Le proteste di Hong Kong in quattro punti

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Kevin Lin11 Settembre 2019

Il governo di Hong Kong ha ritirato il decreto che ha scatenato proteste di massa e sconvolto la città per mesi. Ma la crisi politica non si limita alla singola legge, e i manifestanti potrebbero decidere di volere di più

Le proteste di Hong Kong hanno raggiunto un nuovo picco di intensità. Le manifestazioni di sabato 31 agosto, riferisce il New York Times, sono state «gli scontri più intensi dall’inizio delle rivolte sul destino della città, lo scorso giugno». Martedì Nyt usciva con il sensazionale titolo «Gli studenti di Hong Kong iniziano l’anno scolastico con le maschere anti-gas, il boicottaggio delle classi e le proteste», mentre il portavoce del governo cinese avvisava che «la fine si avvicina per coloro che proveranno a distruggere Hong Kong e opporsi alla Cina». Soltanto pochi giorni fa, in un significativo gesto di apertura verso i manifestanti, il capo esecutivo di Hong Kong Carrie Lam ha annunciato che ritirerà del decreto di estradizione che ha scatenato le proteste (e che i critici bollano come attacco alle libertà civili).

Le rumorose manifestazioni sono allo stesso tempo una testimonianza dell’inventiva dei manifestanti e una minaccia al governo di Hong Kong, guidato da Lam con l’appoggio di Pechino. Con il governo cinese impegnato a incrementare il controllo a casa propria e l’influenza livello globale, la crisi di Hong Kong ha assunto un significato più grande, eclissando le dinamiche politiche locali.

Ecco come stanno le cose.

1. La varietà di tattiche utilizzate nelle proteste sta tenendo le autorità sulle spine

Le proteste vanno avanti ormai da quattro mesi, grazie alla continua evoluzione delle pratiche messe in campo dai manifestanti: dalle adunate pacifiche e di massa, fino alle battaglie violente di piccoli gruppi contro la polizia; dagli scioperi generali e le occupazioni degli aeroporti che puntano a massimizzare il disagio, fino ai boicottaggi meramente simbolici degli studenti. In particolare, la strategia di guerriglia usata dai manifestanti – rifiutarsi di occupare un singolo luogo, per non sfiancare i manifestanti e indebolire l’effetto sorpresa del movimento, e al contrario muoversi per tutta la città di settimana in settimana e dividersi in gruppi differenti per prendere di mira le istituzioni governative – ha reso il movimento capace di rinnovarsi continuamente e riorganizzarsi.

Lo sciopero generale del 5 agosto è stato più politico che economico. Se è vero che le diseguaglianze e le misere prospettive lavorative dei giovani sono realtà concrete e impossibili da ignorare, il movimento non può essere ridotto a queste considerazioni materiali. La sinistra ha provato e ha fallito nell’avanzare richieste sociali ed economiche. I precedenti appelli dei sindacati allo sciopero non avevano avuto molto successo, e lo sciopero generale si è invece organizzato online e non su iniziativa dei sindacati (anche se il supporto del sindacato degli assistenti di volo è stato decisivo). La potenza dirompente dello sciopero è derivata dall’aver colpito i trasporti urbani, più che dal numero di lavoratori che hanno aderito.

Un ulteriore sviluppo è rappresentato dal fatto che gli scontri violenti sono diventati una tattica accettata sia dal movimento di protesta che dall’opinione pubblica di Hong Kong più in generale. Quando i manifestanti si riversano nelle aree residenziali, gli abitanti tendono a stare dalla loro parte contro la polizia, che è invece criticata per un uso eccessivo della forza, soprattutto quando spara gas lacrimogeni. Un tempo annoverata tra le forze pubbliche più misurate del mondo, la polizia di Hong Kong sta dando ai manifestanti il pretesto per un’escalation – con oltre 1,100 arresti da giugno – e sta alimentando la crisi di legittimità delle autorità.

2. Il movimento giovanile continua a restare unito malgrado le profonde differenze interne

Dare priorità all’azione rispetto alla coesione ideologica è stato fondamentale per tenere insieme il movimento di protesta nonostante una profonda eterogeneità. Il nucleo forte dei protestanti – un guazzabuglio di studenti, giovani occupati e disoccupati, nuovi e vecchi attivisti politici – proviene da sinistra, da destra, e da tutto ciò che sta in mezzo.

Si sono uniti attorno a una serie di richieste di base: il ritiro del decreto di estradizione (finalmente ottenuto mercoledì scorso); il suffragio universale (i residenti di Hong Kong non possono scegliere direttamente i loro leader, così come buona parte dei seggi parlamentari); e la responsabilizzazione della polizia (che ha sparato più di duecento ondate di lacrimogeni dall’inizio delle proteste).

È un movimento guidato dai giovani. Storicamente, i cosiddetti pan-democratici – fautori di un gradualismo che ha provato a inchiodare la Cina alle promesse fatte prima del passaggio dal dominio britannico alla sovranità cinese, avvenuto nel 1997 – sono stati il principale fronte di opposizione della città. Ma la loro legittimità è collassata. Già marginalizzati dal Movimento degli Ombrelli del 2014, la credibilità dei pan-democratici come forza di opposizione ha raggiunto il suo punto più basso.

Persino i leader giovanili del Movimento degli Ombrelli non hanno riconoscimento tra gli odierni manifestanti. Per quanto li riguarda, il tentativo del movimento del 2014 di cambiare la politica da dentro, formando un partito e candidandosi alle elezioni, ha fallito. Rifiutano la nozione di leadership del movimento e preferiscono cambiare la politica da fuori.

L’approccio attuale ha dei punti di forza e delle debolezze. In assenza di una qualsiasi visibile forma di organizzazione, il movimento decentralizzato si è assicurato che il governo non potesse decapitare le proteste arrestandone i leader. Aver sfumato le divisioni ideologiche ha reso possibile radunare sotto un unico tetto tutti quelli contrari alla mano dura di Pechino (inclusi, ed è un problema, molti “localisti” con forti tendenze xenofobe). Eppure l’ampiezza ideologica e l’avversione alle struttura mina la capacità del movimento di agire come forza democratica e progressista con una reale capacità di resistenza.

3. La crisi di Hong Kong è una crisi della Cina

Sotto la superficie ribolle la crisi della stessa Hong Kong come enclave di mercato libero e neoliberista all’interno di una nazione capitalista a guida statale, una configurazione da sempre instabile e oggi sul punto di esplodere.

Hong Kong prospera grazie al capitale finanziario e immobiliare, e ne è dominata. I suoi residenti godono di una serie di libertà civili, con forti limiti imposti alla loro sovranità popolare. Per un po’, questa combinazione ha funzionato bene non solo per il capitalismo globale, che ne ottiene un hub finanziario internazionale, ma anche per il capitalismo cinese, che ha usato Hong Kong per finanziare le sue aziende e internazionalizzare l’economia.

Ma ora Hong Kong sta vivendo una fase di declino economico, avendo perso la funzione di porto commerciale e centro finanziario, sostituita da città come Shanghai e Shenzhen. Tutto questo alimenta le paure degli abitanti di Hong Kong di una possibile ulteriore integrazione nella madrepatria cinese e della la mancanza di libertà civili che ne deriverebbe.

Le proteste si inseriscono in un momento molto delicato anche per la Cina. Il Partito Comunista sta provando, contemporaneamente, a cambiare il modello basato sui salari bassi e improntato all’esportazione che ha reso la Cina la “fabbrica del mondo”; a fare un giro di vite contro la corruzione politica interna e a rinforzare la disciplina ideologica; a gestire l’espansione internazionale e la reputazione del paese. Xi Jinping ha rafforzato il controllo statale sul flusso di informazioni e sul dibattito pubblico, mettendo sotto sorveglianza le persone tra Hong Kong e la madrepatria e perseguitando gli individui che esprimono supporto alle proteste.

Più di ogni altra cosa, lo stato cinese si preoccupa della propria legittimità, tanto all’interno dei propri confini e tra le periferie (Hong Kong, Taiwan, Xinjiang, Tibet) quanto a livello internazionale. Le proteste di Hong Kong sono una crepa sulla facciata.

4. Non è la riedizione di piazza Tiananmen

La retorica allarmante di Pechino, con minacce non tanto velate di intervento militare, pende come una spada di Damocle sulla testa del movimento. Tutti sanno che un intervento militare provocherebbe morti fra la popolazione civile, distruggerebbe l’economia di Hong Kong e la sua posizione di hub finanziario, e causerebbe una crisi internazionale. I manifestanti e il governo cinese si sfidano l’un l’altro a scagliare la prima pietra.

La situazione somiglia per certi aspetti al movimento del 1989 di piazza Tiananmen, che la Cina ha represso nel sangue. Ma Tiananmen fu un movimento globale di studenti e lavoratori e si verificò in un momento in cui i regimi socialisti di tutto il mondo stavano per crollare. Le proteste di Hong Kong, per quanto partecipate, non rappresentano per il regime una minaccia di proporzioni simili.

Allo stesso tempo, anche se il decreto sull’estradizione è stato ritirato, la rabbia dei manifestanti potrebbe non essersi placata. È una crisi politica in piena regola, più ampia del destino di questo o quel disegno di legge. L’apertura di Lam potrebbe dare ai manifestanti di Hong Kong più fiducia in loro stessi e spingerli ad avanzare richieste politiche più importanti, incluso il suffragio universale.

Comunque vada a finire, il movimento lascerà un segno indelebile sule coscienze di coloro che vi hanno preso parte direttamente e su coloro che hanno supportato e assistito alle rivolte. Come il Movimento degli Ombrelli ha spianato la strada ad una nuova esplosione di energia popolare, lo stesso potrebbe succedere con le attuali proteste.

*Kevin Li è un attivista del lavoro, fa ricerca sulla Cina. Questo articolo è uscito su JacobinMag, la traduzione è di Gaia Benzi.

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