giusto un’informazione ….

Da un lavoro del sociologo Palidda

Circa 500 milioni di polli sono allevati ogni anno in Italia, di cui il 95% in allevamenti intensivi, per soddisfare una domanda di carne di pollo a prezzo sempre più basso: alte densità, edifici bui e privi di ogni stimolo, rapida crescita e problemi di salute rappresentano la vita quotidiana di milioni e milioni di questi volatili.

I polli da carne vengono allevati in condizioni del tutto incompatibili con il loro benessere :

·       Ad una densità che va da 17 a 22 polli/m², cioè una superficie inferiore a un foglio A4 per animale

·       In edifici bui e spogli (nessun arricchimento ambientale come posatoi, balle di paglia, ecc.)

·       Sottoposti a selezione genetica per raggiungere il peso di macellazione il più rapidamente possibile

Secondo varie fonti il pollame di questi allevamenti è cancerogeno così come dei suini in allevamenti industriali

Tra tutte, il Veneto è la regione con più allevamenti intensivi. Uno su tre si trova in queste campagne piatte popolate da capannoni industriali e aziende a conduzione familiare.

In Italia sono circa 13 milioni i suini macellati ogni anno. In Europa invece si contano oltre 252 milioni di suini macellati ogni anno.

Per consolarci: La Germania è il maggior produttore europeo, superando i 58 milioni di animali all’anno: circa il 25% di tutta la produzione europea. A seguire troviamo Spagna, Francia e Polonia. In questo scenario, la produzione suinicola italiana è al sesto posto.

In Italia i suini sono allevati principalmente nella pianura padana: Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte e Veneto. Spesso gli allevamenti sorgono vicino a caseifici, in modo da potere utilizzare il siero di latte per l’alimentazione degli animali.

“Allevamenti intensivi con pochi posti di lavoro, inquinamento e deprezzamento degli immobili”

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/12/06/ancona-la-valle-dei-polli-in-provincia-il-quintuplo-della-media-nazionale-i-comitati-allevamenti-intensivi-con-pochi-posti-di-lavoro-inquinamento-e-deprezzamento-degli-immobili/6026492/

Secondo l’Anagrafe nazionale zootecnica nelle Marche ci sono 133 allevamenti, per un totale di 4,1 milioni di polli a ciclo. È la sesta regione in Italia per numero di capi e strutture, la cui consistenza media dal 1970 a oggi è quadruplicata. Il 64% della produzione è concentrata nell’Anconetano (59 allevamenti): tra Vallesina e la Valle del Musone ci sono 11 allevamenti per oltre 11 milioni di polli. I cittadini si lamentano e denunciano, alcuni sindaci sono dalla loro parte e mettono i bastoni tra le ruote alle grandi società, come Fileni, che si difende assicurando l’assoluta sicurezza ambientale dei suoi centri. Il ruolo della Regione

Quando a San Lorenzo in Campo, in provincia di Pesaro-Urbino, è stata chiesta l’approvazione per un allevamento per la produzione di oltre due milioni di polli, il dibattito si è acceso. Il sindaco Davide Dellonti non era prevenuto, ma ha preso un’abitudine: “Dopo cena, andavo in auto a Falconara, Jesi e in tutti quei comuni delle vallate delle Marche, in provincia di Ancona, dove allevamenti di quelle dimensioni ci sono già. L’ho fatto una decina di volte e mi sono reso conto che sentivo quell’odore nettamente, a 1,7 chilometri di distanza. Non dico che i dati delle relazioni siano erronei, ma di certo ho constatato di persona che non rendono la realtà”. A quel punto il sindaco ha preso posizione contro l’allevamento e a ilfattoquotidiano.it spiega perché: “Nelle valli andavo da solo, perché tra qualche decennio è me che tutti ricorderanno. Voglio essere ricordato per altre cose. E, in un’analisi di costi e benefici, rispetto a pochissimi posti di lavoro, rischiamo dei costi territoriali molto elevati per emissioni in atmosfera, odori e consumo idrico, con ripercussioni sul sistema turistico e ricettivo”. Parliamo di un’area al centro di una vallata abitata “con case a cento metri di distanza” da 6 capannoni con una stima di produzione di 1,8 milioni di polli all’anno e altri sei con 360.240 polli allevati a biologico. Il progetto presentato dalle società San Pio e da Fileni srl, terzo produttore avicolo d’Italia, non è stato ancora approvato. La Regione Marche ha convocato la Conferenza dei servizi in modalità asincrona per il 6 dicembre.

I DATI – Sullo sfondo, i dati: secondo l’Anagrafe nazionale zootecnica nelle Marche ci sono 133 allevamenti, per un totale di 4,1 milioni di polli a ciclo. Sulla produzione annuale non ci sono dati ufficiali, occorre moltiplicare per i cicli (5 per il convenzionale, ammesso però che tutto fili liscio). Se sommiamo, comunque, anche i polli che i soccidari prendono in consegna e allevano per poi ripartirne gli utili si superano i 20 milioni di polli all’anno. È la sesta regione in Italia (dopo Veneto ed l’Emilia-Romagna) per numero di capi e allevamenti, la cui consistenza media dal 1970 a oggi è quadruplicata. Il 64% della produzione è concentrata nella provincia di Ancona (59 allevamenti). Qui ci sono in media (per ogni ciclo, quindi contemporaneamente) 5,3 polli per abitante, contro una media nazionale di poco più di un pollo a testa. Ma è tra la Vallesina e la Valle del Musone, in particolare, che ci sono 11 allevamenti con una produzione stimata di 11 milioni di polli l’anno, secondo quanto riportato nei documenti relativi all’Autorizzazione Integrata Ambientale.

COME CAMBIANO GLI ALLEVAMENTI – “Mentre gli allevamenti diminuiscono (nel 2016 erano 142, ndr), i capi aumentano (nel 2016 la produzione si aggirava intorno ai 13,6 milioni di polli l’anno). Si è passati da 2,7 milioni di polli a ciclo a 4,1 milioni” commenta Andrea Tesei, che vive a Monte Roberto. “Gli allevamenti diventano sempre più intensivi – dice – dando occupazione ognuno a due persone fisse e due o tre part-time, mentre il deprezzamento patrimoniale va dal 40 al 70%”. A 250 metri dalla dimora storica dell’800 dove vive insieme alla sua famiglia si stanno attrezzando 8 capannoni per una produzione di 2,5 milioni di polli l’anno di solo convenzionale. Contro la sua realizzazione è nato anche il Comitato Salva Vallesina. Tesei, invece, ha presentato ricorso al Tar contestando, tra le altre cose, “diverse incongruenze nella verifica eseguita dall’azienda per stimare il valore delle fonti di emissione e l’efficienza di abbattimento degli inquinanti della tecnologia presente nei capannoni”. I cittadini contestano che non siano mai “state fatte né un’indagine cumulativa degli effetti congiunti sull’ambiente degli impianti nella Vallesina e nella Valle del Musone, né sugli effetti sul fabbisogno idrico generale del consumo degli impianti”. Ilfattoquotidiano.it ha contattato Fileni, secondo cui “l’aumento del numero di capi non è dovuto a un aumento della densità degli stessi, ma è legata alla quantità di superfici dedicate. Gli allevamenti biologici – sottolinea – hanno una densità sensibilmente più bassa di capi e quindi necessitano di spazi molto più ampi a disposizione degli animali”. L’azienda, inoltre, precisa che gli allevamenti dell’azienda sono “antibiotic free”, mentre i nuovi centri “sono nella maggior parte dei casi frutto di riqualificazioni e ammodernamenti di precedenti siti in cui si operano anche bonifiche”. Anche di amianto. Ma lo stesso sindaco Dellonti racconta che a San Lorenzo, secondo l’esito di verifiche “l’amianto presente nella struttura già esistente va certo monitorato, ma non rappresenta un pericolo imminente per i cittadini, né i nostri bambini vi sono esposti, come è stato detto in un’assemblea pubblica”.

IL BIOLOGICO – Rispetto al biologico, invece, i dati sono sempre quelli dell’Anagrafe avicola, ma solo quelli del Bdn 2019 sono differenziati a seconda dei metodi (convenzionali, biologici e alternativi). Nell’area Vasta 2, che corrisponde alla provincia di Ancona si allevano con il biologico 269.302 capi (sempre a ciclo) sul quel totale di 4,1 milioni. “Senza considerare i soccidari, che farebbero abbassare ancora di più la media – sottolinea Tisei – non si arriva al 7%”, neppure prendendo in esame solo gli 11 allevamenti principali “tutti di proprietà di Fileni o comunque riconducibili a società in cui il gruppo possiede una quota, come la Cbm (ne controlla il 25%)”.

LA VALLE DEI POLLI – Negli ultimi mesi Tesei ha raccolto i dati su superfici, numero di capannoni e di polli di tutti gli allevamenti (convenzionali e biologici) dell’area, analizzando per ogni singolo impianto la documentazione relativa alla concessione Aia regionale, che riporta le stime di produzione. A ilfattoquotidiano.it ha anche fornito un video nel quale questi allevamenti si vedono dall’alto. L’allevamento intensivo di Monte Roberto va ad aggiungersi agli altri 11 “dove si concentra l’81% dei polli allevati in tutta la provincia” racconta Tesei. Ce ne sono, per esempio, a San Marcello (1,1 milioni di polli all’anno) e a Casteplanio, (360mila polli). Cinque solo a Jesi: Ponte Pio (un milione), Piandelmedico, (1,8 milioni e oltre 275mila a biologico) per un totale di quasi 37mila metri quadrati di superficie e due allevamenti adiacenti a Montecappone per biologico (82.700 polli) e convenzionale (319.600). Ci sono altri centri a Ripa Bianca (oltre 2 milioni di polli, con un capannone su sette di polletti a lunga giacenza) a Santa Maria Nuova (297.140), a Falconara (1,5 milioni, più altri 459.360 a biologico) e a Osimo ce ne sono due, per una produzione stimata, rispettivamente, di oltre un milione e 359.955 polli l’anno. Poco distanti, ma della provincia di Macerata, ci sono Poggio San Vicino, dove la società Tieske ha 7 capannoni (1,8 milioni di polli) e Cingoli Rangone (1,4 milioni).

L’AZIENDA – Fileni sottolinea che “per mitigare ulteriormente l’impatto” intorno agli allevamenti l’azienda negli anni ha “messo a dimora più di 7mila arbusti tra ulivi, allori e lecci”. A raccogliere l’appello degli abitanti dell’area è stata anche l’associazione Compassion In World Farming, che ha raccontato dei disagi denunciati dai cittadini “costretti a chiudersi in casa quando la puzza e troppo forte” o, in alcuni casi, “finiti al pronto soccorso per irritazioni agli occhi”. Secondo Federica Di Leonardo, responsabile relazione esterne di Ciwf Italia, sarebbe meglio se nelle Marche fossero “privilegiati i sistemi di allevamento maggiormente rispettosi del benessere animale, come quelli biologici e all’aperto, e non costruiti nuovi mega allevamenti vicini ai centri abitati, per tutelare sia il benessere degli animali che la salute e la qualità di vita delle persone”.

LA LOTTA DEI COMITATI – Negli ultimi mesi si sono costituiti anche il Comitato Salva Cingoli e il Comitato Ambiente Vivo Valcesano, contro la costruzione dell’allevamento intensivo a San Lorenzo in Campo, presieduto da Andrea Landini. Entro il 6 dicembre, tutti i pareri dovranno arrivare alla Regione, che dovrà decidere se approvare o respingere il progetto. “Negli atti che abbiamo consultato – racconta Landini – viene paventato un rischio per le risorse idriche della zona, rappresentato dal pozzo previsto dall’allevamento. Un rischio per il quale non c’è alcuna assicurazione e che riteniamo inaccettabile per un progetto di interesse privato”. Landini ricorda come la stessa Multiservizi abbia sottolineato la carenza idrica dell’area e i rischi, durante i periodi di siccità, “di inficiare la produttività” del campo di pozzi pubblici San Michele che, proprio in quei periodi dell’anno, è “l’unica fonte di approvvigionamento idrico di alcuni centri abitati”. Secondo Fileni, però, i suoi concittadini “possono stare assolutamente tranquilli”, in quanto “il nuovo centro sarebbe assolutamente compatibile, e anzi migliorativo, rispetto agli standard di legge”. E ricorda: “Il rischio paventato circa il pozzo San Michele è stato dichiarato inesistente” alla luce degli approfondimenti richiesti dalla Multiservizi”, che ha espresso parere favorevole sull’utilizzo del pozzo dell’allevamento. La Regione, quindi, ha dato l’ok all’utilizzo con alcune condizioni, tra cui un monitoraggio di tre anni. Ma per i Comitati è troppo rischioso, in quanto “non c’è alcuna prova – spiega Landini – che il pozzo possa reggere nel tempo alle portate richieste”.

In Italia allevamenti intensivi e agricoltura stanno consumando una volta e mezza le risorse naturali dei terreni.

In Italia allevamenti intensivi e agricoltura stanno consumando una volta e mezza le risorse naturali dei terreni. In altre parole: sono insostenibili. A rivelare per la prima volta questo deficit è lo studio ‘Il peso della carne’, condotto dai ricercatori dell’Università degli Studi della Tuscia che, insieme a Greenpeace Italia, si sono interrogati sulla reale sostenibilità degli allevamenti del nostro Paese, misurandone il bilancio ecologico. “In Italia agricoltura e zootecnia sono nel loro insieme insostenibili e creano un deficit fra domanda e offerta di risorse naturali” spiega Silvio Franco, docente del dipartimento di Economia, Ingegneria, Società e Impresa dell’Università della Tuscia e autore dello studio. In questo squilibrio gli allevamenti giocano un ruolo rilevante, considerando che da soli richiedono il 39 per cento delle risorse agricole italiane, esclusivamente per compensare le emissioni di gas serra derivate da deiezioni e fermentazione enterica degli animali allevati.

L’IMPRONTA ECOLOGICA – L’indicatore utilizzato è quello dell’impronta ecologica, che stima l’impatto di un dato settore in rapporto alla capacità del territorio (biocapacità) di fornire le risorse necessarie e assorbire i rifiuti o le emissioni prodotte. In questo caso su un lato della bilancia sono state messe le sole emissioni dirette degli animali allevati, sull’altro le risorse naturali che la superficie agricola italiana fornisce. Si tratta quindi di una stima conservativa, che non prende in considerazione altre fasi della filiera come l’importazione e la produzione di mangimi, o l’energia utilizzata.

Più Iva sulla carne basta per ridurre produzione e consumo (e far bene all’ambiente)

IL RUOLO DEL BACINO PADANO – Più della metà dell’impronta ecologica del settore zootecnico dipende dalle regioni del Bacino Padano. In particolare, quello della Lombardia contribuisce da solo per oltre un quarto all’impatto nazionale e sta divorando il 140 per cento della biocapacità regionale. La Lombardia dovrebbe avere una superficie agricola di quasi una volta e mezzo quella attuale per compensare le sole emissioni degli animali allevati sul suo territorio. Tale impatto, si precisa nello studio, contribuisce per oltre il 10 per cento nel determinare l’insostenibilità complessiva dell’agricoltura italiana. “I dati lombardi sono emblematici – commenta l’autore dello studio – ed evidenziano cosa accade quando si registra un’elevata densità di capi in un territorio con limitata bioproduttività”. Condizione simile alle altre regioni padane: Veneto (64%), Piemonte (56%), Emilia-Romagna (44%). A Sud, prima per percentuale di impatto è la Campania (52%).

IL CAPITALE NATURALE – Nello studio della Tuscia l’impronta ecologica degli allevamenti è stata messa a confronto non soltanto con le risorse dei territori agricoli, ma anche con il capitale naturale complessivo di ogni regione. Analizzando le risorse di ogni regione (considerando non solo il settore agricolo, ma anche la capacità di assorbimento di foreste, zone umide e delle aree naturali in generale), emerge come in alcune regioni le aree forestali riescano meglio a bilanciare il peso della zootecnia. È questo il caso del Trentino Alto Adige e della Valle D’Aosta. Al contrario, in aree più antropizzate come il Bacino Padano, la situazione è più difficile perché questa risorsa è meno disponibile.

UNO SGUARDO AL FUTURO – Come risolvere questo deficit? “Si deve ridurre il consumo delle risorse” precisa il docente. “Sicuramente l’allevamento, soprattutto di vacche da latte, genera una domanda di risorse elevata. In questo e altri casi – aggiunge – l’adozione di tecniche di allevamento meno impattanti sarebbe una leva importante”. Un’opportunità potrebbe venire dai fondi europei del Recovery fund (almeno il 37% delle risorse erogate, infatti, dovrà essere investito nel Green Deal). Nei prossimi giorni, poi, il Parlamento europeo è chiamato a esprimersi sulla Pac (Politica agricola comune), e desta forte preoccupazione l’accordo trasversale firmato da Popolari (Ppe), Socialisti (S&D) e Renew, che rischia di cancellare gli obiettivi green della strategia. Parliamo della voce di spesa più corposa del Bilancio europeo: oltre 400 miliardi quelli stanziati per il periodo 2014-2020 (ovvero il 38% dell’intero bilancio Ue). “Ad oggi un terzo dei fondi Pac finisce nelle tasche di appena l’1% delle aziende agricole europee, mentre tra il 18 e il 20% del budget annuale dell’Ue è destinato ad allevamenti intensivi e mangimistica” spiega Federica Ferrario, responsabile Campagna agricoltura e progetti speciali di Greenpeace Italia. “Chiediamo che il prossimo voto del Parlamento europeo – continua – segni un’inversione di rotta: meno fondi al sistema degli allevamenti intensivi e più risorse per le aziende sostenibili e per la riconversione ecologica del settore”.

Invertire la rotta si può. “Una maggiore attenzione a salute e alimentazione può comportare un vero e proprio cambiamento di sistema, che porti a produrre, ma anche, a consumare meno” spiega Riccardo De Lauretis, responsabile dell’area emissioni e prevenzione dell’inquinamento atmosferico dell’Ispra, in accordo con Adrian Leip, dell’Unità Food Security del Centro comune di ricerca della Commissione europea (Jrc). “Studi fatti finora – conclude – mostrano come le tecnologie che abbiamo a disposizione nel settore allevamenti non saranno sufficienti per rispondere alle ambizioni di riduzione dell’effetto serra”.

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