Lo sfruttamento dei rifugiati siriani in Libano

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Federico Annibale9 Settembre 2019

I lavoratori immigrati siriani sono centrali per l’economia libanese da decenni. Dopo il 2011 sono divenuti 1,5 milioni su 5,9 milioni di abitanti, con salari sempre più bassi. Un sistema di sfruttamento che avviene sotto gli occhi dell’Onu

C’è una cosa che spesso non è chiara quando si parla dello sfruttamento lavorativo dei rifugiati siriani bloccati in Libano.  Solitamente questo fenomeno viene raccontato come nuovo, diretta conseguenza della condizione di rifugiati cui i siriani, loro malgrado, sono costretti in Libano. Tuttavia, la storia è ben più complessa e ci dice chiaramente che lì, i siriani, sono sempre stati utilizzati come manodopera a basso costo. 

Fino alla caduta degli ottomani, avvenuta agli inizi del Ventesimo secolo, il Libano e la Siria erano parte di uno stesso impero. Questa vicinanza storico-politica ha influenzato enormemente i rapporti fra questi due stati del Medio Oriente. Rapporti commerciali e flussi di lavoratori che sono continuati fiorenti anche a seguito dell’Indipendenza del Libano (1943) e della Siria (1946). 

Fin dall’inizio, questi due stati si formarono su basi economico-sociali molto differenti. Il Libano creò un’economia liberista Laissez-faire: lo stato interveniva poco, fornendo scarsi servizi e poca protezione sociale alla collettività; il privato, dal canto suo e a caro prezzo, offriva istruzione, sanità e servizi. In Siria invece, specialmente dopo il colpo di Stato di Hafiz al-Assad e la costruzione di un regime socialista, il ruolo dello stato divenne primario: molti dei servizi erano gratuiti e alcuni settori dell’economia sussidiati dal governo. «I siriani sono stati parte della nostra economia informale per molto tempo» spiega Jihad Nammour professore di Scienze Politiche di base a Beirut. «Per entrambi gli Stati questo flusso di lavoratori era una situazione Win-Win: il governo siriano vedeva il Libano come un’area per assorbire la disoccupazione domestica; mentre il Libano, dal canto suo, aveva bisogno di lavoratori a basso costo». 

John Chalcraft, professore di Politica e Storia del Medio Oriente alla London School of Economics (Lse), raggiunto telefonicamente, racconta come il governo siriano avesse ulteriori vantaggi nel permettere questo esodo di lavoratori: «Prima di tutto i soldi che i lavoratori mandavano alle famiglie rimaste in Siria che venivano riutilizzati nell’economia siriana. In secondo luogo, vi era un’importante questione politica: il Libano veniva utilizzato come valvola di sfogo vista l’incapacità del regime siriano di offrire lavoro ai propri cittadini, così da limitarne il dissenso politico e controllarlo, cosa che gli è evidentemente sfuggita di mano a seguito delle proteste del 2011».

Nel 1947 il Ministro libanese dei Lavori Pubblici, Gabriel Murr, dichiarò che il 25% degli operai che lavoravano nei cantieri del Ministero erano siriani e che inoltre, l’afflusso dei lavoratori dalla Siria, non sarebbe stato soggetto ad alcuna restrizione. Fin dall’inizio, dunque, esisteva un disegno politico-economico, voluto da entrambi gli stati, di permettere questo libero passaggio di lavoratori e il conseguente sfruttamento lavorativo dell’anello più debole della catena: il lavoratore-migrante. D’altronde, come scrive John Chalcraft in The Invisible Cage. Syrian Migrant Workers in Lebanon, i lavoratori siriani erano comodi, poiché invisibili; certamente numerosi, ma pur sempre silenziosi.

La politica dei confini aperti si realizzò formalmente nel 1962 con un accordo bilaterale fra i due stati. «I Siriani avevano un trattamento preferenziale rispetto agli altri stranieri. L’entrata in Libano era semplice, avevano accesso alla residenza e al mercato del lavoro», spiega Ghida Frangieh, avvocato e attivista di Legal Agenda, un’organizzazione no-profit che combatte per eliminare le barriere che impediscono alla società libanese (e in tutte le società arabe) di beneficiare dei propri diritti. «I siriani potevano automaticamente stare sei mesi in Libano. Il permesso era rinnovabile semplicemente uscendo fuori dal paese, per poi rientrare e vederselo così rinnovato per altri sei mesi» continua la Frangieh. 

Lo schema migratorio-lavorativo dei siriani era molto semplice. Gli uomini andavano a lavorare in Libano, e i soldi che mandavano indietro erano sufficienti al nucleo familiare rimasto in Siria per vivere dignitosamente. «Questi uomini tuttavia avevano difficoltà a stabilirsi in Libano, poiché il costo della riproduzione sociale era molto più alto in questo Paese» spiega John Chalcraft. Così, per i lavoratori siriani, era sostanzialmente impossibile rimanere nel piccolo paese dei cedri e portare con sé la famiglia. Non esisteva una seconda generazione di siriani in Libano, spiega sempre il professore della Lse, poiché gli stipendi e il costo della vita non lo permettevano; vivevano un costante stato di esilio.

Il Libano era completamente dipendente da questa massa informale di lavoratori, tanto che nel 1969, a seguito della chiusura dei confini da parte della Siria per una breve crisi diplomatica con il Libano (rea di aver firmato l’accordo del Cairo con l’Organizzazione per la liberazione della Palestina-Olp), i cantieri libanesi si fermarono. Non si trovavano più lavoratori, e cosa più importante, i libanesi non avrebbero mai lavorato per quei salari. Gli sfruttati erano spariti e il Libano si era fermato. 

Nel 1975 secondo la General Security (autorità libanese che, fra le altre cose, è responsabile della sicurezza dei confini nazionali) risiedevano in Libano 279.510 lavoratori siriani, di questi quasi nessuno aveva un contratto di lavoro. Dunque, 1 lavoratore su 2 era siriano. In quegli anni, tuttavia, ciò non veniva visto come un problema dalla società libanese, ma al contrario come segno di potenza economica. «La verità era che il Libano non poteva offrire tutti quei lavoratori poco specializzati, che dovevano dunque essere importati; oltre a ciò, i libanesi non volevano fare quei lavori. Dunque esiste anche un fattore culturale, se così si può dire» chiarisce Chalcraft.

Alla fine degli anni Settanta ci fu un tentativo, da parte dei lavoratori siriani, di rivendicazione sindacale. Nel 1975 fu creato il Sindacato dei Lavoratori Siriani Arabi, controllato dal regime siriano. Questo tentativo, tuttavia, non portò alcun miglioramento tangibile o a lungo termine per i lavoratori siriani, ammette John Chalcraft. In più, visto che tale sindacato era diretta emanazione dello stato siriano, il quale era anch’esso connivente in questo sistemico sfruttamento, era difficile immaginare quel percorso sindacale come realmente emancipatorio e di lotta.

Fino al 1983, i lavoratori siriani erano sostanzialmente accettati. Poi, con la crisi economica e la guerra civile che scosse il Libano in quegli anni, ci fu un cambiamento radicale. Disoccupazione, inflazione altissima, aumento dei debiti privati e pubblici, fecero germogliare nella maggioranza dei libanesi un risentimento razzista nei confronti dei siriani; colpevoli di togliere posti di lavoro ai libanesi, e di concorrere slealmente nel mondo del lavoro, poiché disposti ad accettare qualunque salario.

In verità, come ricorda Chalcraft nel suo libro, in quegli anni ci fu un’inflessione del numero di lavoratori siriani. Ciononostante veniva raccontata come un’invasione. I politici libanesi necessitavano di un capro espiatorio, per non mostrare i fallimenti della loro politica domestica.  

A questo si aggiunse, durante la guerra civile, l’invasione e la conseguente occupazione militare siriana in Libano (1976-2005). Ciò non fece altro che peggiorare la percezione dei siriani in Libano. Oramai, nella coscienza collettiva, il siriano era diventato un problema, e anche i giornali ne parlavano apertamente male.

«La cosa però importante da comprendere, è che durante l’invasione, anche l’esercito siriano utilizzò e sfruttò i suoi connazionali» puntualizza il professore di Londra. Insomma se la si guarda da una prospettiva nazionalistica, si perde il punto: questi lavoratori erano degli sfruttati, e lo sarebbero stati sia se i datori di lavoro fossero stati libanesi o siriani. In fin dei conti il problema è il sistema produttivo, il capitalismo. 

Quest’impiego massiccio di lavoratori senza contratto ha anche creato danni considerevoli all’economia libanese. «Non è vero che era una situazione Win-Win per tutti. Prima di tutto si basa sullo sfruttamento di lavoratori» precisa Jihad Nammour riferendosi agli ipotetici vantaggi che questo afflusso di lavoratori recava sia per la Siria che per il Libano, prima dello scoppio della guerra civile nel 2011. «Dopo di che, incoraggia il lavoro nero in grandi settori dell’economia, e ciò significa che esclude i libanesi da questi settori, poiché questi lavori vengono percepiti come poco dignitosi dalla popolazione locale» continua Nammour. Oltre a ciò si aggiunge la perdita di grandi entrate per le finanze pubbliche libanesi, l’indebolimento dei sindacati e il rafforzamento delle dinamiche di accumulazione selvaggia del capitalismo. 

«Il punto è che la Win-Win solution è vera per le compagnie libanesi, per i due governi e le rispettive classi più agiate. I politici libanesi lo hanno permesso poiché facevano parte delle classi che beneficiavano da questa situazione. In più non vi era alcuna pressione sociale per il cambiamento, visto che i libanesi non ci lavoravano e non erano interessati alle condizioni di quei settori» conclude il professore libanese.  

Per riassumere non era e non è un banale scontro fra due stati, ma è un regime di lavoro non qualificato che segmenti della popolazione relativamente agiata in entrambi gli stati, utilizzava per riprodurre la propria posizione di privilegio e benessere nelle rispettive società. 

Ciononostante, fino allo scoppio del conflitto in Siria, questo sistema è rimasto immutato. Dal 2011 molte cose sono cambiate, ma l’architrave del sistema di sfruttamento è rimasto in piedi. Se infatti prima il lavoratore siriano poteva sfruttare il costo della vita più basso in Siria, adesso non può più beneficiarne. Ciò significa, spiega Nammour, che oggi tutto quello che guadagna lo deve spendere e che comunque di solito non è abbastanza per sopravvivere. 

Infatti secondo il rapporto sulla condizione di vulnerabilità dei Siriani dell’Unhcr in Libano, più del 70% vive sotto la soglia di povertà, il 50% di questo addirittura al di sotto della soglia della povertà estrema, il 90% ha contratto debiti, non tutti hanno accesso all’elettricità o all’acqua corrente. Insomma una situazione disastrosa, dove molto spesso il lavoro minorile diviene una necessità.

«Dopo la guerra è diventato un sistema basato sullo sfruttamento che non può essere fronteggiato dai siriani senza l’assistenzialismo delle organizzazioni umanitarie. Così, abbiamo nuovi attori che giocano un ruolo: Unhcr, Unicef, Wfp e altri che sono ora parte di questo sistema di sfruttamento» racconta Jihad Nammour. «Attori che non soltanto non riescono a prestare l’assistenza necessaria ma che mantengono e così rafforzano il sistemico sfruttamento».

Fino agli inizi del 2015, l’accordo bilaterale fra Siria e Libano che permetteva il libero passaggio, rimase operativo. «Quando iniziò a cambiare la natura del conflitto in Siria, e ci furono degli scontri con Al-Nusra e Isis anche dentro il Libano, allora le cose cambiarono». spiega Ghida Frangieh. L’opinione pubblica si aspettava un cambiamento. «Così un nuovo regolamento della General Security agli inizi del 2015 cambiò le norme per l’ingresso e la residenza dei siriani. Da quel giorno, di fatto, il Libano non riconobbe più il diritto di chiedere asilo» continua l’avvocatessa libanese. 

In aggiunta, nello stesso periodo, il governo libanese impose all’Unhcr di non registrare nuovi rifugiati (non essere registrati presso l’Unhcr comporta maggiore difficoltà nell’accedere a una serie di servizi offerti dall’Agenzia Onu per i rifugiati). Questo è il motivo del gap fra i 935.000 rifugiati ufficialmente registrati e la stima di 1,5mln da parte del governo. Ovviamente, la mancata registrazione, ha portato un nuovo duro colpo ai siriani.

Oggi, per un siriano, legalizzare il proprio status in Libano, e dunque poter avere un contratto lavorativo, è diventato quasi impossibile. I requisiti per ottenere la residenza o entrare legalmente sono irraggiungibili per siriani. Proprio per questo la Franghie parla di Manufactured Vulnerabilty (letteralmente, vulnerabilità creata). «Con questo termine intendiamo una serie di politiche che non permettono a un gruppo di persone di beneficiare dei propri diritti o quanto meno li rende meno accessibili. Politiche che spingono un soggetto in una posizione debole e sfruttabile. L’obiettivo di queste politiche è sia negare l’esistenza di quello specifico gruppo di persone, come nel caso dei rifugiati siriani, poiché in Libano non vogliamo che questi rifugiati si stabiliscano qui; sia facilitare lo sfruttamento di questa gente. Parliamo di provvedimenti politici, legali e amministrativi che realizzano gli obiettivi di cui sopra» spiega perfettamente l’attivista libanese. 

Legal Agenda, Frontiers Ruwad e un rifugiato siriano, hanno contestato la legittimità del nuovo regolamento sui visti d’ingresso e sulla residenza redatto dalla General Security (Gs). Agli inizi del 2018, il Consiglio di Stato (massimo organo amministrativo) ha effettivamente dato ragione a Legal Agenda, affermando che la decisione della Gs è illegale perché tale provvedimento viene da un organo che non aveva competenze in materia. E dunque, continua il Consiglio di Stato, rimane in vigore l’accordo bilaterale del 1962: libertà di passaggio e accesso alla residenza.

Tuttavia la Gs, che comunque rimane responsabile del controllo dei confini, non ha mai applicato la decisione della Corte. «Questo ha a che fare con lo stato di diritto in Libano, che è molto debole e le scelte dei giudici sono spesso violate. Abbiamo un grande gap fra quello che la legge dice, e quello che poi viene messo in pratica. Quello che abbiamo osservato rispetto ai siriani, dal 2015 in poi, è che tutto succedeva al di fuori del contesto legale. La legge veniva utilizzata per restringere i diritti e non per garantirli» afferma Ghida Frangieh con decisione. Proprio per questo il 74% dei siriani in Libano non ha una residenza legale. 

Un milione e mezzo di rifugiati siriani è un numero impressionante per uno stato di 5,9 mln di abitanti. Nel momento in cui l’assistenzialismo non permette di vivere dignitosamente, la gente è costretta a lavorare (nell’informalità) e accettare qualunque cosa, pur di portare il pane a casa. Tuttavia essendo aumentata la domanda di lavoro nei settori dove storicamente i siriani lavoravano, gli stipendi si sono abbassati. Ci sono casi nei quali la competizione è giocata talmente al ribasso da basarsi anche sullo sfruttamento del lavoro minorile; in tali settori il salario corrisposto è ancora più basso, tale da non permettere a un padre di famiglia di sostenere il costo della vita in Libano.

Se è pur vero che L’Unhcr da quando ha iniziato la sua missione umanitaria in Libano non ha mai ricevuto i fondi richiesti, mancando ogni anno almeno il 50% dei fondi obiettivo, il suo operato non è privo di critiche. Quest’organizzazione tiene in piedi un sistema malato. La posizione diplomatica e istituzionale dell’agenzia Onu per i rifugiati, non le permettono (e probabilmente manca anche la volontà politica) di combattere realmente una struttura legale che impone ai siriani bloccati in Libano, di vivere in uno stato di miseria cronica. La crisi umanitaria che vivono i siriani in Libano, è figlia delle politiche securitarie dei confini. Se questi esseri umani potessero decidere in serenità di rilocarsi dove desiderano; se ci fossero delle vie legali per raggiungere le destinazioni scelte; allora non ci sarebbe bisogno di un intervento di questo tipo in Libano. Uno Stato che non ha la capacità né la volontà politica di offrire una dignitosa accoglienza. In fin dei conti, l’Europa, ha tutto l’interesse nel mantenere una situazione di questo tipo, poiché trova un equilibrio con la securizzazione dei confini esterni europei a seguito della creazione del sistema Shenghen. «D’altronde l’Europa non può sostenere politicamente l’apertura dei confini. Non è vero?» conclude Nammour.

«Non ho futuro, non esiste il futuro per me. Vivo solo il presente che non è granché» aveva raccontato un operaio siriano in un cantiere di Beirut. Centinaia di migliaia di persone sono costrette ad accettare qualunque stipendio, a vivere da anni in baracche di plastica, a far lavorare i figli, e non avere il lusso di proiettare loro stessi nel futuro. 

*Federico Annibale è un giornalista freelance romano. Da anni lavora sul tema della migrazione da contesti geopolitici differenti.

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