Un vagito, da un Paese “pieno di energie e presenze positive”

Dal blog http://carlobertani.blogspot.com/

25 giugno 2019

Per essere veramente grande, devi stare con la gente, non sopra di essa.”Charles-Louis de Secondat, barone di La Brède e di Montesquieu, giurista, filosofo illuminista e pensatore liberale


Caro Presidente,
ho appena letto il suo accorato appello all’unità d’intenti, vergato nell’occasione dell’anniversario dell’uccisione di Giorgio Ambrosoli, il liquidatore del Banco Ambrosiano di Michele Sindona. Vorrei ricordarle che, Ambrosoli, si laureò in Giurisprudenza, a Milano, nel 1958, con una tesi di Diritto Costituzionale sul Consiglio Superiore della Magistratura.
Proprio oggi, mi sono recato dal mio avvocato per le mille miserie di una qualsiasi vita italiana – nel Paese che lei definisce “pieno di energie e presenze positive” – e, scendendo le scale insieme a lui, mi ha narrato d’aver incontrato un vecchio magistrato di Cassazione in pensione (proprio del “Palazzaccio”, non ad  honorem) e di aver fatto quattro chiacchiere sulle recenti, tristissime ambasce nelle quali è precipitata la Magistratura.La sentenza è stata brevissima ed amara: “Ci siamo giocati l’indipendenza della Magistratura”. A mio avviso, molto di più: è proprio il principio generale di “Giustizia” ad essere andato in fumo.
Lei sa benissimo che, la maggior parte del Paese, non ha compreso od ha capito ben poco dello psicodramma che si è giocato fra il Quirinale e il Palazzo dei Marescialli. Al più, con un’alzata di spalle, 99 italiani su 100 avranno pensato: “Sono cose loro…hanno il loro “marcio” da insabbiare…sono gente dalla quale star lontana…”Già, “lontana”, come dicono i galeotti.
Eppure, ciò che è successo è di una gravità inaudita, che sfugge ai più, i quali non credono più a niente o non comprendono – miserere nobis – che si è infranto un cardine della vita democratica di questo dannato Paese, così “pieno di energie e presenze positive”. Non è una buona notizia, anche se qualcuno avrà pensato: “Viene l’Estate, andranno al mare, dimenticheranno…” Già, meglio dimenticare?
Dimenticare che uno dei cardini dell’ordinamento democratico – che affidava alla Magistratura il governo di se stessa, in contrapposizione (dialettica?) con il Legislativo e l’Esecutivo – è andato in pezzi? Qui non si tratta di dialettica, non si prende in esame la turris eburnea, ma è stato evidenziato, denudato di fronte agli italiani che il potere Giudiziario faceva pappa e ciccia con l’Esecutivo, ossia col Governo. E non da oggi, e nemmeno da ieri, come vedremo in seguito.
Lei è intervenuto, bloccando alcune nomine a dir poco “sospette” – ne prendiamo atto – ma si doveva giungere a tanto? Si dovevano smascherare i più alti gradi della Magistratura grazie a delle semplici intercettazioni, come per i mariuoli e per i mafiosi?
Sappiamo, anche se formalmente lei è il Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, che questa presidenza è sempre stata vissuta nei decenni con forse troppo garbo, un po’ d’indulgenza, e tanta fiducia che i magistrati sarebbero stati in grado di bastare a se stessi. Ma è così?
Vogliamo tornare indietro di 10 anni? Al 2009, alla famosa “cena” (1) fra Berlusconi, Alfano, Gianni Letta, Carlo Vizzini e le due “toghe” del CSM, Luigi Mazzella e Paolo Maria Napolitano? Una “cena” tenutasi a Roma nel Giugno del 2009, nella quale il “piatto forte” fu un progetto di riforma costituzionale, che prevedeva anche mutamenti pesanti nell’ordinamento, per rendere i giudici costituzionali ancora più succubi – mi perdoni, ma le recenti vicende lasciano aperta la porta ai più oscuri sospetti – del potere Esecutivo.E oggi? Non conosciamo ancora lo “spessore” dei progetti intercorsi fra l’ex ministro Lotti ed il giudice Palamara, ma sono “vicinanze” che fanno accapponare la pelle.Ciò che sconcerta è che dibattiti, opinioni ed (eventualmente) decisioni sono prese completamente al di fuori dell’agone democratico, delle istituzioni preposte: una ferita, sull’ordinamento repubblicano.
Domani è un altro giorno, già: si dice sempre così.Uno di questi giorni, già so che dovrò incontrare un magistrato, ovviamente per faccende che riguardano il Diritto, anche se, “miseramente”, civile.Come potrò essere sereno, come potrò fissarlo negli occhi e sapere che quel giudice potrà anche sbagliare – per carità: nessuno è infallibile! – ma chi mi garantirà che, oscure trame, non lo conducano ad una “vicinanza” con la parte avversa? Si renda conto, signor presidente, che va in pezzi uno dei cardini dello Stato di diritto!Non fosse già avvenuto.
Da parecchio tempo la Magistratura dà una pessima immagine di se stessa: vogliamo ricordare l’inchiesta sull’incidente ferroviario in Puglia del 2017, con un PM sollevato dall’incarico nella “turbolenta” (a dir poco…) procura di Trani? Oppure l’allucinante vicenda dei corsi propedeutici per l’ingresso in Magistratura, viziati da abusi sessuali che vennero, giustamente, puniti dal CSM? In tutte queste (e tante altre) vicende è sempre la commistione fra indagante ed indagato a spaventare, a segnare il passo di comportamenti che paiono seguire la medesima traccia, come se il principio di separazione dei poteri fosse un inutile e fastidioso orpello, da ovviare facendo spallucce?E quando proprio l’organo interno di Giustizia della magistratura deflagra, in una miriade di comportamenti da censurare, con forza e determinazione? Basta l’affermazione d’aver “fatto pulizia” per acquietarci?
Se possiamo comprendere le difficoltà della Magistratura nella lotta contro le mafie – Falcone e Borsellino ancora vivono fra noi, i loro filmati ci accompagnano nella nostra (e loro) speranza di giungere a vivere in un Paese normale – non si riesce a capire come la Magistratura assista, comodamente seduta nella sua turris eburnea, allo scempio di centinaia di vite umane, derise e violate senza che, dalla parte dei giudici, si sia giunti ad un modus operandi che ponga fine allo strazio. Quando potremo sfogliare un quotidiano senza imbatterci nell’ennesima donna uccisa, sfigurata, oppure sfuggita – solo grazie alle sue forze, oppure per pura fortuna – alla mano massacratrice, dopo aver denunciato per molte volte ai giudici ed alle forze di Polizia il suo calvario?
Cosa sono diventati, i giudici, una nuova casta di potere? Tollerata e “compresa” nel potere politico, basta che non dia “fastidi” al manovratore?
Siamo un Paese cattolico, che vive – a mio modesto parere – con troppo indulgenza le vicende di giustizia: siamo il Paese dove, al peccato, si associa immediatamente il perdono, relegando alla coscienza personale il richiesto pentimento, senza indagare se è avvenuto, senza intrometterci. Sono cose “private”, “personali”.Sarà, signor presidente, ma nei paesi luterani il concetto di giustizia, associata al dolo ed al pentimento, viene vissuto con diversa serietà ed attenzione: non si è oberati né schiacciati dal controllo sociale – non so se, ancora oggi, in Gran Bretagna non siano previsti documenti d’identità personale com’era un tempo, ritenuti “invasivi” della libertà personale – ma, se si sbaglia, la punizione è certa e severissima. E, soprattutto, veloce.
Oggi, solo per farle un esempio, sono  impegolato (insieme a molti altri) in una vicenda (2) giudiziaria infinita, che ha visto – fino ad ora – ben cinque gradi di giudizio: primo grado, Corte d’Appello, Cassazione, ritorno alla corte d’Appello, nuovamente Cassazione. Oggi, si prospetta un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’Uomo. Spiegata al bar, ad un amico avvocato, mi ha confessato: “Ci saranno certo dei validi principi giuridici ma, detta così, non riesco a capire il garbuglio.” Durato, per ora, vent’anni.E, il bello della vicenda, è che l’attuale vicenda è soltanto il secondo “round” di una precedente causa giudiziaria – che, se ben ricordo, terminò nel 1978 – mentre le basi filosofiche del contendere sono da ricercare nel carteggio fra Giovanni Gentile, all’epoca Ministro della Pubblica Istruzione, ed Antonio Gramsci, all’epoca detenuto politico a Ventotene.Ciò non impediva, ai due, di difendere oppure criticare la riforma Gentile dell’Istruzione del 1923: correttamente, l’uno da viale Trastevere, l’altro dalla sua cella, si confrontavano sulla base degli assiomi kantiani ed hegeliani della filosofia sette-ottocentesca, sull’eterno problema del rapporto fra teoria e pratica, idealismo ed empirismo nell’educazione dei ragazzi.Com’è possibile, signor presidente, che una vicenda iniziata – seppur nei suoi aspetti “teoretici” – nel 1923 debba tornare in vita, nel 2019, in una corte di Giustizia italiana?
Tornando a noi, la Magistratura si difende, affermando che – in fin dei conti – il potere Legislativo ha nelle sue mani le Leggi, ossia le basi sulle quali la Magistratura deve poi sentenziare. Salvo, poi, gridare “al lupo!” se ritiene che siano intaccati i suoi principi d’indipendenza, sanciti dalla Costituzione. Ma, sulla correttezza costituzionale delle leggi, debbono vegliare lei e, soprattutto, la Corte Costituzionale. Che ha mostrato un inquietante “tasso” di marciume e sordida connivenza con ambienti poco “puliti” di poteri con i quali non doveva e non poteva avere quei rapporti.
E la Magistratura italiana si compiace anche con se stessa, per rendere sempre più illeggibili gli emanati: al tradizionale uso (spesso superfluo) della citazione latina, oggi si aggiunge l’uso della lingua inglese, che pare voler “trattenere” nella torre d’avorio le sentenze, gli emanati, le motivazioni, quasi ci fosse vergogna ad esibirli in pubblico, creando anche un’artificiosa distanza, che ha olezzo di classismo, fra chi deve amministrare la Giustizia e chi deve usufruirne. E la distanza fra il Paese reale e le aule di Giustizia, aumenta: scompaiono gli avvocati, mentre spadroneggiano gli azzeccagarbugli.
In questa serena Estate italiana – i guai idrogeologici verranno in Autunno – mentre lei ci comunica la sua profonda convinzione di vivere in un Paese “pieno di energie e presenze positive”, siamo alle prese con un pasticcio istituzionale che solo la frescura del mare potrà far dimenticare. Già, ma ciò che esce dalla porta rientra dalla finestra – recita il proverbio – e, francamente, non mi sento di cassare questa antica sentenza. Possiamo rispondere: “non riesco a capire il garbuglio”, come ha fatto l’amico avvocato?Veda lei.

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