La crisi è politica

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Lorenzo Zamponi 19 Settembre 2020

La riforma costituzionale sottoposta a referendum è l’ennesimo tentativo di risolvere in senso antiparlamentare, antipartitico ed efficientista la crisi in atto da oltre trent’anni in tutto l’Occidente e in particolare in Italia

«Mi ricordo che quarant’anni fa si diceva che andava tagliato il numero dei parlamentari e mi ricordo che mi ero convinta, anche se ora non mi ricordo più perché». Questa frase, raccolta pochi giorni fa da chi scrive, riflette la confusione e l’incertezza di molti, in queste ore, soprattutto a sinistra. Può essere utile, quindi, provare a inquadrare storicamente il referendum sul taglio dei parlamentari su cui siamo chiamati a votare domenica e lunedì. 

La riforma costituzionale sottoposta a referendum è l’ennesimo tentativo di risolvere in senso antiparlamentare, antipartitico ed efficientista la crisi della rappresentanza in atto da oltre trent’anni in tutto l’Occidente e in particolare in Italia. L’idea che una punizione dei rappresentanti attraverso la riduzione del loro numero faccia bene ai rappresentati è un’illusione: il parlamento post-riforma, se vincerà il Sì, sarà ancora meno permeabile alle istanze popolari. Ma la giusta battaglia per il No al referendum non deve a sua volta illuderci: le istituzioni della democrazia liberale sono in rovina, e non ci salveremo aggrappandoci a loro. Serve investire sulla partecipazione democratica e sull’organizzazione politica, perché democrazia torni a significare qualcosa nella vita materiale delle persone.

Antiparlamentarismo, antipartitismo, efficientismo

Nel 2007, due noti giornalisti del Corriere della Sera, Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, pubblicarono per Rizzoli La Casta: così i politici italiani sono diventati intoccabili, un bestseller sui privilegi dei politici e gli sprechi della pubblica amministrazione. Pochi mesi dopo, il primo raduno politico di massa organizzato dall’allora comico e blogger Beppe Grillo, il mitico V-Day, lancia tre proposte di legge di iniziativa popolare: divieto di candidatura in parlamento per i condannati; limite di due legislature per i parlamentari; modifica della legge elettorale con l’introduzione del voto di preferenza. Sono i mesi del secondo governo Prodi, faticosissima alleanza di una miriade di partiti diversi sorretta dalla maggioranza parlamentare più risicata della storia repubblicana, le cui tribolazioni quotidiane riempiono le pagine dei giornali. Un mese dopo nasce ufficialmente il Partito democratico guidato da Walter Veltroni, seguito dopo pochi giorni dal Popolo della Libertà lanciato da Silvio Berlusconi in piedi sul predellino di un’auto, in piazza San Babila a Milano. Il sostegno dichiarato da entrambi i partiti al referendum sulla legge elettorale previsto per il giugno successivo fa accelerare la crisi di governo, e l’Italia va a votare nella primavera 2008 con un assetto quasi bipartitico, all’insegna della «semplificazione del quadro politico». Sarà il parlamento eletto dal 2008 a votare almeno una delle tre proposte del V-Day, quella sui limiti all’eleggibilità di chi è stato condannato, con la legge Severino del 2012, in pieno governo Monti. Le altre due restano inattuate, mentre un altro caposaldo del grillismo, l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, viene trasformato in legge nel 2013 sotto il governo Letta.

Non è un caso che questi temi abbiano trovato popolarità proprio negli anni tra il 2007 e il 2013. Da una parte, si tratta della fase in cui la politica italiana sta provando, con l’accelerata bipartitica del 2008, a portare a compimento la transizione della Seconda Repubblica, chiudendo definitivamente con l’assetto pluripartitico tra soggetti rappresentativi delle grandi fratture storiche della modernità ereditato dalla Prima Repubblica e approdando a un sistema di stampo anglosassone in cui due grandi partiti si alternano al potere nell’ambito di un generale consenso sui temi di fondo. Dall’altra, sono gli anni dell’esplosione della crisi economica, che oltre a far saltare in aria la transizione di cui sopra, sollevando un’ondata di dissenso contro l’austerità che troverà rappresentanza nel Movimento 5 Stelle e segnando la fine del tentativo bipartitico, pone con forza il tema dei sacrifici, degli sprechi, dei risparmi, che dalla popolazione vanno estesi al ceto politico e alla pubblica amministrazione. Si diffonde l’idea che i tagli a istruzione e sanità siano «sacrifici che i politici chiedono alla gente», da poter scambiare con «sacrifici che la gente chiede ai politici»: taglio di stipendi e prebende, risparmi sulle auto blu, diminuzione del numero dei parlamentari.

Niente di tutto ciò, intendiamoci, è stato inventato da Beppe Grillo o da Stella e Rizzo. Antiparlamentarismo e antipartitismo (due fenomeni spesso associati ma ben diversi) hanno caratterizzato a lungo la storia politica italiana. Lo stesso finanziamento pubblico ai partiti era già stato oggetto di tre referendum promossi dai Radicali (nel 1978, nel 1993 e nel 2000). Proprio Marco Pannella, uno dei padri della Seconda Repubblica, aveva già passato decenni a tuonare contro la «partitocrazia», sulla base di un parlamentarismo classicamente liberale che vedeva le istituzioni più come luogo di dialogo tra intelligenze individuali che come spazio di confronto tra rappresentanti delle masse. E in effetti la «riforma americana delle istituzioni» che il leader radicale ha proposto a lungo, sulla base di presidenzialismo, legge elettorale maggioritaria, federalismo, bipartitismo, abolizione del finanziamento pubblico ai partiti in nome di un maggiore ruolo dei privati, e così via, se non è stata mai pienamente realizzata, è stata di fatto l’orizzonte culturale in cui si è mossa la Seconda Repubblica. La stessa grande transizione dei primi anni Novanta è stata scandita dal referendum per la preferenza unica e da quello per l’abolizione del proporzionale. Passaggi che non si possono capire se si ignora l’ondata di sdegno popolare che ha caratterizzato la stagione di Tangentopoli e l’odio antipartito e antiparlamentare che è conseguito allo scoperchiamento della corruzione endemica al sistema della Prima Repubblica. Ridurre il ruolo dei partiti nelle istituzioni per salvare le istituzioni dall’invadenza dei partiti. Il maggioritario uninominale come strumento per ricostruire la rappresentanza parlamentare sostituendo al vincolo ideologico di partito la fiducia personale nel candidato. 

La grande promessa della Seconda Repubblica, quella di costruire una democrazia senza partiti, è fallita. E l’antipartitismo si è fatto pienamente antiparlamentarismo: la crescita del ruolo dell’esecutivo, in atto già negli anni Ottanta, ha accelerato visibilmente negli ultimi decenni, sia sul piano legislativo, con l’esplosione dell’utilizzo di Decreti legge, leggi delega e voti di fiducia, sia sul piano simbolico, con l’elezione diretta di fatto del presidente del consiglio e un presidenzialismo strisciante mai scritto in Costituzione ma praticato da quasi tutti.

Non c’è tentativo di riforma costituzionale degli ultimi decenni, dai sogni di Craxi alle bicamerali De Mita-Iotti e D’Alema, dalla riforma Berlusconi-Calderoli bocciata dal referendum del 2005 a quella Renzi-Boschi bocciata dal referendum del 2016, che non abbia al centro un rafforzamento del ruolo del governo a scapito di quello del parlamento. Dietro a questa tendenza da una parte c’è il tentativo di ricostruire nell’identificazione diretta tra popolo e capo del governo quei legami di rappresentanza che la crisi dei partiti ha fatto saltare tra popolo e parlamento, come vedremo dopo; dall’altra c’è l’idea che le democrazie parlamentari, nella loro lentezza e macchinosità, costituiscano un ostacolo all’implementazione rapida delle riforme di aggiustamento strutturale che il neoliberismo prevede. Come illustrava il celebre documento The Euro area adjustment: about halfway there (L’aggiustamento dell’area euro: quasi a metà strada) pubblicato nel maggio 2013 dal centro di ricerca sulla politica economica della banca d’affari JP Morgan, gli esecutivi deboli dell’area mediterranea sono un’eredità scomoda delle transizioni dal fascismo alla democrazia, da cancellare per rendere più agile e priva di qualsiasi attrito, anche quello morbido di parlamenti tutt’altro che all’altezza del proprio ruolo, l’implementazione delle decisioni prese dalle élite finanziarie transnazionali.

Tendenze diverse, spesso contraddittorie tra loro. La riforma su cui si vota il 20 e 21 settembre, ad esempio, è l’unica di questa lunga serie a non prevedere il rafforzamento dell’esecutivo. E tra i processi rapidamente passati in rassegna, è molto più figlia del risentimento antiparlamentare covato tra Tangentopoli e la crisi economica che dell’efficientismo neoliberista, per quanto quest’ultimo non sia alieno alla concezione tecnocratica della politica che caratterizza in parte il Movimento Cinque Stelle e non siano mancati, nella campagna referendaria, i frequenti riferimenti al bisogno di «snellire la discussione», «rendere le assemblee meno pletoriche», «far perdere meno tempo nell’approvazione delle leggi». Il nodo centrale della riforma, in questo caso, sembra essere essenzialmente punitivo: colpire luoghi della rappresentanza che si considerano fondamentalmente inutili, e almeno ridurne le dimensioni per ridurne il peso sul bilancio dello stato. 

La crisi della rappresentanza

Il Movimento 5 Stelle, del resto, è il prodotto più puro e distillato della Seconda Repubblica, delle sue psicosi e delle sue contraddizioni. E se è nato, ha avuto successo e ha ora la possibilità di riscrivere alcuni articoli della Costituzione, è perché ha interpretato come nessun altro il nodo irrisolto della crisi della rappresentanza nella politica italiana. Antipartitismo e antiparlamentarismo sono radicati nel fatto che, a partire dalla fine degli anni Settanta, e in particolare dall’inizio della Seconda Repubblica, il sistema della rappresentanza nel nostro paese non funziona più. 

Il fenomeno è globale, ed è stata la gestione della crisi del 2008 a renderlo palese ai più. L’adozione delle politiche di austerity nell’eurozona, decisa a livello sovranazionale da organismi come la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale, ha accelerato e reso visibili al grande pubblico le tendenze di lungo periodo che si erano sviluppate negli ultimi decenni: spostamento delle decisioni a livello sovranazionale, depoliticizzazione delle decisioni demandate sempre più spesso a organismi «tecnici» non eletti, pressione economica dei potentati finanziari che ricattano i decisori politici, tutte cose che ben conosciamo e di cui la troika che ha gestito l’austerità in Grecia dal 2011 in poi è l’emblema più noto.

È difficile comprendere la reazione popolare alla crisi e il diffuso sentimento antirappresentanza in settori della società tradizionalmente integrati in dinamiche moderate e liberaldemocratiche senza fare riferimento a questi processi come l’accelerazione di una tendenza di lungo periodo, in cui, come scriveva già nel 2008 il politologo irlandese Peter Mair, «i partiti sono passati da rappresentare gli interessi dei cittadini nei confronti dello Stato a rappresentare gli interessi dello Stato nei confronti dei cittadini» e «i governi si trovano ogni giorno di più vincolati da agenzie e istituzioni, e la serie di principi che obbligano i governi a comportarsi in un determinato modo e che definiscono i punti di riferimento della responsabilità si è enormemente ampliata». La funzione di mediazione tra rappresentanza della volontà popolare e governabilità che i partiti ricoprivano oggi è messa fortemente in discussione, scriveva ancora Mair: «i vincoli all’attività di governo sono diventati molto più grandi, l’abilità di rispondere agli elettori è stata molto ridotta, e la capacità dei partiti di usare le proprie risorse politiche e organizzative per colmare o almeno gestire il conseguente gap è stata fortemente limitata. Le conseguenze per il sistema di governo rappresentativo saranno probabilmente molto gravi».

È così strano, quindi, che il Movimento 5 Stelle e una fetta rilevante (vedremo nelle urne se maggioritaria) dell’opinione pubblica vedano nella rappresentanza parlamentare uno spreco da tagliare, almeno in parte? Se la rappresentanza parlamentare non serve al progresso della vita delle persone, svuotata com’è di ogni capacità di incidere in maniera significativa sulla società, perché non dovrebbe essere considerata una spesa inutile? E può davvero una sinistra del 2020, una sinistra che ha visto la corruzione sotto cui è crollata la Prima Repubblica, che ha visto la transizione fallita della Seconda Repubblica, che ha visto l’irrilevanza delle istituzioni della democrazia liberale nel difendere la materialità della vita delle persone durante la crisi, pensare di avere un ruolo progressivo asserragliandosi a difesa di istituzioni in macerie? Possiamo fare politica come se non vedessimo l’odio antipartito e antiparlamento che ci circonda, e come se non comprendessimo e in parte condividessimo le ragioni?

D’altra parte, il tentativo, evocato spesso in questa campagna referendaria come nei decenni passati, di sacrificare un pezzo di rappresentanza per rafforzarne la credibilità, non sembra aver mai funzionato. Non c’è organismo collegiale nella nostra società, dai consigli regionali ai consigli di quartiere, dai senati accademici delle università agli organismi interni delle organizzazioni politiche e sociali, che negli ultimi anni non sia stato tagliato perché pletorico, in nome dell’efficienza e della necessità di risparmiare. Eppure non si segnalano inversioni di tendenza. La crisi di rappresentanza è, anzi, più forte di prima.

L’impressione che l’errore di fondo sia stato aver individuato nelle istituzioni rappresentative il luogo delle crisi, e non, invece, nelle organizzazioni che dall’esterno, nella società, fornivano legittimità democratica a quei luoghi. La crisi di rappresentanza nello stato italiano non è una crisi istituzionale, ma una crisi politica, di presenza sociale. Non è una crisi del parlamento, è una crisi dei partiti, e dei corpi intermedi in generale.

Non è un caso che Mair, nella sua analisi sulla crisi della rappresentanza, citi sempre i partiti come soggetto. Nel delicato e conflittuale compromesso della democrazia liberale del ventesimo secolo, i partiti di massa e il conflitto sociale sono state le due leve con cui si è democratizzato il liberalismo, gli strumenti attraverso i quali la partecipazione popolare poteva entrare nei meccanismi rappresentativi del parlamentarismo liberale, che non era di certo stato progettato per la democrazia e il suffragio universale. Un sistema in crisi dalla fine degli anni Settanta, come del resto denunciato dal segretario comunista Enrico Berlinguer nella celebre intervista del 1981 passata alla storia per la denuncia della «questione morale» ma il cui tema più interessante era in realtà la degenerazione del sistema dei partiti. I partiti di massa, costruiti sull’Italia degli anni Quaranta e Cinquanta, non avevano resistito ai potenti cambiamenti prodotti dal boom economico degli anni Sessanta, dalla rivoluzione culturale del ‘68 e dalla successiva crisi. Non erano più in grado di tenere insieme rappresentanti e rappresentati, amministrazione e cambiamento. Una situazione resa ancora più grave dalla disgregazione dei soggetti sociali dovuta alla ristrutturazione capitalista e dalla riduzione dei margini di manovra dei poteri pubblici in seguito al taglio dello stato sociale e all’egemonia del mercato.

E non solo in Italia, se prendiamo sul serio la tesi del cartel party proposta nel 1995 dai politologi Richard Katz e Peter Mair, che con questo termine identificavano i sistemi di collusione e dipendenza dalle risorse statali attraverso i quali i partiti, nelle democrazie avanzate dell’Europa occidentale, supplivano al declino di partecipazione e militanza. I nodi chiave identificati da Katz e Mair descrivono alla perfezione l’Italia degli ultimi trent’anni: compenetrazione crescente tra partito e Stato; collusione tra partiti; obiettivi politici che diventano talmente autoreferenziali, professionali e tecnocratici che la competizione politica si concentra solo sull’efficienza della gestione amministrativa; campagne elettorali costose, professionali e centralizzate; forte dipendenza dallo Stato per il finanziamento della politica e per benefit e privilegi; tentativo di supplire al calo degli iscritti attraverso strumenti come le primarie; spoliticizzazione di fondo della società.

Da questo punto di vista, il dibattito tra i fautori di un modello bipartitico, maggioritario, personalistico e plebiscitario e i sostenitori della democrazia dei partiti e del proporzionale, che attraversa in varie forme la sinistra italiana ormai da vent’anni senza mai schiodarsi da queste due polarità (D’Alema contro Veltroni, Bersani contro Renzi, e così via), è privo di senso. Non è stata la crisi del 1992-‘93, con il corollario della riforma elettorale, a cancellare il sistema dei partiti di massa. La democrazia dei partiti in senso tradizionale era già finita all’inizio degli anni Ottanta, e i processi a cui abbiamo assistito nella Seconda Repubblica erano già in atto, al di là delle nostalgie di moda. Chi rimpiange i partiti della Prima Repubblica sta in realtà rimpiangendo le stesse forze politiche che con la fine della partecipazione di massa, costruirono il sistema spoliticizzato e tecnocratico in cui ci troviamo ora.

Democrazia e socialismo

Picconare ciò che resta della democrazia rappresentativa, cavalcando la tigre del risentimento popolare, non appare una strategia saggia, per una sinistra che abbia l’ambizione di una trasformazione generale della società.  Limitare ulteriormente i pochi spazi rimasti neanche per la conquista del potere, ma per l’espressione pubblica e autorevole di un dissenso nei confronti della classe dominante sembrerebbe autolesionista, e quindi ci si augura una vittoria del No.

Ma illudersi che una vittoria del No sia in grado di restituire autorevolezza e legittimità a istituzioni rappresentative screditate e svuotate sarebbe un errore. Porsi il tema della democrazia, e di come ricostruirne una forma che abbia senso nella vita delle persone, è centrale per qualsiasi strategia socialista. «Essere socialista oggi – ha scritto il direttore di Jacobin Bhaskar Sunkara nel suo Manifesto socialista per il XXI secolo uscito l’anno scorso per Laterza – significa credere che più democrazia, e non meno, ci aiuterà a risolvere i problemi sociali, e credere che le persone comuni possano determinare i sistemi che determinano le loro vite. L’obiettivo finale del socialismo è estendere radicalmente la democrazia nelle nostre comunità e luoghi di lavoro, mettendo fine allo sfruttamento degli esseri umani da parte di altri esseri umani».

Ostacolare la limitazione degli spazi di rappresentanza democratica esistenti è necessario, quindi, ma tutt’altro che sufficiente. E rischia di diventare addirittura controproducente, se si rinchiude a difesa delle screditate istituzioni esistenti e non rilancia su processi che assumano un significato reale per la maggioranza delle persone. La battaglia va fatta a molti livelli. Il primo è quello dell’organizzazione: non c’è democrazia senza organizzazione collettiva. I meccanismi di rappresentanza elettorale, se sono solo l’espressione individuale della delega agli eletti, hanno molto più di liberale che di democratico. C’è democrazia solo se c’è condivisione stabile nel tempo di battaglie concrete e di visioni di fondo di trasformazione generale. Affrontare seriamente il crollo dei partiti e le difficoltà concrete che vivono sindacati, associazioni e movimenti non è più rimandabile. Ciò non si fa con la negazione della realtà e il tentativo di resuscitare il partito di massa del Novecento, che può essere legittimamente rimpianto ma non razionalmente riportato in vita, e non si fa neanche rinunciando a qualsiasi tipo di soggetto generale, demandando a esperienze locali e settoriali l’esclusività dell’azione collettiva. Sperimentare e costruire organizzazioni politiche, il più possibile unitarie, radicate in termini di classe e capaci di riflettere e ricomporre le mille appartenenze e le mille identità del mondo di oggi, è una sfida inderogabile.

Il secondo è quello dell’efficacia della decisione democratica: avere rappresentanza in un parlamento che non decide sul bilancio se non nei ristrettissimi limiti fissati dai trattati Ue, significa relativamente poco, in termini democratici. Così come governare amministrazioni locali i cui servizi sono stati nel tempo disarticolati e spacchettati in una miriade di aziende miste pubblico-privato. Se la democrazia non decide sulla vita delle persone, non avrà gambe né braccia. Riconquistare, anche con la forza della mobilitazione dal basso, spazi di potere reale della democrazia praticata, significa darle un futuro. È democrazia imporre materialmente l’applicazione di un referendum, restituire all’uso pubblico uno spazio abbandonato, praticare solidarietà nella comunità.

Il terzo è, certo, quello istituzionale. Strumenti come una legge elettorale proporzionale, magari anche il monocameralismo (una sola camera da 600 membri è molto più rappresentativa di due camere da 400 e 200, in termini concreti), ma anche un potenziamento di referendum e leggi di iniziativa popolare, per non parlare di una legge sui partiti che imponga meccanismi di democrazia interna e restituisca un senso alla partecipazione alla loro vita, possono essere sicuramente un terreno di discussione e proposta a sinistra, se si esce dall’ossessione per le riforme istituzionali che ha caratterizzato gli ultimi decenni e si affronta la questione democratica nel suo insieme.

Democrazia è sessanta milioni di governanti. Il compromesso tra democrazia e capitalismo, chiamato parlamentarismo liberale, impone la rappresentanza. La sinistra persegue il fatto che tale compromesso sia il più vicino possibile al principio di cui sopra. Democrazia sono consigli di quartiere, consigli d’istituto, consigli di fabbrica. Ogni volta che un organismo è stato «tagliato perché pletorico» alcune persone in meno sono state coinvolte nelle decisioni sulla nostra vita comune. In un’epoca in cui sono saltati i partiti, il voto e ogni altra forma di legittimazione democratica del parlamentarismo liberale, dovremmo concentrarci su coinvolgere più persone possibili nella vita pubblica, facendo decidere le persone anche sulle fioriere. Altro che «taglio dei parlamentari». Il punto è che i resti della democrazia rappresentativa, in crisi non da oggi, pur non fermando davvero lo strapotere neoliberista, riescono comunque a ostacolarlo e rallentarlo, ogni tanto, con questa cosa chiamata «consenso popolare». E a chi comanda non va bene. Meglio approfittare del disinteresse e tagliare. 

Credere che oggi il parlamento sia il luogo della battaglia democratica vuol dire credere a Babbo Natale. Ma la crisi della rappresentanza andrebbe affrontata in senso opposto: nell’investimento su una democrazia integrale. Dare una mano a chi comanda a disfarsi anche del poco che rimane sarebbe un errore, e quindi si vota No. Perché questa battaglia abbia un senso, però, serve iniziare, da domani, a costruire partecipazione democratica e organizzazione politica, perché democrazia torni a significare qualcosa nella vita materiale delle persone.

*Lorenzo Zamponi, ricercatore in sociologia, si occupa di movimenti sociali e partecipazione politica. È coautore di Resistere alla crisi (Il Mulino).

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