Sindrome del Titanic: la paura che tutto cada a pezzi

Dal blog l’angolodellapsicologia

Posted: 27 Apr 2020 

Abbiamo molte paure. Forse troppe. Fortunatamente, quando la vita scorre normalmente riusciamo a controllarle. Di tanto in tanto appaiono solo come fitte da ansia che poi si placano. Ma quando le cose vanno male, le paure affiorano, e non ci abbandonano. Diventano persistenti.

Una delle nostre più grandi paure è la paura della perdita. In lettere maiuscole. La perdita delle persone che amiamo. La perdita di stabilità, anche se precaria. La perdita di tutto ciò che abbiamo costruito con anni di lavoro. La perdita, in breve, di ciò che conosciamo e ci da sicurezza.

Ora, senza preavviso, la tragedia ci ha messo di fronte alla possibilità che tale perdita possa essere enorme. Ci ha sprofondato nel mondo liquido descritto da Zygmunt Bauman. Un mondo in cui tutto gira vertiginosamente e non c’è nulla a cui aggrapparci. Un mondo in cui siamo costretti a vivere alla giornata, dimenticando la sicurezza che ci confortava ieri, senza essere in grado di fare piani perché non sappiamo come sarà il domani.

In questo mondo, l’impensabile è diventato routine. I pilastri su cui avevamo costruito la nostra vita quotidiana si sono rivelati vulnerabili e ci rendiamo conto che sono molto più fragili di quanto pensassimo. La scoperta ci terrorizza perché conferma che non ci sono certezze o sicurezza che durino una vita.

Infatti, al di là del crollo individuale, ci terrorizza intuire l’implosione del sistema che davamo dato per scontato e che, nonostante i difetti, consideravamo solido. Quella paura che ci fa barcollare è in realtà una vecchia conoscenza e ci riporta alla tragedia del Titanic.

Il messaggio del Titanic inciso nell’inconscio collettivo

La storia del Titanic è rimasta impressa nella memoria collettiva. E non solo per la perdita di vite umane ma per tutto ciò che rappresentava e tutte le ombre che proiettava verso il nostro futuro.

L’iceberg rappresenta i pericoli che rimangono nascosti ma che, in qualsiasi momento, possono venire in superficie per colpirci. Tuttavia, mentre questi pericoli sono nascosti, “non sono mai a una distanza maggiore di quella di uno strato superficiale di separazione”, come osservava Bauman.

Ciò che ci terrorizza di più nella storia del Titanic non sono l’iceberg e i pericoli che rappresenta, ma “il caos che si è verificato all’interno, sui ponti e nelle stive di quel lussuoso transatlantico, come ad esempio: l’assenza di un piano per l’evacuazione e il salvataggio dei passeggeri che fosse ragionevole e fattibile in caso di affondamento, o la sorprendente carenza di scialuppe di salvataggio e galleggianti”, secondo Bauman.

Poiché la White Star Line era “certa” che la nave fosse “inaffondabile”, la equipaggiò solo con 20 scialuppe di salvataggio, che servivano a malapena a evacuare un terzo dei passeggeri. Il Titanic, tuttavia, aveva spazio per 74 barche. Inoltre, l’equipaggio non era preparato ad effettuare un’evacuazione d’emergenza. Il triste finale è storia.

Il Titanic è stato una cartina di tornasole che ha rivelato la nostra imprevedibilità e vulnerabilità. Ci ha mostrato che non importa quanto avanziamo tecnologicamente e sicuri di ciò che abbiamo costruito, l’impensabile ci insegue per colpirci quando meno lo aspettiamo sfruttando le vulnerabilità che esistono da sempre.

Quella tragedia causò anche il fallimento immediato delle norme sociali che tutti davano per scontato, ma che al momento della verità si dimostrarono estremamente fragili.

Quindi, “Titanic siamo noi, è la nostra società trionfalista, autoindulgente, cieca e ipocrita, spietata con i suoi poveri; una società in cui tutto è previsto tranne i mezzi di previsione stessi”, come scriveva Jacques Attali.

Sindrome del Titanic: la paura di perdere tutto inaspettatamente

Ricordare la tragedia del Titanic mette in luce alcune delle nostre paure più profonde. Bauman le riunisce nel concetto di “sindrome del Titanic”, che “consiste nell’orrore di cadere attraverso le crepe nella crosta della civiltà e precipitare in quel nulla, privo degli ‘ingredienti fondamentali della vita organizzata e civilizzata’” come la conosciamo.

Quella vita organizzata comprende la nostra routine quotidiana perfettamente prevedibile e strutturata. Le norme sociali che regolano le nostre relazioni e ci permettono di sapere cosa ci si aspetta da noi. L’ordine della società. La gerarchia dei valori. Cose che, quando scompaiono, ci lasciano senza punti cardinali. Disorientati e senza sapere come reagire.

In questi casi, “le implicazioni tacite vengono improvvisamente contestate. Le sequenze solite di ‘causa ed effetto’ si interrompono. Ciò che chiamiamo ‘normalità’ nei giorni feriali o ‘civiltà’ nelle occasioni festive si rivela letteralmente fragile come la carta“, scriveva Bauman. E questo ci terrorizza perché ci lascia senza appigli. Cancella con un colpo di spugna ciò che conoscevamo per disegnare una realtà diversa in cui non sappiamo come muoverci.

“Le paure emanate dalla sindrome del Titanic sono la paura di un collasso o di una catastrofe che ci colpirà tutti ciecamente e indiscriminatamente, casualmente e senza ragione, e che troverà il mondo intero impreparato e senza difesa. Vi sono, tuttavia, altre paure non meno orrende, o ancor più terribili se possibile: la paura di essere separati individualmente dalla massa ed essere condannati a soffrire ugualmente da soli“, disse Bauman.

È la paura che tutto, come lo conosciamo, crollerà. E non esiste una forza individuale o collettiva che possa evitarlo. È la paura che i concetti di giusto e ingiusto perdano il loro significato, come di solito accade nel mezzo delle catastrofi. E tutto ciò aumenta la nostra insicurezza.

La lotta personale nell’era postcoronavirus

In questo momento stiamo attraversando una fase di sopravvivenza. La filosofia, la sociologia e la psicologia non sembrano aiutare molto quando l’obiettivo è salvare vite. Ma possiamo già intuire i cambiamenti psicologici che verranno.

Una rottura così grande lascia tracce. È ingenuo pensare che non sarà così e che potremo chiudere quel capitolo della nostra storia senza subirne gli effetti collaterali. Questo tipo di rottura erode la nostra fiducia nel sistema e in noi stessi. Ci toglie ogni sensazione di controllo. Allora emergono le nostre peggiori paure, e ci fanno capire chiaramente che siamo vulnerabili, molto più di quanto vorremmo riconoscere.

Pertanto, quando tutto finirà, dovremo lottare per recuperare un certo livello di fiducia e sicurezza che ci permetterà di vivere senza la sensazione di costante apprensione che innesca la paura che la rottura capovolga la nostra vita.

Gli iceberg che ci aspettano fuori sono molti e di diversa natura. Non si tratta di chiudere gli occhi e vivere fingendo che non esistano, come facevamo prima, ma imparare a convivere con essi. Accettarne l’esistenza. Accettare che la tragedia può colpirci, e prepararci psicologicamente. Riconoscere la nostra vulnerabilità, per renderci conto che ogni giorno è un dono.

Fonte:

Bauman, Z. (2005) Paura Liquida.Ed. Laterza.

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