«Se non facciamo casino, non si accorgono che esistiamo»

Dal blog https://jacobinitalia.it

René Rojas23 Ottobre 2019

La rivolta degli esclusi minaccia l’ordine politico del Cile. La repressione ha fatto sì che, in nome della difesa delle libertà, anche un pezzo di ceto medio sia sceso in piazza. Nel paese più stabile dell’America Latina, la stabilità è svanita

Due anni fa, le elezioni politiche in Cile avevano iniziato a rimodellare il sistema oligarchico dei partiti. Ma il ritmo del cambiamento era troppo lento per evitare che il malcontento e l’indignazione contro la classe politica esplodessero nelle strade.

Gli ultimi giorni di proteste spontanee e incontenibili, saccheggi e incendi dolosi, sono destinati a far tracollare un regime che agli occhi delle masse lavoratrici e povere ha logorato già da tempo la sua immagine. Questo è solo l’inizio, ci dicono, e man mano che gli incendi si propagano, il Cile si trasformerà irreversibilmente. Ma quando il fumo si diraderà, come sarà il nuovo Cile?

L’eruzione della rabbia di classe

Il fattore scatenante immediato per la rivolta è stato l’annuncio del primo ottobre: le tariffe di punta della metropolitana sarebbero aumentate di 30 pesos. Pur considerando che la tariffa della metropolitana di 800 pesos [che corrispondono circa a un euro, Ndt] era già la seconda più alta in America Latina, né il gruppo di «esperti» che lo raccomandava, né l’amministrazione di destra di Sebastián Piñera, né la sua opposizione principale, avevano previsto qualche forma di reazione. Ma dando seguito all’ondata di proteste studentesche che dura dal 2006, i giovani hanno risposto con la disobbedienza civile di massa. Le federazioni delle scuole superiori hanno mobilitato una campagna coordinata sui social media per saltare i tornelli in tutta la capitale. Dopo una settimana di azione diretta portata avanti dagli studenti, la campagna è cresciuta fino a quando, nel corso dal 14 ottobre, si è diffusa in tutta la capitale. Il consorzio pubblico-privato che gestisce il sistema di transito di Santiago ha stimato perdite per quasi un quarto di milione di dollari.

In risposta, Piñera ha optato per un rigoroso approccio legge e ordine. Quando gli studenti, ora con il supporto di attivisti della comunità locale, hanno intensificato ed esteso le loro proteste a numerose stazioni della metropolitana, il governo ha chiamato forze speciali antisommossa per fermare gli adolescenti, spesso intrappolandoli e picchiandoli. La reazione è stata immediata: i piccoli tafferugli che accompagnavano le «evasioni tariffarie collettive», si sono trasformati in atti diffusi di sabotaggio e distruzione. Punitivamente e stupidamente, alle 16, proprio prima dell’ora di punta, Piñera ha sbarrato l’intero sistema di trasporto.

Imprigionate in una città in cui un viaggio nei trasporti pubblici supera facilmente le due ore e venute a conoscenza della repressione contro i loro figli, le persone esauste e sconcertate sono scoppiate in una furia insolita per i settori esclusi del Cile, generalmente considerati più calmi rispetto ai loro corrispettivi di altri paesi dell’area. Gli aumenti e gli schiaffi che sono seguiti hanno rappresentato l’ultima goccia dopo decenni di crescente disuguaglianza, di servizi pubblici che ricordano l’apartheid e di dominio oligarchico.

Circa ottanta fermate sono state spazzate via con dozzine di treni e stazioni bruciati. Al calare della sera, la gente ha iniziato a prendere di mira altre infrastrutture pubbliche, i principali incroci e, cosa più minacciosa per le élite economiche, la grande distribuzione.

Verso mezzanotte, incapace o non disposto a cogliere lo sdegno che alimentava la rivolta, Piñera ha proclamato lo stato di emergenza nella capitale. Prima di inviare truppe in piazza, il presidente miliardario ha colto un’altra opportunità per mostrare ai poveri la sua indifferenza festeggiando il compleanno di suo nipote in una pizzeria di lusso. Mentre i soldati marciavano ed evocavano i peggiori ricordi della dittatura di Pinochet, i poveri a lungo ignorati e la classe operaia erano ansiosi di lottare.

L’occupazione militare di Santiago ha alimentato le fiamme. Durante la notte e il giorno seguente, saccheggi e incendi si sono diffusi in altre città chiave, compresi i principali porti di Valparaiso e Concepción. Sperando di placare i disordini, il capo generale dello stato di emergenza ha imposto il coprifuoco dalle 22.

Nella capitale, i militari hanno puntato i loro fucili contro i civili e a Valparaiso i marinai hanno picchiato arbitrariamente la gente del posto. Nel frattempo, i settori progressisti della classe media della capitale si sono riversati nelle strade per opporsi alla presenza di truppe ed esprimere il loro generale rifiuto del governo di destra. Si sono radunati in piazze e viali centrali, battendo pentole per ore e chiedendo «Que se vayan los milicos». Si sono contrapposti principalmente alla perdita delle libertà civili e alla militarizzazione dell’ordine pubblico, temendo il ritorno all’autoritarismo.

La destra ha a sua volta risposto sostenendo che queste non sono le stesse forze armate del regime militare. Cosa che in fondo non è inesatta. Oggi, l’esercito è schierato non per ricomporre una dittatura, ma piuttosto per salvaguardare la democrazia del libero mercato post-Pinochet.

La repressione e la sospensione dei diritti fondamentali non sono riuscite a reprimere la ribellione. Gli incendi si sono diffusi e il saccheggio si è generalizzato dal momento che la rivolta ha raggiunto anche città di medie e piccole dimensioni. Quando i cileni si sono svegliati, domenica, i supermercati e le farmacie della capitale erano stati devastati. Walmart, ad esempio, ha affermato che ottanta dei suoi centri commerciali e supermercati, noti come Lider ed Ekono in Cile, erano stati saccheggiati. Il ministro degli interni Andrés Chadwick ha riferito della distruzione di altre otto stazioni della metropolitana insieme a oltre settecento arresti e più di sessanta poliziotti feriti. In un incidente a un posto di blocco militare, due civili sono stati feriti da colpi di fucile, riportando lesioni quasi letali.

Alla fine del fine settimana, il panorama nebuloso si è fatto abbastanza chiaro. Le masse dimenticate del Cile, di solito considerate nullità dalla politica, hanno smascherato i benefici del propagandato miracolo liberista, hanno interrotto il solito tran tran. L’«altra metà» ha preso l’iniziativa e – per ora – le classi medie frustrate si sono accodate.

La paura della repressione pareva sparita mentre il saccheggio si espandeva senza sosta e i manifestanti continuavano a costruire barricate nelle piazze e negli incroci principali. Mentre scattava il secondo coprifuoco, alle 19, 25 mila Santiaguinos della classe media continuavano a battere le pentole nel più grande dei tanti cacerolazos della capitale. La stabilità è svanita nel paese più stabile dell’America Latina.

A mezzanotte di domenica, circa 200 supermercati, 120 farmacie e 75 distributori di benzina erano stati parzialmente o totalmente distrutti. In un porto del nord, i giovani più esclusi si sono scatenati senza sosta contro un casinò di lusso. Dall’inizio della ribellione di classe, 11 sono morti (almeno uno colpito a fuoco dall’esercito, anche se la maggior parte è finito bruciato vivo nei negozi saccheggiati), centinaia sono stati feriti e quasi 2 mila arrestati.

I poveri continueranno a pagare un prezzo elevato per la loro resistenza, ma il costo più decisivo è stato imposto alla classe dominante. I lavoratori senza diritti del Cile si sono mobilitati spontaneamente per attaccare il sistema e hanno messo in primo piano le loro rivendicazioni.

L’autoimmolazione della classe politica

Tutte le forze politiche in Cile riconoscono l’ovvio: la rabbia irraggiungibile interroga questioni molto più grandi del costo del biglietto della metropolitana. Mentre le élite ostentavano la loro crescente ricchezza, ampi settori sociali hanno avuto salari da fame, pensioni non dignitose, scuole differenziate.

In un paese in cui il prodotto interno lordo ammonta a 16 mila dollari a persona, metà della popolazione sopravvive con meno di 200 dollari al mese, metà del salario minimo già modesto di 400 dollari. Le pensioni minime pubbliche superano di poco quella dei pensionati di età compresa tra 70 e 75 anni. Nel frattempo, il solo costo mensile medio effettivo del cibo è di 500 dollari, dieci volte l’assurda cifra ufficiale.

Gli effetti sono letali: l’anno scorso quasi 27 mila poveri sono morti in attesa dell’assistenza sanitaria nel sistema pubblico in rovina del paese. Coloro che erano sconvolti, sorpresi o che si lamentavano del fatto che supermercati e farmacie fossero i principali obiettivi delle proteste semplicemente vivono in un universo sociale completamente separato.

Al contrario, mentre i salari mensili medi sono di circa 550 dollari, l’1 per cento guadagna almeno 10 volte di più e controlla un terzo del reddito nazionale. Di recente, il governo di centrodestra ha proposto col sostegno di gran parte del centrosinistra, una controriforma fiscale che secondo alcuni avrebbe trasferito 650 milioni di dollari ai super-ricchi. L’oscena disuguaglianza del Cile, accompagnata dalla concentrazione oligarchica dell’influenza politica, sta alimentando la rivolta. Con la sua risposta inadeguata e sorda, l’intera classe politica sembra intenzionata ad alimentare le fiamme.

Sia il centrodestra al potere che il centrosinistra meno coeso che hanno governato per gran parte del periodo post-dittatura hanno principalmente proposto un ripristino dello status quo ante. Per recuperare il loro dominio, stanno spingendo una combinazione di «sicurezza pubblica» e pannicelli caldi. Dopo aver prima chiesto il dialogo e subito dopo aver annunciato l’abrogazione degli aumenti, il presidente ha insistito con una dura strategia di legge e ordine.

L’ala destra del Cile sembra davvero incapace di formulare una risposta diversa. Mentre i giorni della rabbia incedevano, le invocazioni sulla lotta al crimine si facevano più intense. Piñera ha dichiarato che il paese è in guerra e il suo aristocratico ministro Chadwick afferma che dietro la rivolta ci sarebbero gruppi organizzati e ben coordinati con supporto logistico e propensi alla destabilizzazione.

Il cambiamento retorico è uno sforzo calcolato per insinuare un cuneo tra i manifestanti «responsabili e pacifici» che sollevano legittime rimostranze e i criminali «violentistas» (un termine che suggerisce l’adesione al vandalismo per amore della violenza stessa), una mossa che per conquistare il centro marginalizza e isola i poveri delle periferie. Le ripetute preoccupazioni della classe media per la proprietà e le opportunità duramente guadagnate, ribadite da Chadwick e da altri funzionari, servono sicuramente per sensibilizzare i propri elettori di riferimento. Ma riflettono anche la visione del mondo dei politici conservatori e dei loro elettori.

Dall’altra parte dello schieramento, le differenze erano semplicemente di gradi e enfasi. I pesi massimi della traballante coalizione democratica socialista-cristiana hanno accettato il richiamo all’ordine pubblico del presidente. Il principale affarista socialista del senato, José Niguel Insulza, ha per esempio chiesto una repressione ancora più dura. Mentre il centrosinistra su tutta la linea si è unito alla condanna del vandalismo, dicendo che i manifestanti devono obbedire alla legge se chiedono riforme, l’opposizione moderata ha più comunemente chiesto un dialogo nazionale e mitigazione delle caratteristiche più offensive della disuguaglianza del Cile.

Il leader democratico cristiano Fuad Chahín ha riconosciuto che l’intera classe politica ha creato la situazione attuale e che ora dovrebbe assumersi la responsabilità di ripristinare la stabilità rispondendo alle richieste dei manifestanti. Tuttavia, sebbene insista nel curare la «malattia» di fondo con la politica sociale, piuttosto che la «febbre sintomatica» con pistole e manganelli, l’obiettivo centrale del centrosinistra è preservare la capacità di governo del regime. Chahín, per esempio, sostiene che se la classe dirigente non dovesse farlo, probabilmente il risultato da incubo sarà il «populismo illiberale».

L’enunciazione più nitida della posizione «abbiamo fatto questo casino, quindi ora aggiustiamo la situazione» viene dal Partito comunista, che nel 2014 si è unito alla coalizione di centrosinistra. All’inizio, il presidente del partito ha invitato Piñera a «dimettersi se gli mancava la capacità di governare». In altre parole: «Allontanati, è di nuovo il nostro turno». In parole povere, come le sue controparti di destra, il centrosinistra vuole soprattutto evitare di essere spazzato via dalla furia popolare.

Sfortunatamente, la nuova sinistra indipendente deve ancora scoprire come cogliere l’attimo e spingere per le trasformazioni istituzionali e strutturali che il collasso politico e l’implosione sociale del Cile richiedono. La coalizione del Frente Amplio, pronta solo due anni fa per sgretolare in modo significativo l’ordine neoliberista del Cile, per il momento non è riuscita a condurre la strategia trasformativa necessaria. Le sue figure chiave vengono intimidite per aver presumibilmente giustificato la violenza e sebbene abbiano tentato di resistere alla tentazione di dividere le proteste (tra «buoni» e «cattivi»), l’alleanza si è limitata a reagire a circostanze che si verificano indipendentemente dalla volontà dei suoi componenti.

Tra le richieste di rimozione delle truppe dalle strade e le richieste di dimissioni del presidente, non è stato possibile ridefinire il dibattito politico nazionale. Forse più significativamente, nessuno dei suoi partiti membri ha costruito rapporti organici con i manifestanti. Il leader parlamentare Gabriel Boric ha affrontato audacemente i soldati nel centro di Santiago, ma azioni simboliche di questo tipo, pur se esemplari, sono molto al di sotto delle necessità.

Una soluzione democratica

Mentre i partiti saltellano attorno agli eventi, le masse arrabbiate continuano a mantenere la promessa minacciosa che quello che è accaduto è soltanto l’inizio. Un’inversione di marcia ratificata lunedì o un aumento delle pensioni pubbliche minime non convincerà la gente a liberare le strade. Mentre mancano di una serie coerente di richieste o di rappresentanti per negoziare per loro conto, i manifestanti sono chiari sul fatto che devono mantenere la pressione sullo stato. Un lavoratore in pensione ha colto perfettamente le motivazioni popolari: «Se non facciamo un casino, non esistiamo per loro» («Si no dejamos la cagá, no nos pescan»).

Poiché i normali cileni impongono costi crescenti alle élite, dalla ribellione dovrebbero emergere passi concreti. Tanto per cominciare, la comprensione istintiva dell’insurrezione della necessità di crescenti interruzioni dovrebbe trasformarsi in una mobilitazione di massa organizzata che culmina in giorni di sciopero nazionale. Per il momento, nessuna forza politica ha la capacità di guidare lo sforzo, ma incanalare il malcontento popolare in questa direzione è necessario affinché la rabbia non si esaurisca e il sostegno pubblico svanisca nell’esaurimento e nella recriminazione.

Ancora più importante è che le forze sociali in grado di sostenere uno sciopero generale si sono mobilitate per farlo. Gli insegnanti nella maggior parte delle grandi città sono stati costretti a rimanere a casa, i sindacati dei trasporti hanno ordinato ai membri di evitare le pericolose condizioni di lavoro, i potenti minatori sono sul punto di lanciare un’ondata di scioperi nel settore e i lavoratori portuali hanno promosso esplicitamente uno sciopero nazionale. Se coordinato, l’arresto costringerà la classe politica a intrattenere riforme radicali.

Per questo, una serie completa e minima di riforme deve essere inserita all’ordine del giorno. Mentre il movimento respinge le misure di soccorso frammentarie che hanno iniziato a uscire dal congresso e dal palazzo presidenziale, deve emergere un programma alternativo come le concessioni di base prese di mira dalle mobilitazioni. Il contenuto del programma non è un mistero: rinazionalizzazione del rame, solida riforma fiscale progressiva, salari elevati, diritti del lavoro e tutele, assistenza sanitaria e pensioni universali e dignitose e istruzione pubblica completamente socializzata. Se adeguatamente coordinati, i movimenti sociali emersi nell’ultimo decennio sono pienamente in grado di formulare questi schemi politici.

Naturalmente, queste forme di democratizzazione socioeconomica richiedono una vera democrazia politica. Il regime esistente è progettato per bloccare le riforme. Ma questa congiuntura critica prodotta dalla ribellione del Cile può servire da apertura per una rifondazione istituzionale dello stato. Ora è il momento di chiedere un’assemblea costituente e infine mettere da parte la Carta neoliberale del 1980 di Pinochet, che ha funzionato come struttura per una dittatura estrema della classe capitalista con le trappole delle procedure democratiche.

In Cile ci sarà un prima e un dopo questo ottobre 2019. La sfida di massa dei lavoratori più esclusi ha creato questo spartiacque. Il volto della realtà post-ottobre dipenderà da come la gente comune riuscirà a cogliere questa opportunità.

*René Rojas è ricercatore in sociologia ai college di Hobart e William Smith di Geneva, New York.

Questo articolo è apparso su JacobinMag. La traduzione è di Giuliano Santoro.

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