La decrescita ‘infelice’ dell’Italia: il rapporto Svimez e gli apprendisti stregoni a 5 Stelle

Dal blog http://www.cityweeknapoli.it/

Peppe Papa at  Novembre 9, 2019

di Gaetano Piscopo

La relazione annuale dello Svimez presentata lo scorso 4 novembre inizia così: “Un ventennio di declino iniziato con gli anni Novanta, sette anni di recessione senza soluzione di continuità, la fine della ripresa e, oggi, lo spettro di una nuova recessione, lasciano la politica economica nazionale di fronte a un nodo di fondo non sciolto. Quale ruolo ritagliarsi, di fronte a dinamiche di mercato avverse alla diffusione territoriale dei processi di sviluppo e nel sentiero stretto dei vincoli europei, per invertire il trend che vede l’economia e la società italiane subire le conseguenze più che cogliere le opportunità dei cambiamenti strutturali intervenuti con il nuovo secolo”.

Un’analisi realistica quanto spietata di un divario in crescita sia tra Italia e resto d’Europa che tra Mezzogiorno e resto della nazione.

Cos’altro poteva accadere in un Paese che effettua lo smantellamento delle partecipazioni pubbliche per esigenze solo di cassa, che avvia le privatizzazioni senza una selezione di competenze e solidità industriale, che non si dota di un piano energetico alternativo al petrolio, che non sostiene più la ricerca, lo studio e la formazione di preavviamento al lavoro.

Di qui la incapacità di proporre un Piano Industriale nazionale efficace e fondato sulle provate capacità innovative. Fino agli anni novanta eravamo tra i primi esportatori di tecnologie. In diversi settori soprattutto legati ai settori della meccanica, dell’elettronica, dell’aeronautica, della moda, esprimevamo una grossa capacità di esportazione e di innovazione. Una condizione che ci portava ad essere la settima potenza industriale al mondo e la seconda in Europa.

Dal 1992, a seguito degli stravolgimenti politici imposti da Tangentopoli, è iniziato il graduale e costante declino del tessuto industriale. Se è vero che ciò è iniziato con il clima di sfiducia generato dal totale azzeramento di una classe dirigente colpevole di aver taglieggiato le imprese, il prosieguo è stato ancora peggiore. I successivi governi non hanno azzerato i vecchi vizi tantomeno hanno generato un ricambio generazionale capace di avere una visione prospettica per lo sviluppo della nazione.

Dopo aver evitato il baratro e dopo i provvedimenti drastici del governo Monti nel 2014 sembrava avviarsi seppur lentamente una ripresa di cui gli italiani non hanno avuto la piena percezione.Industria 4.0 provava a rimettere in agenda la centralità e l’importanza di sostegno a un piano industriale nazionale. Il tasso di crescita del PIL che nel 2013 si era attestato al -1,7, a giugno del 2018 era +1,5 e dalla recessione si passava a previsioni di una ripresa che non poteva produrre risultati sul breve periodo.

La sfiducia, le ristrettezze e la rabbia degli italiani hanno determinato il successo di chi con formule alchemiche immaginava di governare e risolvere gli annosi problemi dei cittadini. Insomma il classico dispetto del marito cornuto che per dispetto alla moglie si taglia i genitali.

I risultati sono del tutto evidenti. Il tasso di crescita del PIL totalmente azzerato, il 74% delle opere pubbliche bloccate, l’incremento di introiti nelle casse dello stato grazie alla fatturazione elettronica (1 miliardo ogni trimestre) completamente dissipato, le crisi aziendali raddoppiate. Ancor peggio gli unici provvedimenti sono fatti in debito e non producono risultati utili all’incremento dei consumi. Mi riferisco al reddito di cittadinanza e a quota 100.

Troppo facile elargire sostegni in debito per le future generazioni il difficile e far capire che per abbattere le diseguaglianze e incrementare il reddito delle famiglie c’è bisogno di una vera e propria rivoluzione culturale che coinvolge ogni strato sociale.

Basta l’applicazione delle leggi esistenti per recuperare parte delle centinaia di miliardi di evasione, per incrementare l’economia circolare per il recupero dei rifiuti come materia prima, per incrementare le fonti energetiche alternative e meno inquinanti. Non c’è bisogno di annunciare crociate e leggi speciali ma agire in modo determinato sulle cattive abitudini e sui vizietti degli italiani.

In tutto questo il Mezzogiorno che già prima con fatica cercava di colmare il gap con la parte più industrializzata del Paese, è stato quello che ha pagato il maggiore prezzo.

Devastato da un processo di dismissioni, dal mancato utilizzo dei benefici destinati dall’Europa, dalla distruzione delle poche ed antiche competenze professionali e dalla mancata formazione di una classe imprenditoriale. Ora ancora peggio rappresentato elettoralmente da una visione farneticante ed illusoria. La “Decrescita felice”.

C’è chi è convinto che i problemi del Sud si possono risolvere con l’agricoltura e il turismo. Che le infrastrutture e le opere di modernizzazione siano solo occasione di malaffare.

Se questo è il livello di analisi che attecchisce in termini elettorali non credo sia sufficiente dimostrare con dati, numeri e statistiche l’inefficacia di questo modo regressivo di intendere il futuro del Mezzogiorno, ci vorrà ben altro a cominciare da una vera e propria rivoluzione culturale.

Senza creare le condizioni per la riformulazione di un progetto di rilancio delle attività produttive, dell’industria compatibile sia ai dettami del mercato che alle compatibilità ambientali sarà difficile immaginare un futuro di benessere.

Le nuove generazioni del Sud sono rassegnate a dover emigrare per sopravvivere e le comunità hanno perso la capacità di “indignarsi” difronte alle inadeguatezze della politica che non sa offrire una visione chiara, lineare e di prospettiva per il bene comune.

Il rischio è che il malcontento intercettato dal Movimento 5 Stelle ora defluisca addirittura sulla destra di Salvini a dimostrazione della vocazione masochistica che la politica è stata capace di generare e qui nel meridione è addirittura un paradosso. 

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