Sovrappopolazione: una risposta a Paolo Ermani

Dal blog http://www.decrescita.com/

Di Igor Giussani -17 Dicembre 2019

L’argomento ‘sovrappopolazione’ è di quelli dove tendenzialmente ci si divide in modo radicale in un senso o nell’altro, tralasciando così importanti zone grigie concettuali. Qui intendo commentare alcuni estratti di un articolo scritto da Paolo Ermani e pubblicato sul sito Web de Il Cambiamento, intitolato ‘Non fare figli fa bene al pianeta?‘, in quanto ottimo per esprimere una serie di riflessioni che, a mio parere, sia i sostenitori che i detrattori del problema dell’eccessiva natalità tendono a sottovalutare.

Da tempo ci sono presunti esperti che individuano nella sovrappopolazione il problema dei problemi, siamo troppi dicono… I troppi sono quelli che fanno tanti figli e guarda caso sono quelle popolazioni che razzisti e affini usano per creare ad arte la paura dell’invasione. Le stesse popolazioni per cui fare figli è l’unica speranza di avere qualche possibilità di sopravvivenza, visto che gli abbiamo levato tutto, le abbiamo sfruttate in ogni modo e poi abbiamo pure il coraggio di accusarle di essere il problema…

In realtà, la maggior parte delle persone preoccupate dalla sovrappopolazione lo fa in buona fede e su presupposti nient’affatto fascistoidi; è altrettanto vero, però, che si stanno scoprendo improvvisamente ‘malthusiani’ soggetti mossi da sentimenti poco nobili (tendenza temo destinata ad aumentare). Per citare un esempio, in una puntata del Cerbero Podcast in cui era ospite lo youtuber animatore del canale Entropy For Life, sono state confutate alcune tesi strampalate dell’influencer sovranista Luca Donadel, volte a scaricare completamente le problematiche ecologiche sui paesi in via di sviluppo facendo leva sull’argomento sovrappopolazione.

Un aspetto invece troppo spesso ignorato e su cui invece Ermani ha perfettamente ragione è quello per cui, laddove i servizi di welfare sono ridotti o inesistenti, una famiglia numerosa spesso è l’unico rimedio per sperare in un’esistenza sufficientemente lunga e dignitosa. Solitamente la tendenza a prolificare viene associata solo a mancanza di contraccezione, ignoranza e fanatismo machista (fenomeni certo non assenti), mentre essa ricopre un ruolo non molto diverso da quello della crescita economica nelle nazioni più industrializzate per garantire assistenza specialmente alle fasce più anziane (quante volte sentiamo ripetere che l’aumento del PIL è fondamentale per sostenere la previdenza?).

…Innanzitutto non siamo troppi in genere, ma sono troppi quelli che consumano troppo. Un americano medio produce 730 chili di rifiuti l’anno, mangia cento chili di carne, consuma 600 litri di acqua al giorno e brucia energia quanto 160 tanzaniani e 1.100 ruandesi. Quindi chi è di troppo? L’africano o lo statunitense? Risposta assai semplice.

Qui Ermani si limita ad analizzare solo un aspetto della questione, cioé quello utile per corroborare la sua tesi. E’ vero, ad esempio, che l’impronta ecologica di 320 milioni di statunitensi supera del 30% l’impatto complessivo di 1,2 miliardi di africani; tuttavia, se si analizza l’impronta ecologica degli abitanti del continente nero rispetto alla biocapacità locale, si evince un aspetto inequivocabile:

L’impatto dell’africano medio è rimasto stabile nel tempo, ma in cinquant’anni la biocapacità si è progressivamente ridotta raggiungendo oggi una situazione di debito ecologico: un inequivocabile indice di sovrappopolazione.

Del resto la saggezza di Gandhi è sempre attuale: “La terra ha abbastanza per soddisfare i bisogni di ogni persona ma non l’avidità di ogni persona”.

Non scordiamoci però che, quando il Mahatma morì nel 1948, la popolazione mondiale non raggiungeva ancora i 2,5 miliardi di abitanti, contro i quasi 8 attuali.

Altra teoria è quella che non c’è abbastanza per sfamare la popolazione che cresce. Certamente è così ma, se in maniera disastrosa dal punto di vista energetico alimentare, si dà cibo agli animali per poi mangiare gli animali è ovvio che non ce ne è per tutti, lo capirebbe chiunque. Se invece si desse direttamente quel cibo alle persone, non solo si sfamerebbe tranquillamente tutto il pianeta ma avanzerebbe pure per altri…
Con tecnologie appropriate, sistemi agricoli biologici, attraverso la permacultura e varie altre metodologie simili di coltivazione e gestione del territorio, si ha maggiore produzione e minore inquinamento rispetto all’agricoltura “moderna”.

Nella serie di articoli ‘Critica della ragione agroindustriale’ abbiamo approfondito le tematiche a cui si è accennato (qui e qui rispettivamente per le questioni legate al surplus di cibo malgrado la persistenza della denutrizione e per le problematiche poste dalle colture non destinate all’alimentazione umana; qui invece per le potenzialità dell’agricoltura biologica).

Ermani fondamentalmente ha ragione, tuttavia è bene ricordare che l’agricoltura, sia industriale che di sussistenza, è una delle principali cause di perdita di biodiversità, sottraendo ingenti porzioni di terreno alle aree forestali. Si tratta quindi di un’attività che richiederebbe un ridimensionamento, proposito molto difficile da conciliare con una popolazione in crescita, a prescindere dalle tecniche agronomiche adottate.

Come poi provato da tutte le popolazioni occidentali, nel momento in cui vengono migliorate le condizioni di vita, automaticamente si riduce il numero dei figli che si fanno perché non sono più la sola speranza di sopravvivenza… Quindi se si pensa che il problema sia la sovrappopolazione, basterebbe ridurre drasticamente il consumo di carne, gli sprechi alimentari, diffondere l’agricoltura biologica, le tecnologie appropriate e impegnarsi affinché tutti nel mondo, nessuno escluso, abbiano condizioni di vita degne di questo nome…

L’argomento della transizione demografica contro il rischio sovrappopolazione è spesso impiegato dalla critica di orientamento liberale: il problema è che le nazioni occidentali hanno raggiunto una natalità inferiore al tasso di sostituzione (2 figli per donna) adottando livelli di consumi improponibili oggi per i paesi in via di sviluppo (per i dettagli sul tema rimando a un mio precedente articolo). E’ necessario quindi ‘potenziare’ la dinamica ‘+consumo = -figli’ con ulteriori provvedimenti, da attuare sia nei paesi ricchi (da cui attingere per contenere la povertà) sia in quelli poveri (pianificazione familiare che velocizzi il processo).

 Ultimamente poi tra i sostenitori della teoria della sovrappopolazione, prendendo spunto dai cambiamenti climatici, c’è pure chi si spinge a dire che per non pesare troppo sull’ambiente non bisogna fare figli o bisogna comunque limitarsi a uno, o affermazioni del genere.
In questo modo oltre che dire una banalità che non trova riscontri oggettivi, si colpevolizza neanche troppo velatamente chi vorrebbe fare figli come attentatore all’ambiente e al clima. Anche in questo caso il problema non è affatto fare figli o meno, bensì quanto consumisti saranno questi figli ma soprattutto i loro genitori.
Colpevolizzare non ha alcun senso, anzi si mette in discussione un diritto e scelta assolutamente libera e naturale come quella di fare figli che sono un elemento di speranza e di vita, non un peso o una preoccupazione per le sorti del pianeta. Ci manca solo che ora, per salvare la natura, si facciano cose contronatura…

A onore del vero, l’unica banalità lapalissianamente oggettiva è che anche la persona più attenta a contenere il proprio impatto ambientale non potrà mai eguagliare i risultati di una mai nata. Ovviamente, è assurdo criminalizzare chicchessia per un attitudine naturale e comprensibile, ma il diritto alla procreazione deve essere inserito all’interno di una gerarchia di priorità: se limitare il numero di figli è una delle condizioni necessarie per sperare in una conservazione dignitosa della biosfera, è doveroso intervenire.

Va considerato un comportamento contronatura? Forse, ma non scordiamoci che, se l’umanità ha potuto moltiplicarsi fino a questo punto, ciò si deve esclusivamente alla capacità di reprimere i meccanismi naturali di contenimento demografico, creando ‘capacità di carico fantasma’ attraverso l’impiego dei combustibili fossili nonché debellando malattie e altri flagelli con l’evoluzione della scienza medica; un’umanità consapevole, se ha aggirato i limiti imposti dalla natura, deve saperseli imporre di propria iniziativa.

Tirando le somme, ritengo che dalla lettura critica dell’articolo di Ermani si possano estrapolare alcune importanti considerazioni:

  • i popoli che adottano stili di vita occidentalizzati, nonostante abbiano per lo più superato la transizione demografica, si trovano in una situazione di debito ecologico in conseguenza di eccessivi consumi pro capite; i paesi in via di sviluppo stanno iniziando a patire il medesimo problema a causa della natalità eccessiva. A oggi, le nazioni più ricche e consumiste impattano ancora di più di quelle povere e sovrappopolate;
  • in un contesto a medio-alto reddito, la rinuncia alla procreazione può essere abbinata a scelte edonistiche e di realizzazione personale, altrove invece può compromettere qualità e speranza di vita degli individui: gli occidentali che parlano con troppa leggerezza di riduzione delle nascite devono comprendere bene tale concetto;
  • aumentare il tenore di vita dei più poveri promuove sicuramente la diminuzione della natalità, ma replicare la transizione demografica avvenuta storicamente in Occidente non è proponibile;
  • occorre promuovere una cultura che combatta frontalmente lusso e consumo smodato nelle nazioni occidentalizzate e valorizzi l’autodeterminazione femminile in quelle in via di sviluppo, supportandola con adeguate misure di pianificazione familiare;
  • in ogni parte del mondo bisogna favorire le organizzazioni di cooperazione e auto-aiuto, in quanto la condivisione di risorse umane e materiali può rappresentare un ottimo deterrente per contenere le necessità di aumentare i consumi e ampliare eccessivamente il nucleo familiare;
  • prendendo coscienza di tutte le complesse e variegate dinamiche attraverso cui le diverse componenti della società umana impattano sulla biosfera, urge evitare atteggiamenti faziosi di qualsiasi genere sulla questione sovrappopolazione. Se la presa di posizione di Ermani non è del tutto obiettiva, decisamente peggiore è l’atteggiamento di chi, in Occidente, ostentando la natalità prossima allo zero dei paesi ricchi invoca la sovrappopolazione come ‘vero problema’ solo per scaricare responsabilità sui più poveri.

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