SENTINELLA, A CHE PUNTO È LA NOTTE? (ISAIA, 21,1)

Dal blog https://sostenibilitaequitasolidarieta.it/

di Maurizio Pallante

Il documento che pubblichiamo è stato discusso e condiviso dal direttivo dell’Associazione Sostenibilità Equità Solidarietà, che lo sottopone all’attenzione dei soci, dei sottoscrittori dell’appello e di tutte le persone preoccupate per l’aggravamento della crisi ecologica.

Sentinella, a che punto è la notte? (Isaia, 21,1)

L’attuale crisi climatica è il problema più grave e più difficile da risolvere che l’umanità si sia mai trovata ad affrontare. È il più grave perché minaccia la sopravvivenza stessa della specie umana. È il più difficile perché per risolverlo non bastano le innovazioni tecnologiche che consentono di ridurre le emissioni di anidride carbonica, aumentando l’efficienza dei processi di trasformazione energetica, riducendo gli sprechi, sostituendo le fonti energetiche fossili con fonti rinnovabili, riutilizzando i materiali contenuti negli oggetti dismessi per produrre nuovi oggetti nella logica della cosiddetta economia circolare.

Tutto ciò è necessario per attenuare e rallentare l’aumento della temperatura terrestre, ma non basta a farla diminuire se l’economia continuerà ad essere finalizzata alla crescita della produzione di merci, perché la riduzione dei consumi di materia e delle emissioni per unità di prodotto sarà sistematicamente vanificata dall’aumento delle merci prodotte. E, se nell’immaginario collettivo la crescita della produzione di merci continuerà a essere identificata col benessere, la sua diminuzione verrà considerata da tutte le categorie sociali una iattura da contrastare con tutti i mezzi: dai produttori perché comporta una diminuzione dei profitti, dai commercianti perché comporta una diminuzione delle vendite, dai politici perché comporta una diminuzione del gettito fiscale, dai cittadini di tutte le classi sociali perché comporta una riduzione del reddito e dei consumi.

Senza un radicale cambiamento del sistema dei valori su cui si fondano le società industriali sarà politicamente molto difficile abbandonare la finalizzazione dell’economia alla crescita, ma se non si abbandona, tutte le soluzioni tecniche finalizzate a ridurre le emissioni climalteranti saranno inefficaci.

La crisi climatica è l’aspetto più preoccupante di una crisi ecologica globale causata dal fatto che la crescita economica mondiale ha superato la capacità della biosfera di fornirle le risorse di cui ha bisogno e di metabolizzare i suoi scarti.

Le emissioni di anidride carbonica derivanti dalla combustione delle fonti fossili eccedono le capacità della fotosintesi clorofilliana di metabolizzarle. Le quantità non metabolizzate si concentrano nell’atmosfera. Sono state 270 parti per milione per 8.000 secoli fino alla seconda metà dell’Ottocento, sono diventate 380 parti per milione alla fine del Novecento, nel secondo decennio di questo secolo sono arrivate a 415 parti per milione e continuano a crescere. Insieme al metano emesso dalle fermentazioni enteriche dell’enorme numero di ruminanti allevati industrialmente, al metano liberato dallo scioglimento del permafrost e alle emissioni di protossido d’azoto hanno fatto innalzare la temperatura terrestre di 1,5 °C  rispetto ai valori dell’epoca pre-industriale, innescando i mutamenti climatici di cui l’umanità ha appena iniziato a subire le conseguenze.

L’overshoot day, il giorno in cui l’umanità arriva a consumare le risorse rinnovabili che il pianeta rigenera nel corso di un anno, è sceso per la prima volta sotto la soglia del 31 dicembre all’inizio degli anni ottanta del secolo scorso; da allora ha progressivamente e sempre più velocemente anticipato la sua scadenza, fino a raggiungere il 29 luglio nel 2019. La riduzione degli stock di molte risorse non rinnovabili (in particolare le fonti fossili e alcuni minerali) ha causato e sta causando un numero crescente di conflitti per impadronirsi dei giacimenti residui.

Le quantità crescenti dei prodotti di sintesi chimica, che la biosfera non è in grado di metabolizzare, generano forme di inquinamento sempre più gravi e diffuse: in tutti gli oceani galleggiano masse di poltiglie di plastica grandi come gli Stati Uniti; nell’aria, nel ciclo dell’acqua, nei suoli e nei cibi aumentano le concentrazioni di sostanze inquinanti utilizzate in molti processi industriali e in agricoltura; aumentano le micro e le nanoparticelle emesse dai processi di combustione, tra cui la combustione dei rifiuti. Da tutto ciò deriva un aumento dell’incidenza di malattie mortali.[1]

La fertilità dei suoli agricoli e la biodiversità si sono drasticamente ridotte, le popolazioni ittiche si sono dimezzate.

I problemi ambientali e sociali causati dalla finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci furono presi in seria considerazione per la prima volta agli inizi degli anni settanta del secolo scorso, dal Club di Roma, un’associazione internazionale di imprenditori, dirigenti industriali, intellettuali e docenti universitari fondata da Aurelio Peccei, un ex partigiano delle formazioni Giustizia e libertà, responsabile della Fiat in Sud America.

Per capire le conseguenze delle profonde trasformazioni che lo sviluppo industriale stava apportando all’ecosistema terrestre, il Club di Roma commissionò a un gruppo di ricercatori del Massachusetts Institute of Technology uno studio previsionale sul futuro dell’umanità se cinque fattori critici avessero continuato a crescere agli stessi tassi d’incremento che avevano avuto dalla fine della seconda guerra mondiale: la popolazione, la produzione di alimenti, la produzione industriale, lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili e l’inquinamento.

La ricerca, pubblicata nel 1972 in inglese col titolo The Limits to Growth (I limiti della crescita), in italiano col titolo I limiti dello sviluppo, sosteneva che entro un secolo sarebbero stati superati i limiti della sostenibilità ambientale e si sarebbe arrivati al collasso.

Nello stesso anno fu convocata a Stoccolma la prima Conferenza mondiale sull’Ambiente umano, in cui si cominciò a prendere in considerazione il fatto che la tutela ambientale non era meno importante dello sviluppo economico per la qualità della vita. Nell’autunno del 1973 scoppiò la prima crisi petrolifera e tutti i Paesi sviluppati furono costretti a varare drastiche misure di riduzione dei consumi energetici. Sempre in quegli anni cominciarono a manifestarsi tre forme globali d’inquinamento: le piogge acide, il buco nello strato di ozono che protegge la biosfera dalla radiazione ultravioletta, l’effetto serra. Il mito delle «magnifiche sorti e progressive» cominciò a incrinarsi. La crescita, che appena dieci anni prima era stata valutata entusiasticamente come un miracolo, cominciò a suscitare le prime preoccupazioni.

Le conclusioni della ricerca commissionata dal Club di Roma mettevano in discussione il pilastro su cui si fonda il sistema economico e produttivo delle società industriali, per cui ne fu contestata l’attendibilità da tutti coloro che identificavano la crescita col benessere e dedicavano le loro competenze professionali a sostenerla: economisti, imprenditori e politici di tutti i Paesi, la finanza internazionale e i mezzi di comunicazione di massa. Tuttavia, poiché i fattori della crisi ambientale continuavano ad aggravarsi, furono promosse alcune conferenze internazionali per definire degli obbiettivi di politica economica e industriale che consentissero di conciliare la crescita della produzione di merci con la riduzione dell’impatto ambientale dei processi produttivi. I fatti avrebbero dimostrato che questa conciliazione era irrealizzabile, ma bisognava che l’opinione pubblica la credesse possibile.

Il cavallo di Troia utilizzato per far penetrare questa prospettiva nell’immaginario collettivo fu lo slogan dello sviluppo sostenibile, che venne coniato nel 1987 dalla Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo istituita dall’Onu e presieduta dall’ex primo ministro norvegese, la dottoressa Gro Harlem Brundtland. Nel rapporto finale della commissione, intitolato Our Common Future, lo sviluppo sostenibile veniva così definito: «uno sviluppo che soddisfi i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri». In questa definizione la sostenibilità non viene considerata come una connotazione della biosfera da rispettare.

L’attenzione non viene indirizzata sui limiti delle sue capacità di fornire allo sviluppo economico mondiale le risorse da trasformare in beni e di metabolizzare le sostanze di scarto generate dai processi produttivi, dall’uso dei prodotti e dal loro smaltimento. Il rapporto Brundtland non è dettato da una sensibilità ecologica. La sostenibilità di cui parla è la connotazione che occorre fornire allo sviluppo per evitare che ecceda quelle capacità e consentire alle generazioni future di non rimanere prive delle risorse necessarie a soddisfare i loro bisogni.

Il concetto di sviluppo sostenibile nasce da una concezione del mondo antropocentrica, dalla convinzione che la funzione di tutte le specie viventi sia soddisfare le esigenze della specie umana. Su questa concezione filosofica si fonda la concezione della scienza e della tecnologia come strumenti di dominio della specie umana sulla natura che stava causando i problemi ambientali a cui la commissione dell’Onu sull’ambiente e lo sviluppo si proponeva di porre rimedio. Il suo focus non era la tutela dell’ambiente, ma dello sviluppo. La tutela dell’ambiente non veniva considerata come un valore in sé, ma in modo strumentale, come condizione necessaria per consentire la continuità dello sviluppo.Non a caso l’aggettivo sostenibile è stato utilizzato in modo intercambiabile con l’aggettivo durevole.

In relazione a queste definizioni, la domanda che occorre porsi, e che nessuno dei loro sostenitori si è posta e si pone, è: quanto può durare lo sviluppo durevole? La risposta inevitabile è: finché non supera i limiti della sostenibilità ambientale.

Arrivato a quel limite, lo sviluppo non è più sostenibile perché non trova più nella biosfera una quantità sufficiente di risorse che gli consentano di proseguire e accumula nella biosfera quantità crescenti di sostanze di scarto che la biosfera non può metabolizzare. Se il consumo delle risorse e le emissioni di sostanze di scarto superano quel limite, devono diminuire. Altrimenti si rompono gli equilibri ambientali che hanno consentito lo sviluppo della specie umana.

La definizione di sviluppo sostenibile è penetrata così profondamente nell’immaginario collettivo da diventare una sorta di giaculatoria ripetuta meccanicamente come un mantra. A suo sostegno si invoca la necessità di un nuovo modello di sviluppo, senza sostanziare di contenuti questa definizione. Si discetta sulla differenza tra il concetto di crescita, che ha una connotazione esclusivamente quantitativa, e il concetto di sviluppo, a cui si attribuisce una valenza qualitativa.

Da questa distinzione sarebbe logico far derivare un disaccoppiamento tra i due concetti, ma nessuno ha avuto l’imprudenza d’immaginare uno sviluppo senza crescita e meno che mai uno sviluppo associabile a una decrescita. Invece non c’è stato il minimo scrupolo a sostenere la necessità di una crescita sostenibile, di una crescita verde e di una crescita qualitativa, dove il sostantivo è sempre lo stesso e gli aggettivi sono utilizzati per attenuare il significato di un concetto che implica un aumento del consumo di risorse e delle emissioni di sostanze di scarto, cioè dei fattori della crisi ambientale che si pretende di esorcizzare verbalmente con quegli aggettivi.

Per non parlare dell’ultima nata, l‘economia circolare, a cui si attribuisce la taumaturgica capacità di alimentare una sorta di moto perpetuo produttivo a ridotto impatto ambientale, utilizzando i materiali contenuti negli oggetti dismessi per continuare a produrre quantità sempre maggiori di oggetti, come se tutti i materiali fossero riciclabili all’infinito, l’aumento della produzione non comportasse un aumento del fabbisogno di materia rispetto a quanta ne è contenuta negli oggetti dismessi e il riciclo non richiedesse un consumo energetico.

L’8 luglio 2019 l’European Environmental Bureau (EEB), una rete di oltre 143 organizzazioni con sedi in più di 30 Paesi ha pubblicato una ricerca intitolata Il disaccoppiamento smascherato. Prove e argomentazioni contro la crescita verde come unica strategia per la sostenibilità.[2] Nell’abstract della ricerca si legge:

La crescita economica è compatibile con la sostenibilità ecologica? Un nuovo rapporto dimostra che gli sforzi per disaccoppiare la crescita economica dai danni ambientali, noto come crescita verde, non hanno avuto successo e difficilmente riusciranno a raggiungere il loro obbiettivo.

Negli ultimi decenni la crescita economica ha acquisito importanza fino a diventare la misura principale dei miglioramenti nella prosperità e nel benessere. Per tale motivo i governi hanno cercato di massimizzare la crescita del loro prodotto interno lordo (PIL), che tende a comportare un maggiore utilizzo delle risorse e un maggiore inquinamento.

Con il peggioramento della crisi climatica e del degrado ambientale, i responsabili politici hanno cercato di quadrare il cerchio del mantenimento della prosperità riducendo al contempo l’impatto ambientale dell’attività economica, disaccoppiando l’uso delle risorse dalla crescita economica. Questa scelta politica è diventata nota come crescita verde.

Sebbene il disaccoppiamento sia utile e necessario, e si sia verificato in determinati momenti e luoghi, la crescita verde non può ridurre l’uso delle risorse in alcun modo alla scala richiesta per evitare il collasso ambientale globale e mantenere il riscaldamento globale al di sotto della soglia di 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali, stabilita nell’ambito dell’accordo di Parigi. […]

Il rapporto […] rileva che non esistono prove empiriche a sostegno dell’esistenza di un disaccoppiamento assoluto, permanente, globale, sostanziale e sufficientemente rapido della crescita economica dalle pressioni ambientali. Il rapporto conclude che il disaccoppiamento assoluto è anche altamente improbabile in futuro.

L’obbiettivo dello sviluppo sostenibile ha alimentato per decenni la ricerca di una fonte energetica pulita e illimitata che consentisse di sostenere una crescita economica illimitata priva d’impatto ambientale. In mancanza di risultati concreti capaci di soddisfare questa aspettativa, le applicazioni pratiche più significative sono state lo sviluppo delle fonti rinnovabili e delle innovazioni tecnologiche che accrescono l’efficienza dei processi di trasformazione delle materie prime in beni, la sostituzione di alcune sostanze di sintesi chimica con sostanze naturali, la riduzione della chimica in agricoltura, il passaggio dal pressoché totale smaltimento degli oggetti dismessi nelle discariche e negli inceneritori, al parziale recupero e riutilizzo dei materiali di cui sono composti.

Le tecnologie che aumentano l’efficienza nell’uso delle risorse e riducono l’inquinamento dei processi produttivi sono una cosa buona, che va perseguita col massimo impegno, ma i vantaggi che offrono vengono annullati, come in una gigantesca fatica di Sisifo, se contestualmente continua a crescere la produzione di merci.

La riduzione dei consumi di fonti fossili per unità di prodotto non ha impedito che aumentassero le emissioni di anidride carbonica in valori assoluti, ne ha solo ridotto gli incrementi, perché l’aumento percentuale dei consumi energetici, richiesto dalla crescita economica, è stato superiore alla loro riduzione percentuale conseguente all’aumento dell’efficienza energetica e all’aumento dell’energia prodotta da fonti rinnovabili.

Con la raccolta differenziata della plastica si riesce a recuperare soltanto una piccola percentuale dei rifiuti in cui si trasformano le quantità crescenti che ne vengono prodotte. La maggior parte finisce negli inceneritori o va ad aumentare le masse di poltiglie di plastica grandi come gli Stati Uniti che galleggiano negli oceani. Se il fine dell’economia resta lo sviluppo, come viene definita pudicamente la crescita della produzione di merci, la sostenibilità del sistema economico non aumenta anche se aumenta la sostenibilità di alcuni processi produttivi. Un’economia finalizzata allo sviluppo non può essere sostenibile. È destinata, prima o poi, a superare la soglia della sostenibilità ambientale. Lo sviluppo sostenibile si limita ad allungare i tempi in cui lo sviluppo la supera. Allunga soltanto l’agonia.

Poiché i limiti della sostenibilità ambientale sono stati superati, tutte le scelte di politica economica e industriale che si limitano a ridurre gli incrementi dei consumi di risorse rinnovabili e non rinnovabili, delle emissioni metabolizzabili dalla biosfera e della produzione di sostanze di sintesi chimica non metabolizzabili dalla biosfera, comportano un aumento dell’insostenibilità ambientale. Inferiore a quello che ci sarebbe se non venissero adottate, ma pur sempre un aumento.

Ciò che occorre per ridurre l’insostenibilità ambientale non è una riduzione degli incrementi, ma una riduzione in valori assoluti dei consumi di materia, dei consumi di energia e delle emissioni di sostanze di scarto, che in teoria si potrebbe anche ottenere continuando a finalizzare l’economia alla crescita della produzione di merci, se con l’uso di tecnologie adeguate si riuscisse a ottenere una riduzione percentuale delle sostanze di scarto, dei consumi di materia e dei consumi di energia, superiore all’incremento percentuale della crescita economica. Cosa che la citata ricerca dell’European Ennvironmental Bureau dimostra non essersi mai verificata in passato, eccetto per brevi periodi in alcuni Paesi, e tende a escludere possa verificarsi in futuro.

Per affrontare i problemi posti dalle emissioni dei gas climalteranti, nel 1992 l’Onu organizzò a Rio de Janeiro una Conferenza sull’Ambiente e sullo Sviluppo, in cui venne stipulata la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. La convenzione prevedeva l’organizzazione a scadenze periodiche di Conferenze tra le Parti (Cop), in cui gli Stati partecipanti avrebbero dovuto impegnarsi a ridurre le proprie emissioni di gas serra nelle percentuali che sarebbero state concordate e sottoporre a verifica lo stato d’attuazione degli impegni presi da ciascuno di loro.

Nella terza di queste conferenze, che si svolse a Kyoto a dicembre del 1997, 191 Stati sottoscrissero un protocollo che li vincolava a ridurre le loro emissioni di gas serra, o a compensarle parzialmente con progetti di forestazione. Sebbene questo accordo abbia dato un forte impulso allo sviluppo delle fonti rinnovabili e all’aumento dell’efficienza energetica, le emissioni di gas serra hanno continuato a crescere e, secondo i dati pubblicati sul sito del Manua Loa Observatory, nelle Haway, la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera nel gennaio del 2020 è arrivata a 413,40 parti per milione (erano 380 alla fine del secolo scorso), perché la crescita dell’economia mondiale ha comportato un incremento del fabbisogno energetico superiore all’incremento dell’energia prodotta dalle fonti rinnovabili e alla riduzione dei consumi consentita dalla maggiore efficienza energetica.

Nel mese di dicembre del 2015 si è svolta a Parigi la Cop 21, in cui, al termine di estenuanti discussioni si è raggiunto un compromesso che è stato considerato unanimemente un successo. L’accordo prevedeva una riduzione delle emissioni climalteranti che consentisse di contenere nel 2100 l’aumento della temperatura terrestre tra 1,5 e 2 °C, rispetto ai livelli pre-industriali. Un aumento non superiore a quei valori si pensava (si pensava davvero?) che fosse un giusto compromesso tra l’esigenza d’impedire che la crisi climatica andasse fuori controllo e l’esigenza di non pregiudicare la crescita dell’economia mondiale.

Appena 3 anni dopo, il 25 novembre 2018 l’Organizzazione mondiale meteorologica delle Nazioni Unite (WMO) ha pubblicato un rapporto in cui si legge che, nonostante gli accordi di Parigi (sarebbe stato più corretto scrivere: in conseguenza di quegli accordi), la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera ha continuato a crescere, dalle 405,5 parti per milione del 2017 a 407,8 parti per milione (più di 2 parti per milione in un anno).

Questi dati non coincidono perfettamente con quelli rilevati dal Manua Loa Observatory, ma concordano nel rilevare un aumento delle emissioni climalteranti superiore a quello stabilito. Inoltre, secondo il WMO l’aumento annuale delle concentrazioni di anidride carbonica negli ultimi dieci anni è stato superiore al tasso medio di aumento dall’epoca preindustriale a oggi.

La temperatura della Terra non solo continua ad aumentare, ma sta aumentando più rapidamente. L’ultima volta che nella storia del pianeta si sono raggiunti questi valori è stato 3-5 milioni di anni fa, quando la temperatura era più calda di 2-3 °C e il livello dei mari più alto di 10-20 metri.

Questa crescita delle emissioni di gas climalteranti testimonia il fallimento della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Solo in parte. Se, per non compromettere la crescita economica non ci si propone di ridurre le emissioni di CO2, ma di fare in modo che crescano meno di quanto crescerebbero se non si facesse nulla, non ci si può stupire che crescano. Tutt’al più ci si può rammaricare che crescano più di quanto era stato concordato.

Il vero fallimento della Cop 21 e seguenti consiste nel fatto che il sacrificio dell’obbiettivo di ridurre in valori assoluti le emissioni climalteranti per non pregiudicare la crescita economica mondiale non è servito nemmeno a questo. Negli ultimi anni l’economia dei Paesi industrializzati è rimasta sostanzialmente piatta e nel 2019 a cominciato a virare dalla stagnazione alla recessione. Prima che arrivasse il coronavirus a darle una mazzata decisiva.

Agendo nell’ottica dello sviluppo sostenibile non si sono ottenuti né lo sviluppo, né la sostenibilità.

Affinché le potenzialità delle innovazioni tecnologiche che riducono l’impatto ambientale non vengano limitate a ridurre gli incrementi dei fattori di crisi, ma consentano di ridurli in valori assoluti, occorre spostare la finalizzazione dell’economia dalla crescita della produzione di merci alla compatibilità con la fotosintesi clorofilliana. Questo spostamento richiede che:

– si riduca progressivamente il divario tra le risorse rinnovabili consumate annualmente dalla specie umana e quelle rigenerate dalla fotosintesi clorofilliana, in modo da spostare gradualmente l’overshoot day verso il 31 dicembre;

– si riduca gradualmente la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera, riducendo le emissioni e piantumando miliardi di alberi ogni anno;

– si riduca progressivamente la produzione di sostanze di sintesi chimica non metabolizzabili dalla fotosintesi clorofilliana, fino alla loro completa eliminazione;

– si riduca il consumo di risorse non rinnovabili, riutilizzando quelle contenute negli oggetti dismessi che attualmente vengono portate allo smaltimento (discariche e inceneritori);

– si riduca l’obsolescenza programmata e l’obsolescenza percepita delle merci: le merci devono essere progettate per durare il più a lungo possibile e nell’immaginario collettivo le loro caratteristiche innovative devono diventare meno desiderabili della loro capacità di futuro.

Bisogna diffidare di chi enfatizza il valore salvifico di una o più innovazioni tecnologiche che consentirebbero di ridurre l’impatto ambientale dell’attuale sistema economico e produttivo senza spostare la finalità dell’economia dalla crescita della produzione di merci alla compatibilità con la fotosintesi clorofilliana.

Il suo scopo è instillare nell’immaginario collettivo la convinzione che non occorre preoccuparsi di cambiare il sistema dei valori e i modelli di comportamento, perché sarà la scienza a risolvere tutti i problemi creati dall’attuale crisi ecologica.

«Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni […] Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere».[3]

L’obbiettivo della Cop 21 (sbagliato, ma considerato valido) di contenere l’incremento della temperatura terrestre in modo che alla fine di questo secolo non superi 1,5 °C rispetto alla temperatura dell’epoca pre-industriale, è stato raggiunto nel 2019 sulle terre emerse e sarà raggiunto prima del 2030 su tutto il pianeta. Se non ci saranno cambiamenti, nel 2100 la temperatura della terra aumenterà di almeno 4 gradi. Quanto basta per distruggere gli equilibri ambientali che hanno consentito lo sviluppo della specie umana. Questo risultato è il frutto cattivo di un albero cattivo spacciato per buono da falsi profeti.

In una società che finalizza l’economia alla crescita della produzione di merci e identifica il benessere col possesso di cose, il denaro non è più il mezzo di scambio delle merci, ma diventa il fine della vita. Se non si abbandona questa concezione dell’economia, tutte le sacrosante riflessioni sulle degenerazioni che ne derivano resteranno prediche, per di più inutili: i rapporti umani continueranno a basarsi sulla competizione e la conflittualità, si perderà anche la memoria delle relazioni interpersonali fondate sul munus (il dono reciproco del tempo, il dono che si aspetta una restituzione) e sul donum (il dono fatto per amore, che non si aspetta una restituzione), il divario di reddito tra i più ricchi e i più poveri continuerà ad aumentare, il lavoro salariato sarà sfruttato in forme sempre più spregiudicate, cresceranno la violenza sociale e la propensione a impadronirsi con la guerra dei giacimenti delle risorse non rinnovabili necessarie alla crescita economica.

Solo liberando l’economia dalla finalità della crescita e l’immaginario collettivo dall’identificazione del benessere col possesso di cose si può ridimensionare l’importanza del denaro nella vita degli esseri umani, si possono finalizzare le attività produttive alla compatibilità con la fotosintesi clorofilliana, si possono aprire nuove prospettive alla ricerca scientifica e tecnologica, indirizzandole innanzitutto a riparare i danni che hanno fatto alla biosfera e, contestualmente, a sviluppare le loro enormi capacità per consentire alla specie umana di soddisfare le proprie esigenze vitali senza danneggiare le altre specie viventi e senza rompere gli equilibri ecologici.

Solo nel contesto di una profonda rivoluzione culturale e sociale in cui i rapporti umani siano impostati in termini di collaborazione e i loro rapporti con i luoghi in cui vivono e con gli altri esseri viventi in termini di rispetto, le potenzialità delle tecnologie che riducono l’impatto ambientale possono contribuire ad aprire una fase più evoluta della storia umana, anziché rallentare l’agonia di quella che stiamo vivendo.

Non è una prospettiva facilmente realizzabile, né capace di competere nell’attuale immaginario collettivo con i modelli consumistici e irresponsabili sostenuti con un grande dispiego di mezzi di comunicazione di massa, ma non saranno certamente l’elettrificazione degli intasamenti automobilistici, la riduzione della chimica in agricoltura, il miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici, il recupero dei materiali contenuti negli oggetti dismessi, a ridurre il divario tra l‘ingordigia della megamacchina termoindustriale e le capacità della fotosintesi clorofilliana di fornirle le risorse di cui ha bisogno e di metabolizzare i suoi scarti.

Non solo perché la sua ingordigia aumenta a una velocità molto maggiore di quella con cui avanzano i processi tecnologici e i cambiamenti degli stili di vita in grado di rallentarla, ma soprattutto perché, se la riduzione della velocità non è finalizzata a svoltare in una direzione diversa senza cappottare, la fine della vicenda umana sulla terra è già scritta. Potrà solo essere posticipata.

Note:

[1]  Secondo il Global Environment Outlook (GEO), il rapporto sullo stato del pianeta elaborato per conto dell’Onu in sei anni di lavoro da 250 scienziati di 70 Paesi, reso pubblico il 13 marzo 2019, un quarto delle morti premature e delle malattie nel mondo è causato dall’inquinamento atmosferico e dai prodotti chimici che hanno contaminato l’acqua potabile. Nel rapporto annuale 2018 dell’Organizzazione mondiale della sanità è riportato che il 90 per cento della popolazione mondiale respira aria inquinata e che questa è la causa della morte di 7 milioni di persone all’anno.

[2]https://eeb.org/decoupling-debunked1/

[3]Matteo 7: 15,20.

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