Pablo Iglesias: «Vogliamo la Repubblica spagnola»

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Eoghan Gilmartin Pablo Iglesias 22 Ottobre 2020

Il vicepremier spagnolo e leader di Unidas Podemos parla con Jacobin della sinistra spagnola al governo, della fase segnata dalla pandemia e della traiettoria di Podemos negli ultimi sei anni

Dopo aver affrontato quattro elezioni generali in meno di quattro anni, lo scorso gennaio l’alleanza radicale anti-austerità Unidas Podemos è arrivata al governo. Unendosi ai socialisti di Pedro Sánchez (Psoe), è diventato socio di minoranza nella prima coalizione di sinistra spagnola dagli anni Trenta del Novecento.

Tuttavia, a due mesi dal suo insediamento, il governo Psoe-Unidas Podemos è precipitato in una crisi nazionale senza precedenti, nel momento in cui la Spagna è diventata uno degli epicentri della pandemia Covid-19. Oggi, mentre la seconda ondata alza la testa – e la Spagna si colloca tra i più alti tassi di infezione in tutta l’Unione europea – la coalizione viene sottoposta a continue pressioni da più parti.

La destra sta perseguendo una strategia di polarizzazione contro il governo, mentre cerca di alimentare le tensioni intorno alle nuove restrizioni Covid nella regione di Madrid, duramente colpita. Mercoledì l’estrema destra di Vox presenterà una mozione di sfiducia all’amministrazione Sánchez. Allo stesso tempo, l’establishment del paese ha anche lanciato una campagna giudiziaria contro la coalizione: elementi all’interno della magistratura e delle forze di sicurezza spingono per l’incriminazione di vari funzionari governativi con accuse motivate politicamente.

L’obiettivo di più alto profilo di questa campagna è stato il leader di Podemos e il vice primo ministro Pablo Iglesias. Incredibilmente un giudice conservatore sta cercando di incriminare Iglesias in relazione a un caso di spionaggio illegale della polizia contro la stessa leadership di Podemos. Sebbene il più alto tribunale penale del paese, l’Audiencia Nacional, abbia riaffermato lo status di Iglesias come parte lesa, il giudice che presiede il caso ha ora chiesto alla Corte suprema di incriminarlo per aver rivelato segreti, sabotato informazioni e presentato una denuncia calunniosa.

Iglesias rimane ribelle, sostiene che una mobilitazione del genere da parte della magistratura è la prova che la presenza di Podemos al governo spaventa le élite del paese. In questa intervista sostiene che nonostante le sconfitte elettorali dello scorso anno, il suo partito si trova nella posizione di dare forma in modo significativo allo scenario post-Covid della Spagna, non solo rompendo con l’ortodossia economica liberista, ma anche istituendo un nuovo orizzonte repubblicano, al di là della monarchia post-franchista del paese.

La tempesta perfetta

Hai detto che il Recovery plan è un’opportunità per impostare un nuovo corso dello stato spagnolo, sottolineando che «nei prossimi dieci mesi prenderemo decisioni che potrebbero cambiare il paese per i prossimi dieci anni». Ma se questa è un’opportunità storica, la pandemia si è anche intersecata con molte altre crisi, creando una sorta di tempesta perfetta. Vediamo una crisi sociale, la destra radicalizzata che inasprisce il conflitto politico, le tensioni intorno alla Catalogna e la crisi nella monarchia. Come vedi questa combinazione di sfide?

Bella domanda. Penso che sia importante avere una visione a volo d’uccello e cercare, per quanto difficile, di guardare a ciò che sta accadendo come farebbe uno storico. Perché siamo in un momento storico determinante.

Molti economisti riconoscono che, per trovare un momento paragonabile a questo, bisognerebbe ripensare alla crisi del 1929 o alla ricostruzione dell’Europa dopo la Seconda guerra mondiale: ognuna di queste fasi ha aperto possibilità politiche senza precedenti che puntano in direzioni molto diverse. Il New Deal di Roosevelt aveva quella che potremmo chiamare una versione «sociale», ma c’era anche un New Deal mussoliniano, e un altro che portò al Terzo Reich, guidando verso il grande confronto geopolitico del ventesimo secolo: la Seconda guerra mondiale come continuazione della Prima guerra.

Vedendo le cose come avrebbe fatto uno storico come Immanuel Wallerstein, potremmo dire che la Grande Guerra in Europa si è divisa in due capitoli, che esprimevano lo stesso tipo di rapporti forza geopolitici. E se guardiamo a ciò che sta accadendo oggi, vediamo che la crisi attuale si sta svolgendo sullo sfondo della crisi finanziaria del 2008. Negli Stati uniti, Donald Trump è probabilmente l’ultima espressione del deterioramento del sistema politico statunitense.

Riportiamo questo contesto a una «provincia»: lo stato spagnolo, la quarta economia più grande dell’Eurozona, un paese dell’Europa meridionale il cui modello di sviluppo negli ultimi due o tre decenni è stato fortemente segnato dal turismo internazionale, dallo sviluppo immobiliare e dalle implicazioni che ciò comporta in termini di corruzione. E vediamo cosa significa rispetto alla sfida economica che dobbiamo affrontare e alla decisione del Consiglio europeo di quest’estate. Quest’ultimo ha visto l’Ue, potremmo dire, autocorreggersi, dicendo che aveva rotto con il paradigma dell’austerità e facendo una cosa come Eurobond con 70 miliardi di euro di trasferimenti e altri 70 miliardi di crediti.

Certamente, chiunque sapeva cosa fosse l’Ue – questo club, le sue istituzioni di governo – non avrebbe immaginato una svolta del genere.

Se guardiamo alla Spagna, dobbiamo aggiungere che, per la prima volta dalla guerra civile, c’è un governo con il Dna politico di questa coalizione, più i tradizionali conflitti degli ultimi due secoli sul plurinazionalismo e la questione territoriale. E, a questo quadro, dobbiamo aggiungere la crisi della monarchia e la presenza di un’estrema destra in parlamento che non ha precedenti. Tra il blocco delle tre forze di destra [a fianco del Partito Popolare e Ciudadanos], l’ultradestra di Vox guida l’offensiva culturale – Vox non è solo i suoi voti e i suoi parlamentari, ma è fondamentale per capire il blocco di destra in Spagna, che molti chiamerebbero il blocco governativo monarchico.

Ciò significa che questo è un momento in cui tutto è possibile, sia nel bene che nel male. Probabilmente, il rumore assordante che ci fa sentire così assediati significa che è più difficile guardare le cose con gli occhi di uno storico e capire le grandi opportunità che abbiamo di fronte. Il nostro obbligo, al governo, è di sfruttare queste opportunità, con la modesta influenza che abbiamo. Se non avessimo tale influenza, non si potrebbe spiegare l’aggressione contro di noi da parte delle potenze trincerate e dei loro sostenitori dei media. Penso che dobbiamo sfruttare l’opportunità e intraprendere una serie di compiti storici. In termini economici, ciò significa superare la posizione subalterna della Spagna nella divisione europea del lavoro. Per quanto riguarda la politica, ciò significa avanzare sulla base dei principi repubblicani verso un nuovo patto sociale e politico in Spagna che assomigli meglio alla realtà nel nostro paese.

Hai detto che uno degli obiettivi principali del piano di ripresa è rafforzare il settore pubblico. Cosa comporta? Penso in particolare al libro di Rubén Juste sulla borsa valori Ibex 35, dove si spiega come la sovranità statale sia stata svuotata in questi ultimi tre decenni.

Ciò che abbiamo ereditato sono i risultati di una battaglia fallita per difendere il settore pubblico. Il libro di Rubén Juste ha molte intuizioni nello spiegare lo sviluppo di un paradigma neoliberista; questo non è iniziato con Rodrigo Rato, architetto del pensiero economico del Partido Popular, ma già con attori del calibro di Carlos Solchaga, Pedro Solbes e Miguel Sebastián [ministri dell’economia del Psoe quando Felipe González era primo ministro negli anni Ottanta-Novanta]. Per molti anni, c’è stato un consenso sui compiti dello stato, sebbene con diverse varianti: sarebbe assurdo dire che lo stile del governo Áznar era lo stesso di quello di González o José Luis Rodríguez Zapatero. Ma potremmo dire che le cose buone che la sinistra ricorda da Zapatero generalmente non hanno a che fare con l’economia.

Il nostro governo è diverso, perché ci siamo noi. Negli ultimi quattro anni in Spagna, la battaglia riguardava fondamentalmente se saremmo stati al governo o meno. Dopo le elezioni del 2015, c’è stata un’enorme battaglia per fermarci, che ha portato a una seconda elezione generale. Dopo di che, l’esito del voto ha riportato il Partido Popular al governo; e se [nel 2018], il Psoe ha deciso di presentare una mozione di sfiducia [contro il Pp], come avevamo insistito, è stato perché non erano obbligati a stare al governo con loro.

Le elezioni del 2019 sono state ripetute, ancora una volta per impedirci di andare al governo. A quel punto, potremmo dire, scalando una collina molto ripida e perdendo molte piume lungo la strada – perdendo supporto e perdendo combattenti – finalmente ce l’abbiamo fatta. Siamo al governo e abbiamo ottenuto che si formasse proprio quel governo che l’élite economica e il loro potere mediatico avevano cercato di evitare negli ultimi quattro o cinque anni.

Inoltre, ci siamo imbattuti in una crisi sociale ed economica senza precedenti, come conseguenza della pandemia. Ciò ha obbligato il Psoe a rettificare alcuni elementi del suo pensiero economico, basta pensare a ciò che i ministri dell’economia del governo pensavano sul debito e sulla spesa pubblica prima che la pandemia colpisse. Una battuta ricorrente in Spagna dice che i grandi disastri trasformano gli atei in credenti e, come direbbero gli economisti, trasformano i neoliberisti in neo-keynesiani. Naturalmente, quello che è successo in Spagna è che un governo di coalizione che è stato il peggior incubo dei poteri forti non solo esiste, ma ora deve gestire 140 miliardi di euro provenienti dai fondi europei e un piano di ripresa.

Anche se non siamo abbastanza forti per stare al vertice di uno dei grandi ministeri economici, facciamo parte della coalizione, abbiamo una vicepresidenza e quattro ministeri e il bilancio deve essere negoziato con noi. E qualcosa nello spirito degli accordi europei prevede che occorra uno stato imprenditoriale che attui una serie di riforme in modo che il potere d’acquisto di ampi strati della società non sia minato dalla crisi.

Questo è l’approccio sottostante. Quindi aumentare il salario minimo; mantenere la protezione sociale delle aziende e dei lavoratori; e il programma di reddito minimo vitale, uno scudo sociale pieno di difetti ma senza precedenti nella storia del nostro paese. E questo significa anche accettare che il settore pubblico debba tornare a svolgere un ruolo strategico.

Il governo farà tutto quello che vorrei? No, perché la trattativa è il risultato di rapporti di forza in parlamento. Farà più di qualsiasi altro governo da quarant’anni a questa parte? Penso che l’abbiamo già dimostrato e questo è ciò che preoccupa gli avversari del governo. Persone che vengono sempre descritte come bolscevichi pericolosi sono al governo nel momento in cui arriva il momento keynesiano, quindi posso capire perché si stanno strappando i capelli e digrignando i denti.

Ciò potrebbe comportare anche misure come la nascita di società pubbliche? Non è decisivo anche per la transizione verde?

Potete immaginare cosa penso, avendo appena condotto molte discussioni nel governo sulla privatizzazione di Bankia. Per noi Bankia dovrebbe essere una banca pubblica, ma con i nostri trentacinque parlamentari è stato molto difficile convincere il partito con cui siamo al governo, un partito con il quale abbiamo rapporti molto cordiali, ma che è figlio di Felipe González, di Solchaga, di Pedro Solbes, di Miguel Sebastián. Credo che faremo passi in una direzione interessante. Sono d’accordo con te. Riesci a portare a termine una seria transizione verde senza la presenza attiva del settore pubblico? Penso che sia difficile da credere.

Podemos è una vittima di quelle che alcuni chiamano cloacas: le operazioni che partono dal ventre oscuro dello stato spagnolo. In America Latina negli ultimi anni, abbiamo visto il ricorso alla legge come tattica politica: Lula in Brasile è il caso paradigmatico, ma potremmo anche considerare le misure contro Rafael Correa e la persecuzione di Cristina Kirchner. Cosa pensi della legalità, come strumento che le forze reazionarie usano contro i movimenti progressisti?

La destra spagnola cerca inequivocabilmente di latinoamericanizzare lo stato spagnolo, vorrebbero che come in certi paesi latinoamericani le élite possedessero totalmente lo stato. La destra spagnola considera cosa propria lo stato e le istituzioni; in una certa misura, è vero che ha una potente penetrazione ideologica nello stato profondo, ma non quanto vorrebbero.

Ci sono state cloacas contro Podemos e contro i nemici della destra? Sì, questo è stato dimostrato in una commissione parlamentare e a livello giudiziario, e forse alcuni dei responsabili finiranno in carcere. Cosa significa questo? Che sebbene ci provino, potrebbe non andargli bene, proprio a causa della configurazione storica dello stato spagnolo.

Le autorità giudiziarie spagnole sono conservatrici? Alcuni dicono di sì. Ma conservatrici fino al punto che tutti gli organi giudiziari accettano di essere mera cinghia di trasmissione degli interessi della destra economica e politica? Non credo proprio. Potrebbero esserci alcune spinte del genere in questi organi, ma penso che sarà difficile che coloro che vogliono assumere la proprietà assoluta dello stato riescano nel loro intento. E possiamo riflettere sul perché è così. La Spagna è nell’Unione europea – e sebbene non ci si debba illudere sull’Unione europea, è difficile immaginare che gli interessi di coloro che vogliono fare dello stato una loro proprietà coincidano con gli interessi in Europa della classe capitalista.

In effetti, storicamente, una delle grandi virtù della destra spagnola in passato era la sua capacità di negoziare. [L’ex re] Juan Carlos [salito al trono dopo la morte di Francisco Franco nel 1975] ha ideato una mossa storica per interessi conservatori in Spagna, proprio perché è stato in grado di promuovere una linea virtuosa di comunicazione con elementi progressisti. Avrei preferito che la ripresa della democrazia in Spagna fosse più profonda; che ci fosse stata pulizia nelle forze di sicurezza e nell’esercito; che ci fossero esiti diversi e che l’adesione all’Ue avvenisse in termini differenti.

Ma Juan Carlos rappresentava la garanzia che certi progressi democratici – o almeno così ci furono venduti, e potrebbe esserci del vero – potevano aver luogo. È significativo che alcuni affermino che questo capo di stato – che ha sempre cercato di prendere le distanze dall’abbraccio simbolico della destra – abbia svolto un ruolo di garanzia per questi progressi e allo stesso tempo abbia preservato la monarchia. Qual era il suo interesse? Che la monarchia continuasse a esistere. Allora, cosa doveva fare a tale scopo?

Una soluzione – non cattiva [dal punto di vista di Juan Carlos] – era quella di essere la condizione di possibilità per il progresso democratico, garantendo allo stesso tempo che non ci fosse transizione economica, che le stesse famiglie che si arricchivano a causa della loro vicinanza allo stato franchista potessero riconvertirsi in imprenditori democratici. In questo momento, esiste un diritto economico e politico in grado di sottoscrivere accordi con l’altra parte dello spettro politico, noi compresi? Penso di no, tra l’altro perché l’estrema destra li ha marginalizzati politicamente e perché c’è un processo di bunkerizzazione che li mette, per la prima volta in oltre ottant’anni, in una posizione molto debole rispetto alle strutture statali. La loro agitazione degli ultimi tempi è più un’espressione di debolezza che di forza.

Il gioco è finito per loro? No, e forse questa destra vincerà e trasformerà la Spagna in Brasile, e a quel punto farà quello che hanno fatto con Lula. Penso che qui faranno un po’ più di fatica, proprio a causa della storia della configurazione dello stato. Non penso che le cose saranno facili per noi o che non ci saranno periodi difficili. Nessun essere umano è libero dal rischio di essere colpito da un proiettile vagante. Ma ho la sensazione che, dato l’attuale processo storico, abbiamo possibilità davanti a noi, modeste ma interessanti.

Incredibilmente, il giudice del cosiddetto caso Dina ha trasformato te – una delle vittime di una campagna di spionaggio della polizia – in un sospetto in questo stesso caso. È difficile spiegare questa cosa ai lettori al di fuori dello stato spagnolo. Potresti provare?

Sì, e non è così difficile. Alla fine del 2015, poco prima delle elezioni politiche, hanno rubato il cellulare di un membro importante del mio staff. Questa non è un’opinione, è quanto appare negli archivi della polizia. È emerso che il commissario di polizia José Manuel Villarejo – ora in prigione per crimini molto gravi, e che aveva praticamente dedicato tutta la sua vita allo spionaggio della polizia – aveva consegnato il contenuto di questo telefono cellulare ai giornalisti, e alcuni di essi sono stati pubblicati da media di destra per danneggiarci.

Hanno cercato prove, in questo telefono, di finanziamenti illegali. Non hanno trovato niente. Forse intendevano creare uno scandalo sessuale, ma ancora una volta non hanno trovato nulla. E quello che alla fine hanno scoperto è stato Pablo Echenique [deputato di Podemos] che cantava una canzone volgare e alcuni messaggi che avevo inviato a una chat privata, diciamo che aveva anche un contenuto piuttosto scortese, riferito a un giornalista, al quale ho dovuto chiedere scusa. Hanno trovato pochissimo, ma lo hanno pubblicato comunque per cercare di danneggiarci il più possibile.

Ora, la storia che stanno cercando di spacciare è che abbiamo inventato questo spionaggio in modo da poter denunciare il fatto che eravamo spiati, e quindi capire che siamo stati vittime durante la campagna elettorale. Anche per uno scrittore di narrativa noir, questa è una storia troppo traballante, di fronte ai fatti comprovati, e a ciò che è stato dimostrato al Congresso riguardo a questa manovra.

Volevano distruggerci, come in America latina, sapendo che non ci sono appigli legali ma che se possiedono giornali, stazioni radio e canali TV, possono dire per ore e ore che hai un conto in banca in qualche paradiso fiscale, che la Corea del Nord, l’Iran e il Venezuela ti hanno finanziato, affermando che il tuo finanziamento è illegale.

Come penso che andrà a finire tutto questo? Alla fine, penso che la Corte suprema lo rigetterà perché se dovesse andare diversamente sarebbe uno scandalo internazionale. Ma penso che per loro vada bene lo stesso, perché gli ha permesso, già da molti mesi, di assicurarsi che questo sia fondamentalmente ciò di cui si parla. E poi inventeranno qualche nuovo scandalo e ci saranno potenti media pronti a dire ogni sorta di barbarie su di noi.

Il futuro di Podemos

Fin dalla sua fondazione, c’è stato un dibattito strategico dentro Podemos sul suo rapporto con il Psoe. Al congresso di Vistalegre II – per non andare più indietro – era un tema centrale. E in un articolo del 2015 per la New Left ReviewUnderstanding Podemos») hai scritto: «Il nostro obiettivo fondamentale quest’anno è superare il Psoe, condizione essenziale per il cambiamento politico in Spagna». Ma ciò non è avvenuto e invece siete parte di una coalizione guidata proprio da quel partito. Qual è la tua aspettativa di cambiamento politico ora, dato il ruolo predominante del Psoe nella coalizione? E, più in generale, quale bilancio trai da questi dibattiti e dall’attuale esperienza di governo insieme?

Il momento cruciale in ogni dibattito è quando deve tradursi in una decisione politica. E c’è stato un momento in cui abbiamo dovuto prendere una decisione politica su questo tema. Quel momento è arrivato con la mozione di sfiducia del 2018 [contro il premier di destra Mariano Rajoy]. Ciò è avvenuto dopo che avevamo già presentato una mozione di sfiducia simbolica nel 2017, quando eravamo sul collo del Psoe nei sondaggi o addirittura lo superavamo.

Ho avuto un dibattito con un piccolo gruppo di compagni, e siamo arrivati ​​a questa conclusione: avremmo appoggiato una mozione di sfiducia che avrebbe consegnato il governo al solo Psoe [in modo da fermare l’avanzata della destra al culmine della situazione di stallo sull’indipendenza]. C’era la possibilità di diventare la forza progressista principale alle elezioni successive, poiché stavamo facendo meglio all’opposizione [ma i sondaggi suggerivano che la destra avrebbe ottenuto la maggioranza assoluta].

Ma se avessimo consentito al Psoe di governare da solo, o a un governo del Psoe con noi in una posizione di minoranza – come è successo alla fine – sarebbe stato difficile per noi raggiungere una posizione egemonica a breve termine. Eravamo consapevoli che avremmo dato a Pedro Sánchez un enorme peso elettorale, per molto tempo, se lo avessimo fatto.

La chiave della discussione è stata che, in un momento in cui eravamo la principale forza politica nel campo di sinistra, avremmo dovuto presumere che non avremmo governato per decenni, anche se avessimo vinto le elezioni, perché era impossibile che, dati gli attuali rapporti di forza, ci avrebbero consentito di governare. L’unica possibilità per noi era quella di entrare in maggioranza col Psoe come forza maggioritaria. Questa situazione è piena di rischi, perché possono provare a farti comunque dei danni – come di fatto stanno facendo – e perché è molto più difficile ottenere vantaggi elettorali quando sei il partner di minoranza. Ma almeno presenta nuove possibilità.

Ciò ci permette di far parte della leadership dello stato, di formare quadri di governo che non avevamo, ci permette una comprensione e una prassi nello stato che non si ottengono dai governi locali o regionali. Ci permette di prendere parte – anche se da posizione di minoranza – a decisioni cruciali su quale direzione deve prendere il paese. Dovremo sempre combattere con una mano legata dietro la schiena mentre tutti i nostri avversari hanno mano libera, lo faremo, dobbiamo sempre affrontare un ecosistema mediatico posizionato contro di noi. Avremo nemici molto potenti. Ma ancora una volta, dobbiamo assumere il punto di vista di uno storico e capire come sono state le condizioni politiche in passato. Le persone che la pensano come noi hanno sempre dovuto lavorare sodo.

Abbiamo preso la decisione più difficile: è molto più comodo, anche a livello elettorale, essere un’opposizione di sinistra permanente. Qual è stato storicamente il canale principale attraverso il quale le forze a sinistra della socialdemocrazia hanno accumulato peso elettorale? Fondamentalmente, criticandola da sinistra.

Ma credo che abbiamo fatto qualcosa di immensamente importante. Siamo l’unica forza – oserei dire – della nostra tradizione politica che è al governo di un paese dell’Ue, anzi della quarta economia della zona euro. In questi nove mesi di governo abbiamo già realizzato cose che sarebbero sufficienti per un’intera legislatura. Vorremmo sempre andare oltre, abbiamo sempre critiche da sinistra, come è normale.

Ma soprattutto, stiamo formando quadri di governo. Quando guardo la mia squadra e a come è arrivata qui, vedo che anche dopo soli nove mesi, abbiamo persone sempre più preparate a governare. E siamo giovani, siamo una forza politica che ha raggiunto il governo dopo soli sei anni di vita. Quando si confronta l’età media dei ministri, dei segretari di stato, dei direttori generali e dei capi di stato maggiore di Unidas Podemos rispetto a quelli del Psoe, c’è una differenza di quindici o vent’anni. Penso che, in termini storici, abbiamo fatto la cosa giusta. È piena di rischi, di pericoli; non c’è alcuna garanzia che andrà bene. Ma anche se l’altra opzione fosse andata bene, anche se questo ci avesse permesso di superare il Psoe, credo che ci saremmo trovati in una situazione in cui non ci avrebbero mai permesso di governare.

L’immagine di Podemos, vista a livello internazionale, somigliava almeno inizialmente alla proposta di Ernesto Laclau di una forza anti-establishment in grado di polarizzare il campo politico tra casta e popolo. Questa fase prediligeva macchine elettorali con strutture molto verticali. Come vedi la traiettoria di Podemos come forza politica in questi ultimi sei anni? E cosa resta dell’idea originale?

Penso che l’errore stia nel confondere una strategia discorsiva congiunturale con una sorta di paradigma teorico definito. Podemos è mai stata una forza politica trasversale? No, questa è una bugia. Podemos era una forza politica che – come il tempo ha dimostrato – fondamentalmente attingeva ai tradizionali elettori delle forze che si muovono a sinistra dello schieramento politico. Essenzialmente dal Psoe, dalle forze indipendentiste o nazionaliste di sinistra nelle nazioni storiche senza uno stato, e poi da alcuni settori sfiniti da altri progetti politici. Allo stesso modo, non ha senso dire che il 15-M [il movimento anti-austerità] non appartenesse a uno spazio ideologico-culturale progressista.

La migliore prova di ciò è che quando i poteri economici hanno promosso Ciudadanos come antidoto a Podemos, quel partito ha rivendicato un discorso progressista. Più tardi, è diventato palesemente chiaro cosa fossero realmente. Inizialmente dovevano somigliare a noi ma in uno stile diverso, vendendosi come «Podemos senza Venezuela».

Certi sogni a occhi aperti teorici di qualche tempo fa persistevano, anche dopo che la prassi aveva dimostrato la realtà. Penso che siamo stati in grado di costruire un’altra sinistra possibile, che parla un linguaggio più efficace e parla a molte più persone senza rinunciare al suo programma. Penso che ci siamo mostrati non settari in termini di comprensione di quali strumenti teorici fossero utili per afferrare il momento attuale. Quello che avevamo imparato dall’America Latina era che il nazional-popolare era un modo per avanzare in una direzione progressista di sinistra molto più efficace delle vecchie identità legate all’estetica del movimento operaio e della sinistra tradizionale in Europa. Ma in realtà, una prassi post-neoliberista era altrettanto coinvolgente.

Il lavoro di un leader politico è teoricamente infinitamente più difficile del lavoro di uno scienziato politico. E la politica riguarda l’occupazione del terreno disponibile. Non è come sostenere un dottorato di ricerca, quando scegli su cosa indagare e poi stabilisci ipotesi in cui stai già definendo le tue conclusioni. La politica è molto più difficile: il lavoro di un leader politico è teoricamente infinitamente più difficile del lavoro di uno scienziato politico.

Ho avuto molto meno tempo per studiare rispetto a prima. Ma oggi devo affrontare problemi molto più concreti. E la politica ha sempre a che fare con l’occupare gli spazi disponibili che altri attori lasciano liberi. Ciò produce anche situazioni paradossali in cui alcuni di coloro che difendevano il «trasversalismo» come principio hanno finito per doversi rifugiare nell’identità verde, in qualcosa di molto più ristretto.

In questo senso, abbiamo una vasta gamma di sfide da affrontare. La prossima domanda sarà: «Allora, che spazio c’è per la crescita di Unidas Podemos?». La risposta è la repubblica. La repubblica può diventare l’orizzonte, il significante vuoto, che serve la difesa dei servizi pubblici, la modernizzazione economica, i diritti delle donne, i diritti dei gruppi subalterni, il diritto al lavoro nell’economia postfordista e nazionale, plurinazionale, laico, aperto alle identità civiche. Ciò significa mettere in relazione la tradizione democratica di una Spagna concepita in termini diversi. Questa forza repubblicana ci permetterà di radicarci nello stato con maggiore potere elettorale, con il discorso già robusto che credo sia proprio di Podemos.

*Pablo Iglesias è il segretario generale di Podemos. Eoghan Gilmartin è uno scrittore, traduttore e collaboratore di Jacobin, vive a Madrid. Questa intervista è apparsa su JacobinMag. Traduzione a cura della redazione.

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