La guerra all’Iran e il bluff americano

Dal blog https://comedonchisciotte.org/

PEPE ESCOBAR
consortiumnews.com

Vasti settori dell’opinione pubblica occidentale sembrano non rendersi conto che, se lo Stretto di Hormuz verrà chiuso, ne seguirà una depressione globale.

L’amministrazione Trump, ancora una volta e nel modo più brillante, ha dimostrato che nel giovane e turbolento XXI secolo il “diritto internazionale” e la “sovranità nazionale” appartengono già al Regno dei Morti Viventi.

Come se un diluvio di sanzioni contro gran parte del pianeta non fosse abbastanza, l’ultima “offerta che non si può rifiutare” recapitata da un gangster che si atteggia a diplomatico, il Consul Minimus Mike Pompeo, praticamente ordina a tutto il pianeta di sottomettersi al solo ed unico arbitro del commercio mondiale: Washington.

In precedenza, l’amministrazione Trump aveva unilateralmente rotto un accordo internazionale, approvato dall’ONU, il JCPOA, conosciuto anche come l’accordo sul nucleare iraniano. Ora, le deroghe che magnanimamente avevano consentito ad otto nazioni di importare petrolio dall’Iran senza incorrere nell’ira imperiale sotto forma di sanzioni, scadranno il 2 maggio e non saranno rinnovate.

La decisione del presidente Trump di ritirarsi dall’accordo con l’Iran ha confermato il suo impegno più importante: proteggere la tranquillità e la sicurezza del popolo americano.

Perché le sanzioni all’Iran sono necessarie: https://t.co/YQtmSA9hZX pic.twitter.com/n5r8mhZTl5

– The White House (@WhiteHouse), 6 agosto 2018

Le otto nazioni sono un mix di potenze eurasiatiche: Cina, India, Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Turchia, Italia e Grecia.

Oltre al caratteristico cocktail tossico di arroganza, illegalità, prepotenza/ignoranza e infantilismo geopolitico/geo-economico presente in questa decisione di politica estera, l’idea che Washington possa decidere chi è autorizzato (o meno) a fornire energia ad una superpotenza emergente come la Cina non si qualifica nemmeno come risibile. Molto più allarmante è il fatto che imporre un embargo totale alle esportazioni petrolifere iraniane è un vero e proprio atto di guerra.

Il massimo sogno proibito dei Neoconservatori

Tutti quelli che sono favorevoli al più grande dei sogni proibiti dei Neoconservatori e dei Sionisti statunitensi, un cambio di regime in Iran, non possono che essere rallegrati da questa dichiarazione di guerra. Ma, come ha finemente ribattuto il professor Mohammad Marandi dell’Università di Teheran, “Se il regime  Trump avrà fatto male i suoi conti, la casa potrà facilmente crollargli sulla testa.”

Riflettendo sul fatto che Teheran sembra non farsi illusioni sull’assoluta follia che l’attende, la leadership iraniana, se provocata fino al punto di non ritorno, mi aveva anche detto Marandi, potrebbe arrivare a “distruggere tutto quello che c’è dall’altra parte del Golfo Persico e a scacciare gli Stati Uniti dall’Iraq e dall’Afghanistan. Se gli Stati Uniti vogliono una escalation, l’Iran non sarà da meno. Ora dipende dagli Stati Uniti quanto avanti spingere questa situazione. “

Questo allarme rosso da parte di un accademico sensato combacia perfettamente con ciò che sta accadendo all’interno della struttura del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC), recentemente etichettato come “organizzazione terrorista” dagli Stati Uniti. In perfetta simmetria, il Supremo Consiglio per la Sicurezza Nazionale dell’Iran ha, a sua volta, definito il Comando Centrale degli Stati Uniti, CENTCOM, e “tutte le forze ad esso collegate”  formazioni terroristiche.

Il nuovo comandante in capo dell’IRGC è il generale di brigata Hossein Salami, 58 anni. Dal 2009 era il vice del precedente comandante, Mohamamd al-Jafari, un gentleman dai modi gentili ma duro come la pietra, che avevo incontrato a Teheran due anni fa. Salami, così come Jafari, è un veterano della guerra Iran-Iraq, il che vuol dire che ha una reale esperienza di combattimento. E le fonti di Teheran mi assicurano che può essere persino più duro di Jafari.

In tandem, il Comandante della Marina dell’IRGC, il contrammiraglio Alireza Tangsiri, ha evocato l’evento impensabile che potrebbe scaturire da un embargo totale degli Stati Uniti sulle esportazioni petrolifere dell’Iran: Teheran potrebbe bloccare lo stretto di Hormuz.

L’oblio dell’Occidente

Vasti settori delle classi al potere in tutto l’Occidente sembrano non rendersi conto che, se lo stretto di Hormuz venisse chiuso, il risultato sarebbe una depressione economica globale assolutamente catastrofica.

Warren Buffett, uno dei tanti investitori, ha più volte definito il mercato dei derivati da 2,5 quadrilioni di dollari [negli USA il ‘quadrillion’ è numero rappresentato dall’unità seguita da quindici zeri (1015) N.d.T.] come un’arma di distruzione di massa finanziaria. Allo stato attuale delle cose, questi derivati vengono utilizzati, illegalmente, per drenare dal mercato più di un trilione di dollari all’anno in profitti manipolati.

Considerando i precedenti storici, Washington potrebbe essere in grado di creare un falso incidente nel Golfo Persico, così come era avvenuto nel Golfo del Tonkino. E poi?

Se Teheran fosse completamente messa con le spalle al muro da Washington, senza via d’uscita, la vera e propria opzione nucleare, quella di chiudere lo Stretto di Hormuz, interromperebbe immediatamente il 25% delle forniture globali di petrolio. I prezzi del greggio potrebbero salire ad oltre 500 dollari, anche fino a 1000 dollari al barile. I 2,5 quadrilioni di derivati darebbero inizio ad una reazione a catena di distruzioni.

A differenza della scarsità di credito verificatasi durante la crisi finanziaria del 2008, la mancanza di petrolio non potrebbe essere compensata creandolo con un atto di volizione, [come la moneta fiat] . Semplicemente perché il petrolio non c’è. Neanche la Russia sarebbe in grado di ristabilizzare il mercato.

Si discute pacatamente nelle conversazioni private all’Harvard Club, o nelle simulazioni belliche del Pentagono (per quel che valgono) del fatto che, in caso di guerra contro l’Iran, la Marina degli Stati Uniti non sarebbe in grado di tenere aperto lo Stretto di Hormuz.

I missili russi SS-NX-26 Yakhont, con una velocità massima di Mach 2.9, sono schierati sulla costa settentrionale iraniana dello Stretto di Hormuz. Non c’è modo per le portaerei degli Stati Uniti di difendersi da una salva di missili Yakhont.

Poi ci sono i missili supersonici antinave SS-N-22 Sunburn, già esportati in Cina e in India, che volano ultra-bassi a 1.500 miglia all’ora, capaci di modificare la traiettoria ed estremamente mobili; possono essere lanciati dal pianale di un camion e sono stati progettati per superare il sistema di difesa radar Aegis degli Stati Uniti.

Che cosa farà la Cina?

L’attacco frontale all’Iran rivela come l’amministrazione Trump punti a rompere l’integrazione euroasiatica colpendo quello che dovrebbe essere il suo punto debole; i tre nodi chiave sono Cina, Russia ed Iran. Questi tre attori interconnettono l’intero panorama degli eventi: la Nuova Via della Seta, l’Unione Economica Eurasiatica, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, il Corridoio di Trasporto Internazionale Nord-Sud; l’espansione dei BRICS a BRICS+.

Quindi non c’è dubbio che la partnership strategica sino-russa guarderà le spalle all’Iran. Non a caso il trio è tra le principali “minacce” esistenziali per gli Stati Uniti, secondo il Pentagono. Pechino sa che la Marina degli Stati Uniti è in grado di tagliarla fuori dalle sue fonti di energia. Ed è per questo che la Cina sta strategicamente aumentando le proprie importazioni di petrolio e di gas naturale dalla Russia; nel preparare la “fuga dalla Malacca” deve anche tenere conto di un’ipotetico controllo dello Stretto di Hormuz da parte degli Stati Uniti.

Immagine notturna della costa dell’Oman, compreso lo Stretto di Hormuz. (Foto Intl Space Station, via Wikimedia)

Uno scenario plausibile potrebbe essere quello di Mosca che cerca di disinnescare l’esplosivo scontro tra Stati Uniti ed Iran, con il Cremlino e il Ministero della Difesa che si adoperano per far desistere il presidente Donald Trump e il Pentagono da qualsiasi attacco diretto contro l’IRGC. L’inevitabile controparte [di uno sviluppo del genere] è l’escalation di operazioni segrete, la possibile messa in scena di attentati false-flag e di tutte le tattiche di guerra ibrida sporca non solo contro l’IRGC, direttamente e indirettamente, ma contro gli interessi iraniani, ovunque essi siano. In pratica,  Stati Uniti ed Iran sono già in guerra.

Nell’ambito del più ampio scenario della frantumazione dell’Eurasia, l’amministrazione Trump trae vantaggio dall’odio psicopatico wahhabita e sionista nei confronti degli Sciiti. La “massima pressione” sull’Iran fa conto, per tamponare sul mercato il deficit di petrolio iraniano, sul caro amico di WhatsApp di Jared Kushner d’Arabia, Mohammad bin Salman (Mbs) di Riyadh e sul mentore di Mbs ad Abu Dhabi, la Sceicco Zayed. Ma questa è un’assurdità, ribadiscono parecchi astuti operatori commerciali del Golfo Persico: Riyadh non “assorbirà la quota di mercato dell’Iran” perché di petrolio in più non c’è.

Molto di quello che ci riserva il futuro in questa saga dell’embargo petrolifero dipende dalla reazione dei vari vassalli e semi-vassalli. Il Giappone non avrà il coraggio di andare contro Washington. La Turchia combatterà. L’Italia, con Salvini, cercherà di ottenere un’esenzione. Il caso dell’India è molto complicato: Nuova Delhi sta investendo nel porto iraniano di Chabahar per farlo diventare la piattaforma principale della propria Via della Seta, e collabora strettamente con Teheran all’interno del progetto INSTC. Sarebbe in programma un vergognoso tradimento?

La Cina, è ovvio, si limiterà ad ignorare Washington.

L’Iran troverà i modi per continuare ad esportare petrolio perché la richiesta non svanirà semplicemente con il tocco della bacchetta magica americana. È tempo di soluzioni creative. Perché, per esempio, non rifornire le petroliere in acque internazionali, accettando in cambio oro, tutti i generi di valuta, carte di debito, bonifici bancari in rubli, yuan, rupie e rial, il tutto prenotabile su un sito web?

Ora questo è un modo in cui l’Iran potrebbe usare la sua flotta di navi cisterna per stravincere. Alcune delle sue petroliere potrebbero essere ancorate, lo avete capito, nello Stretto di Hormuz, tenendo d’occhio la quotazione [del greggio] ad Jebel Ali, negli Emirati Arabi, per essere sicuri di vendere a prezzi concorrenziali. Aggiungeteci un duty free shop per gli equipaggi delle navi. Che cosa ci potrebbe essere di meglio? Gli armatori risparmierebbero una fortuna in carburante e gli equipaggi potrebbero comprare tutto quello che vogliono con uno sconto del 90% nel duty free.

E vediamo se l’Ue avrà veramente la spina dorsale e farà partire la sua rete di pagamento alternativo, lo Special Purpose Vehicle (SPV), concepito dopo che l’amministrazione Trump aveva gettato nel fosso il JCPOA. Perché, più che rompere l’integrazione eurasiatica e cercare il cambio di regime voluto dai Neoconservatori, qui si tratta del più mortale dei peccati: l’Iran viene punito senza pietà per aver bypassato il dollaro americano nelle contrattazioni petrolifere.

Pepe Escobar

Fonte: consortiumnews.com
Link: https://consortiumnews.com/2019/04/24/pepe-escobar-war-on-iran-calling-americas-bluff/
24.04.2019
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

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