La rivolta d’ottobre. Dietro le vetrine di Gucci

Dal blog https://volerelaluna.it/c

30-10-2020 – di: Marco Revelli

Torino, via Roma, nel giorno in cui la curva di crescita esponenziale del coronavirus e le misure restrittive dell’ultimo (?) Dpcm s’incrociano e precipitano in grumi di rabbia. Le vetrine di Gucci in frantumi, ragazzini giovanissimi con le mani ferite dai frammenti di vetro che arraffano capi firmati e fuggono, a terra manichini denudati e abbandonati come corpi disarticolati. A fianco Vuitton, Hermes, Apple – altre 43 boutiques – assaltate, danneggiate, quando è stato possibile saccheggiate. Sullo sfondo i colpi sordi dei lacrimogeni e quelli secchi dei petardi, un falò di assi di legno e monopattini illumina l’accesso a Piazza Castello.

Sono immagini inimmaginabili, in questa città, in queste strade e piazze che pure di rivolte e scontri ne hanno visti tanti, nel secolo lungo che ci sta alle spalle, ma così mai, più simili a un riot metropolitano americano o a una jacquerie da Grande Sud rurale. Quando alle 10 di quella sera mi hanno telefonato per dirmi di guardare cosa stava succedendo in centro, e sullo schermo del computer hanno incominciato a scorrere i video sui social postati da testimoni, ho incominciato a sfogliare la mia personale memoria dei conflitti radicali torinesi, da quello, “seminale” dell’agosto ’17 – appreso dai libri – con le barriere proletarie in rivolta per pane e pace a marciare sul centro borghese blindato dalla Brigata Sassari; ai “fatti di Piazza Statuto” del ’62, contro il contratto separato firmato dalla Uil – appresi dalla voce dei protagonisti -, a Corso Traiano, in occasione dello sciopero generale “per la casa” nel ’69 – vissuto in prima persona – … senza tuttavia trovare paralleli: quelle erano tutte rivolte – come dire? – “geometriche”, con polarità nette, con protagonisti precisi – operai, da una parte, “signori” dall’altra -, con rivendicazioni chiarissime. E anche quando, negli ultimi anni, alle grandi rivolte erano succedute le scaramucce, si era nonostante tutto mantenuto quel certo ordine geometrico della protesta.

Qui, invece, da qualunque parte la si prenda quella giornata tormentata (in fondo piccola cosa rispetto alla grande storia precedente, ma comunque indicativa di un clima), ci si imbatte in un frattale, intrico di contraddizioni, nonsense, eterogeneità ed eterogenesi (dei fini e dei mezzi), ragioni e sragioni, a cominciare dal paradosso fondamentale: una protesta nata dalla iniziativa di esercenti e commercianti che finisce con una strage di vetrine e l’assalto alle merci (totem e tabù della categoria). E dall’eterogeneità dei protagonisti, ceti di diversa fortuna pur accomunati dall’appartenenza alla medesima filiera commerciale, ristoratori, pizzaioli, baristi, un po’ affluenti un po’ proletaroidi, mescolati a adolescenti incazzati e al pulviscolo sociale che la decomposizione del precedente ordine produttivo della ex città-fabbrica ha disseminato un po’ovunque. Per non parlare del nonsense generale: in un orizzonte dominato dal dilagare di un virus che minaccia di riempire le terapie intensive fino alla saturazione, una mobilitazione (certo sacrosanta in sé, ma terribilmente “particolaristica”) per non svuotare i bar e i ristoranti, favorendo nuovi assembramenti in un contesto in cui l’assembramento è sinonimo di focolaio.

Se un riferimento cinematografico mi è tornato in testa, non è a I Compagni di Monicelli, pur ambientato a Torino, nemmeno alla scena drammatica in cui la cavalleria carica e muore Omero, l’apprendista ragazzino, ma a un film “topograficamente” lontanissimo (l’area desertica al confine messicano), al Mucchio selvaggio di Sam Peckinpah, e a quella lunga sequenza iniziale con l’agonia dello scorpione finito su un formicaio che si pianta l’aculeo nel proprio stesso corpo sotto gli occhi avidi dei bambini… La sensazione, disperante, che non mi lascia è che anche ora, nella guerra di tutti contro tutti in cui siamo caduti, ognuno pensando di lottare per la propria sopravvivenza finisca in realtà per farsi del male accelerando la propria rovina: per esasperazione del proprio sé, per incapacità di guardare al gioco d’insieme delle cose, per la rottura dei nessi umani (e logici) che legano le parti al tutto. Mentre la pandemia colpisce duro, e per alcuni in modo mortale, ogni categoria, e dentro a ogni categoria ogni individuo, lavora per salvarsi rimuovendo il rischio generale e cercando soluzioni particolari al proprio immediato destino. E’ a ben guardare la rappresentazione visibile della logica “di sistema” che ha dominato lo scenario economico e sociale degli ultimi decenni, messa in situazione ora sul piano del bios, con esiti letali. La notte torinese ne è un esempio in vitro.

Lo so benissimo che si è tentati di liquidare tutto questo con le categorie immediate del nemico politico e dell’indagine giudiziaria: tagliando corto e concludendo che in azione erano i nostri storici nemici, frange fasciste infiltrate nel tifo calcistico, gruppetti di ultras e di microcriminali di quartiere, un po’ come, simmetricamente, sul fronte dell’estrema destra si indicano come colpevoli centri sociali e stranieri (guardatevi l’osceno sito di Vox). Ma sarebbe una scorciatoia (una dimostrazione di quella “amnesia interpretativa” di cui parla Donatella Di Cesari nel suo recente libro su Il tempo della rivolta). Sotto il tappeto di vetri infranti di Gucci e di Geox preme e cova un serbatoio di benzina sociale, di frustrazione e risentimento, caduta di prospettiva e assenza di speranze, che sono cresciute sotto traccia non nei mesi della pandemia ma nei decenni del declino urbano, della morte sociale delle barriere e delle periferie, nella decomposizione dei gruppi sociali e famigliari. Gli adolescenti con i cappucci dei felponi sulla testa a oscurare l’identità erano gli stessi che nei sabati normali calano per lo struscio in centro, a guardare nelle vetrine gli oggetti del desiderio che non si potranno mai permettere, prigionieri della retorica del consumo opulento (“sei quel che indossi”) che è diventata l’unico metalinguaggio interclassisticamente distribuito che la comunicazione “di sistema” offre oggi al caleidoscopio sociale. Non che mancassero tra loro gli hooligans da stadio (alcuni dei fermati sono ultras di Juve e Toro) o qualche piccolo pregiudicato (il minorenne egiziano preso con in mano il sacco con alcuni oggetti razziati, su cui la destra fascista suona la grancassa per sostenere che i saccheggiatori erano “tutti immigrati”). Ma la “cifra” dei fatti del 26 ottobre non è né politica (o politicista) né giudiziaria, quanto piuttosto antropologica e sociale.

Così come antropologica e sociale è la chiave di lettura dell’”altra piazza”, quella che non ha partecipato ai saccheggi (trovandosi psicologicamente più dalla parte dei saccheggiati: commercianti, esercenti) ma che di quella coda violenta ha costituito l’antefatto e in qualche misura il contesto e l’occasione: anch’essa opaca, seppur a viso scoperto, miscuglio eterogeneo di figure sociali anche molto diverse tra loro, fisicamente contigue ben oltre i limiti spaziali del distanziamento, accalcate fianco a fianco ma lontane miglia e miglia per reddito, status e posizione, distribuite sul piano inclinato della collocazione sociale ad altezze diverse tra i gran signori titolari dei ristoranti esclusivi del centro che hanno appena investito decine di migliaia di euro nei dehors espansi e i proletaroidi dei barucci di periferia già massacrati dallo smartworking dei clienti abituali.

Li accomunava una sorta di “apocalittica del mercato”: il senso di “fine possibile” e imminente di una condizione scopertasi, anche nelle figure più privilegiate, precaria, fragile, perché fragile, fragilissimo, è il contesto di “sistema” in cui si è inseriti, il modello economico a flusso teso e a tempo corto o cortissimo, privo di accumulazione reale, tanto flessibile e liquido da poter rapidamente diventare gassoso, per cui una chiusura estesa diqualche settimane significa la cassazione definitiva dell’attività. E, corollario di ciò, una radicalità condivisa del linguaggio e del sentire, l’estremismo dei moderati e dei disperati (veri o presunti) con la ricerca del nemico immediato (il governo, il decisore pubblico) e della soluzione certa: salvare se stessi, costi quel che costi per tutto ciò che sta intorno. Tenere aperti i locali anche a costo di chiudere per saturazione terapie intensive e pronto-soccorsi. Tutti uniti intorno all’unico totem politico reperibile in piazza, quell’immancabile Mino Giachino che fu già tutore delle madamine e che ora si offre ai ristoratori. Ma in realtà tutti diversi, perché se i primi, i piani nobili di quella Piazza Vittorio in cui si erano dati appuntamento, avevano tratti somatici e conti in banca analoghi a quelli delle madamine, gli altri, i piani bassi sembravano in qualche misura più vicini, per abbigliamento, sguardo, stato d’animo, provenienza topografica (quelle stesse periferie dove il virus nella prima ondata aveva picchiato duro, molto più duro che nella ZTL e in Borgo Po) a quelli che in Piazza Castello si preparavano al riot… Magie di una città che dall’ortogonalità geometrica del passato si è fatta, appunto, frattale (e fratta).

Ora, è indubbio che dietro questo soprassalto di radicalità ci sono errori, in molti casi imperdonabili, dei decisori pubblici, del Governo in primo luogo, e delle Regioni: ritardi incomprensibili (nella gestione dei trasporti, nel mancato raccordo con la Pubblica istruzione, nella trascuratezza della medicina di territorio). E la sensazione conseguente che i sacrifici chiesti siano oltre che costosi inutili. Che i nonsense nella gestione dall’alto si riflettano e si moltiplichino nei nonsense in basso. Tutto vero. Così come è vero che a questo miscuglio sociale ed esistenziale che si materializza tra le pieghe della pandemia ma che è il prodotto di alcuni decenni di socio-patia acuta, riesce meglio a “parlare” la neo-destra che in quegli stessi decenni si è radicata ed è cresciuta, con la sua capacità di titillare l’individualismo acquisitivo e predatorio della neo-imprenditorialità pulviscolare, gli egoismi e gli egotismi diffusi, il rifiuto del pensiero complesso e il ricorso all’eterno espediente della ricerca del capro espiatorio, l’assolutizzazione dei particolari e dei particolarismi ricondotti poi a unità dalla funzione terminale del Capo. Mentre, soprattutto nel momento della lotta per la sopravvivenza e del si salvi chi può, le nostre argomentazioni incentrate su solidarietà, cooperazione dolce, mutuo aiuto, giustizia sociale, trovano barriere potenti all’ascolto. Quando “non c’è più tempo” (o si crede che non ce ne sia più) sono le voci dei peggiori a penetrare negli orecchi. Ma non è una buona ragione per rinunciare anche noi al pensiero complesso e allo sguardo lungo. Soprattutto per non cogliere nei fatti la “lezione” che possono offrirci, a saperli leggere, anziché liquidarli con giudizi affrettati.

E la lezione, per quando mi riguarda, è la centralità della connessione. La necessità di imparare a ragionare sulla relazione tra le cose, i fatti, le situazioni, le persone, superando quell’”arte della separazione” che appartiene all’ideologia dominante e che tanti guasti ha prodotto.

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