La comunicazione si evolve, ma senza un preciso piano strategico, tranne l’inseguimento delle idee per mantenere lo status

Marchall Mc Luhan diceva il messaggio è il mezzo e la sua analisi sulla comunicazione spiegava l’analisi secondo cui non era importante il cosa c’è dietro il messaggio ma da dove e come esso viene. Alla base del pensiero di McLuhan (e della cosiddetta “Scuola di Toronto”, di cui egli, insieme a W. J. Ong, è il maggiore rappresentante) troviamo un accentuato determinismo tecnologico, cioè l’idea che in una società la struttura mentale delle persone e la cultura siano influenzate dal tipo di tecnologia di cui tale società dispone.
Poi la “modernità” vuole che giovani talenti mettano in discussione l’assunto e spiegano che la comunicazione è al contrario data dal contenuto non dalla forma, che oggi è data da un insieme di mezzi che si applica sul tema (carta, radio, tv, social, ecc)
< La rete è dio, e McLuhan è il suo profeta. Forse. Perché la rete evolve e accelera con una velocità tale che lascia indietro le idee. E, nel caso delle vecchie analisi di Marshall McLuhan sulla fruizione dei media da parte del pubblico, sembrano oggi più una rincorsa da re Magi al miraggio della cometa. La valutazione più realistica sulle teorie del noto sociologo l’ha fornita lo studioso Gianpiero Gamalieri: «sono un po’ come i geroglifici egizi: si prestano sempre a diverse interpretazioni». Espressioni come “villaggio globale” e, soprattutto, “il medium è il messaggio” sono da tempo divenute slogan, pronti per essere sfoderati al momento opportuno. Dagli anni ’70 a oggi, il pensiero di McLuhan continua ad apparire come pilastro teorico in conversazioni, articoli, libri sulla comunicazione. L’ultimo, McLuhan non abita più qui? (Bollati Boringheri), in cui Alberto Contri riflette sui cambiamenti dovuti ai nuovi media digitali. Concludendo che, sì, quel diavolo di McLuhan è più attuale che mai. Però molti altri sono convinti del contrario: intuizioni immortali, background superato. >
< Facciamo una prova: sapreste spiegare a un bambino che i video su YouTube sono una cosa e la tv un’altra? O che un articolo di giornale non si può vedere online? Beh, non sarà semplice. Forse siamo noi a essere rimasti indietro. «Per forza: siamo cresciuti utilizzando media verticali, che offrono contenuti diversi ma sono anzitutto strumenti tecnologici diversi: stampa, radio e televisione», commenta su TechCrunch Tom Goodwin, a capo dell’agenzia di marketing Zenith. «E anche internet inizialmente era solo uno strumento in più», a cui gli attori dei media tradizionali hanno cercato di adeguarsi: così sono nati i primi siti, blog e forum che hanno popolato il web. Poi i motori di ricerca, gli aggregatori, i social network. E tutto è cambiato.>
preso dal blog http://www.pagina99.it
Quindi i messaggi sono ancora dipendenti dal “medium”, ma unificano i contenuti passando da tante porte digitali. Sono quindi due aspetti che rientrano in sfere di interesse: il mercato in generale con i suoi risvolti materiali e di necessaria influenza sulle masse, la politica come aggressore sociale che deve accreditarsi.
Forse la definizione è stretta per spiegare la vastità della tecnologia che ha plasmato con algoritmi temi filosofici, che ci corre dietro per conoscere ogni mossa e proiettare idee dentro i comportamenti. Salvini il cui storitelling social, può funzionare da racconto al bar, diventa psicologo quando il suo staff elaborando i temi sui social gli consegna il “senso” dei suoi discorsi medi attraverso l’analisi del mondo social e lui di questa medietà ne fa politica.
Dì loro ciò che loro stessi dicono e sarai in sintonia
E qui il concetto è a monte, perchè c’è un idea da far passare e la multimedialità aiuta a veicolare . Non serve il ritorno in termini di contenuto come dimostra ormai il non dialogo vero sui social, l’interazione interessata, la costruzione di un discorso in cui la forma si assembla con molti concorsi. L’importante è il bombardamento continuo e subliminale lasciandoci senza difese, con la gestione individuale della tensione emotiva che rimane senza vere risposte. Se ci riportano sempre ai problemi essi navigano nel mare comune e quasi non spaventano, ma non hanno soluzioni e rimangono a torturare il singolo individuo che da solo è impotente. Funziona così la politica dei partiti, abbandonare le persone alla tecnologia le rende manovrabili, spaventate, convinte che ogni problema sia così vasto da non poter influire davvero e si sfogano con insulti, con leggerezza assente, con inutili commenti sui social.
La comunicazione è alla base comunque di un idea di mondo, di un sistema di NON ascolto che si avvantaggia delle vittime e la filosofia sul mezzo non porta benessere .
Insomma, parlando di velocità e di attualità delle analisi, forse aveva capito tutto Bill Gates, che poco più di dieci anni fa sentenziava: «Quando si tratta di internet, la definizione di “contenuto” diventa molto ampia. I software sono una forma di contenuto di estrema importanza. Ma le opportunità più ampie riguardano la fornitura di informazioni o intrattenimento». E per rimanere in tema di slogan: Content is King.
Gianni Gatti
22/07/2019

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