Lo Stato Islamico riparte dall’Afghanistan

Dal blog https://www.vietatoparlare.it/

28/luglio/2019

Mentre proseguono serrati i dialoghi tra gli insorti talebani, l’amministrazione centrale a Kabul e Washington, nel fragile stato centroasiatico si sta rafforzando, tendenzialmente ignorato, un attore in grado di scompaginare le carte in tavola e rendere ulteriormente incerto il futuro del paese: lo Stato Islamico. Dopo il crollo del progetto statuale islamista nel Siraq, il califfato prospera ad ogni livello tra le montagne afghane inserendosi tra le faglia della competizione inter etnica demografica, le rivalità regionali e geopolitiche. Attentati, massacri e la consueta brutalità restano il marchio di fabbrica degli uomini del califfato che hanno trovato un nuovo eden in un contesto di incertezza e cronica conflittualità.

Un recentissimo attacco terroristico provincia afghana di Nangarhar ha sollevato nuovamente il dibattito sull’insicurezza, la violenza e il futuro del paese centroasiatico. Un kamikaze di 13 anni si è fatto esplodere ad una festa di matrimonio di un membro di una milizia filo governativa uccidendo una decina persone e ferendone quaranta. La giovane età dell’attentatore, l’obiettivo dell’attacco e l’ubicazione geografica di una provincia contesa tra il governo di Kabul e i talebani sta costringendo analisti, attori locali e internazionali a considerare con sempre maggiore serietà la questione dello stato islamico in Afghanistan.

Di fronte al diniego dei talebani i maggiori indiziati dell’attacco restano gli affiliati della “wilayat del Khorasan”, la branca dello stato islamico nel fragile paese. Negli ultimi anni, infatti, si è rafforzata la presenza degli islamisti all’interno del panorama frammentato del paese. Affianco alla consueta, ineluttabile e resiliente resistenza dei talebani, con cui gli americani e il governo centrale starebbero per portare a termine un controverso e instabile processo di pace, si rafforza la presenza organizzativa, numerica e propagandistica dello Stato Islamico che si inserisce nelle pieghe inter etniche della nazione. L’Afghanistan è infatti una repubblica multietnica in cui alla flebile maggioranza pashtun (il bacino demografico a cui attingono i talebani) si affiancano tagiki, turkmeni, uzbeki, sciiti hazara e diverse altre etnie autoctone. Proprio tra queste minoranze, oltre a reclute provenienti dall’Asia Centrale post sovietica, lo stato islamico locale attinge per rafforzare le proprie fila.

Il crollo del progetto statuale islamista nel Siraq ha sollevato premature speranze sulla dipartita di ogni progetto islamista radicato invece nelle fragilità statali attuali. Cadute Mosul e Raqqa in Iraq e Siria, decapitata la leadership e sconfitte sul terreno le milizie del califfato oltre alle decine di migliaia di combattenti stranieri, le diverse “provincie” del califfato dentro e fuori il Medio Oriente si sono riorganizzate autonomamente. Non solo in Afghanistan ma anche Filippine (nella regione di Mindanao la minoranza musulmana lotta contro il potere centrale in una nazione cristiana), Egitto, Libia, Mozambico e Indonesia. In ogni contesto di repressione, insubordinazione il radicamento propagandistico sradicato califfale cresce in potenza e prestigio minacciando la tenuta di progetti statuali fragili. Gli islamisti agli ordini di Al Baghdadi, a differenza di Al Qaeda o di altri attori jihadisti nel palcoscenico globale, hanno sempre imposto un controllo territoriale ferreo e a tratti brutale reagendo con violenza fanatica ai tentativi di sradicamento posteriori messi in atto dai governi legittimi. La gloriosa battaglia di Kobane, il lungo processo di liberazione di Mosul e la costante guerriglia che ancora oggi insanguina la fascia desertica sunnita irachena rappresentano esempi tangibili della pericolosità delle iniziative dello Stato Islamico. Una bandiera nera con ambizioni globali che si diffonde capillarmente.Pubblicità

La provincia del Khorasan sembrerebbe aver avuto inizialmente la propria base nella provincia orientale del Nangarhar, vicino il confine con il Pakistan, insieme ad un ampio gruppo nell’Afghanistan settentrionale. Ultimamente, sembrerebbe aver allargato la propria estensione alla provincia del Kunar, nella parte nordorientale del Paese. In totale, secondo quanto affermato da un membro del consiglio della provincia di Nangarhar, Ajmal Omar, lo Stato Islamico sembrerebbe essere presente in 4 province dell’Afghanistan, ovvero in Nangarhar, Nuristan, Kunar e Laghman. “In questo momento in Kunar vi sono da un lato i talebani, dall’altro l’ISIS. E il governo è in mezzo”, ha dichiarato Omar, il quale ha aggiunto: “Quando hanno iniziato ad essere presenti in Afghanistan, i militanti dell’ISIS non erano più di 150. Oggi sono in migliaia”. Tale presenza sul territorio rappresenterebbe una forte minaccia, in quanto, ha spiegato il consigliere, “possono avere facilmente accesso a risorse economiche, armi, equipaggiamento, nonché aree dove poter pianificare, testare e far partire gli attentati”.

L’Afghanistan è diventato il punto focale degli sforzi califfali in quanto la nazione è reduce da decenni di instabilità. Dall’invasione sovietica nel 1979, in soccorso al governo socialista in forte difficoltà, ad oggi si sono succeduti governi diversi tra cui l’Emirato istituito dagli studenti coranici. L’invasione americana del 2001 ha abbattuto il governo islamista, instaurato una cleptocrazia debolmente tribale intorno al presidente Karzai. Nonostante un conflitto lunghissimo, estenuante e l’utilizzo di svariate tattiche di contro insurrezione, Kabul (coadiuvata dagli Stati Uniti e dalla comunità internazionale) non è riuscita a sconfiggere la guerriglia talebana, sostenuta informalmente dai temibili servizi segreti pakistani (ISI), dai traffici di droga e armamenti che dal Corno d’ora asiatico vanno in Europa e dal supporto (tramite la finanza islamica) finanziario di personalità wahabbite nel Golfo e da svariate e oscure organizzazioni panislamiche. L’attuale governo Ghani è di fronte a un bivio fondamentale. Con il supporto americano in via di redifinzione, la scarsa affidabilità dell’impegno dell’amministrazione Trump che ha recentemente implementato una strategia di confronto frontale del problema talebano e il supporto che i talebani continuano ad avere nelle regioni emarginate del sud e dell’Est v’è la necessità di negoziare con i talebani, rilanciare i dialoghi di Doha tra le parti e decidere il destino prossimo del paese.

Esclusi dai dialoghi, combattuti da tutte le forze in campo, costretti sulle impenetrabili montagne dell’Hindukush gli uomini del califfato rafforzano il controllo informale e sociale tra le comunità rurali, offrono un alternativa alla centralizzazione promossa dal governo Ghani e sfruttano l’afflato mondial-islamista per combattere la jihad contro gli invasori stranieri e un governo largamente percepito come strumento nelle mani dell’Occidente. Sebbene Daesh e i suoi affiliati locali nella regione dell’Af-Pak abbiano subito diverse battute d’arresto causate dal governo afghano e pakistano, e anche dagli attacchi dei droni statunitensi, le maggiori perdite sono state inflitte dai talebani afghani. I combattenti talebani hanno sradicato Daesh dalle sue basi nella provincia di Jauzjan nel nord dell’Afghanistan nell’agosto 2018 e hanno costretto i sopravvissuti a cercare rifugio presso le forze di sicurezza afghane. Prima, nel novembre 2015, nella provincia di Zabul i talebani avevano sconfitto il Movimento Islamico dell’Uzbekistan, affiliato a Daesh, e i suoi alleati composti da dissidenti talebani. Anche nella roccaforte dell’Isis, nella provincia di Nangarhar, probabilmente i talebani hanno inflitto maggiori danni allo Stato Islamico rispetto a quanto abbiano fatto le forze armate afghane e statunitensi.

Questo confronto a tre si è inevitabilmente ritorto contro la popolazione civile con il consueto codazzo di attentati sanguinari, massacri e emigrazione. Colpita duramente, soprattutto la principale minoranza sciita del paese, gli hazara. Discendenti dai conquistatori mongoli questa piccola componente demografica (il 12% della popolazione del paese) è finita nell’occhio del ciclone, colpita dagli attacchi feroci dei talebani e dagli islamisti del califfato oltre ad essere tendenzialmente emarginata dai diversi governi centrali. I forti tassi di povertà, emigrazione e sottosviluppo sociale hanno spinto questa minoranza ad organizzarsi in comitati di autodifesa tribale che ha ulteriormente e capillarmente diffuso l’insicurezza, la propagazione degli armamenti e distrutto le prospettive di rafforzamento statuale per un futuro assetto della nazione. Il processo di pace, per quanto promettenti sembrano i dialoghi tra le parti, difficilmente porterà una ventata di pace e sicurezza in una nazione martoriata e vi sono forti dubbi sulla tenuta effettiva del governo di Kabul in un frangente di disimpegno americano. I talebani, nonostante la promessa di limitare il fanatismo e le violenze appaiono restii a scegliere la linea politica per arrivare nuovamente al potere quando potrebbero entrare a Kabul con i Kalashnikov e paradossalmente oggi sembrano gli unici ad essere in grado di limitare il potere degli uomini del califfato.Pubblicità

Quale futuro per l’Afghanistan? Un governo centrale forte dovrebbe includere le diverse componenti etniche del paese, rafforzare la capacità del governo centrale di raggiungere le periferie, rilanciare la cooperazione internazionale attirando investimenti, rilanciare le componenti tribali rispettando autonomie e necessità locali. In primis, Kabul dovrebbe privare i talebani delle leve di reclutamento per i talebani o cercare un accordo con questi da un punto di forza che ne permetta la futura marginalizzazione. Lo stato deve tornare ad essere l’unica alternativa credibile alla frammentazione. Uno stato forte, rappresentato dovrebbe essere in grado di contrastare con forza militare gli islamisti califfali e ricucire le ferite di decenni di guerra.

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