insoddisfazione, rilancia il desiderio di consumo e confonde subdolamente piacere, felicità e benessere, divenendo il motore essenziale del capitalismo emozionale. Siamo prigionieri di un’ideologia insidiosa in cui il benessere – avatar è esso stesso la merce iconica di un progetto che ha rinunciato alla felicità come orizzonte.
Fu Aléxis de Tocqueville il primo a rendersi conto dell’importanza del “comfort” nella psicologia proto consumista degli americani della prima metà dell’Ottocento, analizzati nella Democrazia in America. Il “Dio comfort”, come lo definì, è una delle caratteristiche peculiari delle società democratiche rette da valori mercantili. Tocqueville fu il primo a comprenderne la dimensione anestetizzante. La sua ricerca è centrata sugli interessi egoistici che ci fanno temere come deviazione ogni manifestazione di libertà. Se il benessere si trasforma in fine, diventa il fermento di una possibile tirannia; si teme di essere disturbati nel godimento, ci si rinserra in se stessi, la passione per il benessere- simulacro non invoglia alla rivolta, all’impegno civile. L’aspirazione comune è per un governo “maternalista”, distributore di beni materiali. La ricerca del comfort spinge all’abdicazione della libertà.
La forza ossessiva dell’idea di benessere è una conseguenza della vittoria schiacciante del materialismo pratico. Rigettando ogni principio spirituale, riconducendo tutto alla materia, il benessere come somma di beni a disposizione si fece strada nel secolo XVIII a partire dall’Inghilterra, attraverso un personaggio letterario divenuto archetipo, Robinson Crusoe. Daniel Defoe, l’autore, tentò di rispondere alla domanda su quali beni fossero indispensabili a partire da una condizione estrema. Robinson, sopravvissuto al naufragio della nave su cui era imbarcato, raggiunge un’isola deserta e asporta ciò che può dal relitto che affonda. Sceglie dell’alcool, dei viveri, abiti, libri, tabacco, utensili in metallo con cui fabbricare un tetto. In più si riempie le tasche di denaro, critica evidente della logica dell’accumulo, poiché non è possibile, sull’isola deserta, nessuno scambio monetario né il denaro vi può diventare riserva di valore.
Robinson è una metafora dell’ideologia del comfort, oltreché la prima opera letteraria a porsi il problema di un uomo destinato a vivere irrimediabilmente da solo. Non si trattava di indicare come vivere in una comunità, ma di porre attraverso la scelta di Robinson una domanda nuova, qual è il destino dell’uomo di fronte ai beni materiali e alla solitudine. Da allora, si è sviluppata un’ingiunzione progressiva al benessere, l’espediente della società dei consumi per trasformare in finalità i mezzi.
La cultura dell’uomo europeo e occidentale è essenzialmente teleologica, concepisce cioè i comportamenti secondo un’articolazione coerente dei mezzi e degli scopi. Il benessere, avatar della felicità, entra a vele spiegate nei principi irrinunciabili, fine a cui tendere con condotte appropriate. Nel testo di fondazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità vi è una descrizione precisa di questa ideologia ignota alle generazioni e civilizzazioni precedenti. La salute è definita nelle sue componenti fisiche, psicologiche e sociali, un’estensione dello “stare bene” che rende il benessere orizzonte invalicabile di ogni politica pubblica. Ciò ha sviluppato una particolare ideologia dell’aver cura in senso lato, di cui alcuni hanno fatto un programma politico, base teorica della burocratizzazione, medicalizzazione, psicologizzazione e normatività di tutti gli aspetti della vita.
L’ideale iniziale non è negativo, ma il risultato è la strumentalizzazione generale da parte dello Zelig mercato, sempre rapidissimo ad assumere nuovi volti. Il benessere si trasforma in fatto mercantile, prodotto emozionale dotato di un valore aggiunto. Non sarà il nuovo oppio dei popoli, ma permette di addormentare le coscienze, spezzettare le velleità di opposizione: un potente anestetico che diventa, senza parere, ideologia dominante.
Le nostre società rose dallo stress, dal narcisismo e dal vuoto hanno bisogno, per fingere quiete dove impera la corsa insensata alla prestazione, la performance volta al benessere, di un nuovo, particolarissimo oggetto di consumo, il prodotto-serenità interiore, pallido avatar della vita spirituale. Abbiamo importato dall’Oriente, stravolgendole, pratiche filosofiche e insieme fisiche come lo yoga, digerite svuotandole del senso originale. Per quanto si tenti di dar loro una vernice spirituale, le discipline orientali adattate all’occidente restano attività quasi sportive o ludiche, parentesi, esercizi di respirazione in un mondo che soffoca, pannicelli caldi per placare l’inquietudine. Un surrogato di riflessione, una pausa a orari determinati, un ritaglio di benessere nella dromocrazia, la velocità come stile di vita (Paul Virilio).
L’uomo, nonostante la secolarizzazione compiuta, cerca un altro spicchio di benessere nella spiritualità fai-da-te. Assistiamo a un’orientalizzazione triviale che compra freneticamente il prodotto spirituale a scopo di benessere, Budda, Zen, Osho e tutto quanto faccia speranza o esotismo, per combattere la vacuità del mondo. Anche la mentalità New Age, era dell’Acquario più supermercato del cuore in salsa americana, diventa un dispositivo in più, un transfert culturale ad uso di generazioni di naufraghi, rari nantes in gurgite vasto.
Postulando una fragile spiritualizzazione dell’esistente, la New Age offre una sponda alla portata di tutti, un Bignami dell’anima anch’essa surrogata, un altro avatar di fronte ai tormenti della materia. E’ sì una domanda di senso, ma attraverso un sacro banalizzato che esclude ogni trascendenza e la stessa nozione di Dio, il grande assente, l’ipotesi rigettata come un mito infantile dell’umanità bambina. Facciamo parte di un’energia cosmica, tutto si equivale, il sacro si diluisce in una religione dell’immanenza da cui procede anche l’idea di benessere.
Così come il benessere e il comfort non sono che scimmie della felicità, la New Age e le altre forme di equivoca ri- spiritualizzazione senza base culturale non fanno promesse di beatitudine e tanto meno di eternità, si limitano a esigere maggiore longevità. Un fertile terreno per vantare i meriti della medicalizzazione della società, oltreché per il rampante transumanesimo.
Un ulteriore involuzione dell’ideologia del benessere declinata in chiave simil-spirituale è il suo risolversi in pratica soggettiva, solitaria, tesa a un mondo senza l’Altro, nel quale conta esclusivamente l’esperienza sensoriale solipsista. Avanza un mondo che sgretola l’autonomia del giudizio, aborre il pensiero critico, disprezza il senso di appartenenza, ignora l’identità, svaluta tutto ciò che rende persona un individuo. E’ il trucco supremo dell’economia del benessere: far passare l’egoismo di massa per salutare individualismo.
E’ molto complicato, nondimeno, opporsi al benessere, poiché nessuno, a cominciare da noi stessi, vuole perdere i comfort conquistati. Il problema è ricondurli alla loro natura di mezzi incapaci di offrire un senso alla vita, distinti dalla felicità, che, secondo il Convivio di Dante, si realizza nella comunità “che a uno fine è ordinata, cioè a vita felice”. Se vissuto come scopo, il benessere circoscrive la vita nel cerchio angusto della comodità, dell’utile e dell’autoconservazione, esige la stasi del corpo e l’oblio dell’anima contro la ricerca, l’esplorazione, l’entusiasmo e la speranza gioiosa.
La trasvalutazione di tutti i valori ha portato alla vittoria degli Ultimi Uomini, signorini soddisfatti paghi di vivere come animali addomesticati nella caverna ricca di comodità. Nessun rischio, nessun dispendio di energia e volontà di azione, la paura di perdere il precario benessere, nessuna tensione morale per l’eccedenza, il dispendio generoso di sé che caratterizza la “grande vita” (Nietzsche). Il tempo nostro è quello in cui è incomprensibile la definizione di felicità di Tommaso d’Aquino, “un bene perfetto di natura spirituale”, ma in cui applaudiamo il contadino Menocchio del secolo XVI, portato all’attenzione dallo storico modernista Carlo Ginzburg, per il quale il paradiso terrestre è un luogo “dove gli uomini “hanno robba assai et vivano senza faticarsi”.

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