L’inferno di sabbia

testo di Daniele Bellocchio
foto di Marco Gualazzini

Dal blog http://www.occhidellaguerra.it/

E’come un Jinn, uno spirito del deserto, un fantasma, quel vecchio che, all’ora del tramonto, intabarrato in una jalabia bianca e aggrappato a un bastone, avanza con eleganza distratta tra le polveri e il vento del Sahara, mostrando l’ingresso del mondo ai margini della storia. Avanza ancora questo Jinn, costringe a seguirne i passi, poi però si tuffa nell’orizzonte infuocato del deserto per scomparire, senza lasciare orme intorno a sé, ma capanne e sabbie infinite. Un dedalo di tende e stamberghe improvvisate si spalanca a vista d’occhio. E compaiono questi fuggiaschi. Sono pescatori e allevatori Boudouma e Kanembou, scappati a bordo di piroghe dalle isole che punteggiano il Lago Ciad, quando gli jihadisti di Boko Haram sono arrivati a compiere saccheggi, stupri, razzie e arruolamenti coatti. Il Lago Ciad è divenuto una roccaforte africana del Califfato di Al Baghdadi. La branca africana dell’Isis ha fatto di questa terra vessata dalla desertificazione un campo di battaglia: qua gli orrori non vengono divulgati attraverso il web, ma sono veicolati dalla pelle, dalle parole e dagli incubi delle genti. 



Mahamat Issa è uno dei capi e oggi parla in nome di tutta la sua comunità di sfollati. Dapprima spiega che quello che hanno sono solo dei rami secchi sotto cui vivere e delle pentole vuote dentro cui cercare avanzi di cibo. Poi rammenta quando vivevano nell’isola di Braserie. Pescavano, praticavano l’agricoltura, c’erano vacche, capre, dromedari e greppie: una natività di terra africana interrotta da una strage degli innocenti commessa da pretoriani in mimetiche passamontagna e bandiere nere, che sono sbarcati a bordo di chiatte, hanno dato fuoco alle case, rubato le greggi, insanguinato le baionette e crivellato la notte con raffiche di kalashnikov. Interrogato su che cosa abbia visto il giorno in cui è dovuto fuggire e abbandonare la sua vita, Mahamat non apre bocca, ma solleva l’indice della mano destra, lo appoggia al lobo sinistro e ricalca la carotide senza mai abbassare i suoi occhi, colmi di quelle lacrime dolci e melanconiche che riempiono lo sguardo degli anziani. 




Il cronometro della storia si è interrotto quaggiù. Gli ingranaggi si sono inceppati martellando solo l’inesorabilità della sofferenza. Celou Al Hadji ha dieci anni e zoppica per le sabbie aggrappata a delle grucce. La madre un anno fa la mandò a comprare una manciata di riso e in quel momento un kamikaze si fece esplodere. La bambina perse una gamba e oggi non va a scuola, vive sola, con la sorella più piccola e la madre che non si perdona di averla mandata quel giorno al mercato. 

E altrettanto impietosa è la storia di Apsa Mohamet: ha 17 anni, vive nel campo profughi di Dar es Salaam ed è arrivata qui dopo esser stata prigioniera per due settimane degli jihadisti di Boko Haram. ”Sono arrivati nel mio villaggio in Nigeria e mi hanno rapita perchè ero ancora nubile e quindi volevano che divenissi una loro sposa”. E’ incorniciata da un hijab rosa, le sue mani sono tinte di hennè e la sua voce invoca vendetta rievocando il passato. ”Mi hanno tenuta segregata in una casa con altre donne. La notte poi venivano e prendevano alcune di noi. C’erano anche una madre con sua figlia. Un giorno liberarono la mamma e la figlia li supplicò, affinchè la lasciassero andare con lei: loro, i Boko Haram, si opposero, la giovane insistette, allora la sgozzarono davanti a sua madre e a tutte noi”. 

”Sheitan, sheitan!”, demoni, diavoli, così li ricordano i sopravvissuti all’orrore ma non all’incubo, perchè nel campo, oggi, i traumi dettati dal ricordo non sono svaniti. Le patologie psichiatriche sono sempre più diffuse: i medici raccontano che molti tra donne e uomini non riescono più a pronunciare la parola fuoco, sono disturbati dal colore rosso e si nascondono non appena sentono un rumore improvviso. Disturbo da stress post traumatico lo chiama la scienza, ”Satana” lo chiama invece la credenza popolare che riesce, a volte, a dare la dimensione del tutto in maniera più immediata ed efficace. 



Non c’è differenza tra campi profughi: distese di sabbia tutte uguali. Dopo che nel 2014 è iniziata la crisi, il numero dei rifugiati interni in Ciad è aumentato di 130mila persone. E la loro vita in questi anni sembra essere stata modellata a forma e misura di fatica e sofferenza. A Kurfa come a Dar Es Salaam. Nella seconda tendopoli c’è anche una piccola fontana. E lì, in fila, decine di donne attendono con le proprie taniche il momento di poter iniziare a pompare l’acqua. Le temperature sono cocenti e madri e bambini avvolte in hijab e niqab trasportano a mano e sulla testa delle taniche attente a non perdere neanche una goccia. La fatica è per un mestolo d’acqua, ma pure per un tozzo di pane. All’ombra di un albero una bambina scalza, con il viso contornato da un hijab verde, non smette di tostare i cereali nel mortaio. Cadenza i colpi, regolari, non aumenta e non cala di velocità. Colpisce come un metronomo che scandisce a tutto il campo il ritmo della fame. 



Un ulteriore ritratto della disperazione che strozza la popolazione è l’isola di Yiga, dove la desertificazione si mostra con estrema ferocia. Poche capanne improvvisate, fatte con rami e sterpaglie, per cercare di contrastare una calura che scioglie i corpi e prosciuga qualsiasi forza vitale, occupano la vista sino all’orizzonte. Settecento persone popolano quest’isola con eroismo da assediati. 

Alcune donne sono sedute sotto un piccolo albero, dei bambini dormono dentro una capanna, un’altra ragazzina beve da un bidone dell’acqua che poi travasa in una ciotola per darla al fratello più piccolo. 

Per sopravvivere al calore e al deserto, la gente ha imparato a limitare al minimo e all’essenziale i propri sforzi: nessun piacere, nessuna concessione, né alle ore sacre e neppure a quelle volgari può essere fatta. 


Con la temperatura che supera i 50 gradi, e la terra che come prodotto dà unicamente sabbia, solo il necessario per sopravvivere è consentito. ” Io ho abbastanza anni per ricordarmi com’era prima che tutto questo disastro iniziasse. Il lago era popolato da tantissimi animali, e noi vivevamo di pesca e di agricoltura. Non ci puoi credere? Invece era così. 



Tanto pesce e pesci grandi, numerosi: come mettevamo le reti in acqua queste subito si riempivano e poi vacche, capre, dromedari. Oggi invece non c’è più nulla. Questo è quello che abbiamo”. 



Motoye Dougoumi, capo della comunità, afferra una manciata di sabbia e la lascia scivolare nel pugno, con un gesto di compunta e tremenda fatalità, riflesso di chi non può fare altro che accettare che la vita scivoli nel dolore e in esso vi affoghi. 

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