Il genio rivoluzionario di Ludwig van Beethoven

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Simon Behrman 20 Dicembre 2020

Molte delle opere composte dal talento che compie 250 anni evocano il conflitto secolare tra la speranza di cambiamento radicale e le forze della reazione

Perché stiamo ancora ascoltando e addirittura scrivendo di Ludwig van Beethoven? Sono passati due secoli da quando la sua musica è stata composta ed eseguita per la prima volta. Nemmeno i suoi contemporanei più stimati, come Joseph Haydn, Wolfgang Amadeus Mozart e Franz Schubert sono stati popolari con questa costanza, né la loro musica è stata analizzata e reinterpretata.

A differenza della musica di Gustav Mahler o Anton Bruckner, quella di Beethoven non ha mai avuto bisogno di essere salvata dall’oscurità: è stata sempre presente nei programmi dei concerti sin da quando lui era in vita. La sua musica era radicale per l’epoca e ancora oggi ci sono suoi brani, come la Grande fuga e alcuni degli ultimi quartetti d’archi, impegnativi sia per l’esecutore che per l’ascoltatore. Eppure questi brani hanno un posto sicuro nei repertori, superando di gran lunga quelli di modernisti come Arnold Schoenberg e Igor Stravinsky.

Nessun altro compositore di musica classica occidentale caratterizza gli eventi pubblici o la propaganda politica come Beethoven. Prendete ad esempio una delle sue opere più importanti e famose, la Nona Sinfonia. Venne suonata dai sindacati in Germania dopo la prima guerra mondiale, e poi durante il Terzo Reich in occasione del compleanno di Hitler. Il governo suprematista bianco della Rhodesia l’ha adottata come inno, e così di recente ha fatto l’Unione europea. Leonard Bernstein ha diretto un’orchestra composta da musicisti della Germania dell’Est e dell’Ovest mentre si esibivano in occasione della caduta del muro di Berlino.

Compositore della modernità

Non si tratta semplicemente del fatto che le sue composizioni siano opere d’arte interessanti e belle. Adoro la musica di Haydn e Mozart, ma il loro mondo sonoro non mi fa mai sentire al di fuori della fine del diciottesimo secolo. Ascoltando molte delle opere di Beethoven, ci sono momenti o interi intervalli che sembrano moderni, evocando esperienze che rimangono immediate.

Ciò è in gran parte dovuto al fatto che Beethoven ha assistito al parto del mondo moderno. In una misura ineguagliata da nessuno dei suoi contemporanei, è riuscito a esprimere l’euforia e il dinamismo di quel periodo rivoluzionario, insieme alle sue contraddizioni, ai suoi momenti di disperazione e sconfitta.

Quasi tutta la vita di Beethoven è stata plasmata dalla Rivoluzione francese e dalle sue conseguenze. Nato nel 1770, era nella tarda adolescenza quando la Bastiglia fu presa d’assalto. La rivoluzione raggiunse il suo apice con i giacobini ed entrò nella sua fase reazionaria durante i suoi vent’anni. Le sue lettere di questo periodo contengono molte dichiarazioni di sostegno alla rivoluzione, affermando la propria autoidentificazione come democratico.

Beethoven divenne famoso in tutta Europa nello stesso momento in cui gli eserciti di Napoleone devastarono il vecchio ordine in tutto il continente. Ma ha anche vissuto il declino della rivoluzione e la dura reazione contro di essa.

Ha vissuto due grandi crisi artistiche e personali nel corso della sua vita. La prima coincise con Napoleone che si incoronava imperatore, segno che gli ideali repubblicani della Rivoluzione erano stati traditi. La seconda seguì la sconfitta finale di Napoleone nel 1815 e il trionfo della reazione.

La dinamica di queste due crisi nella rivoluzione fu molto diversa, così come la risposta di Beethoven. Beethoven incarnava il rapporto tra l’artista e la dinamica della rivoluzione e, a questo proposito, ha tracciato un percorso seguito da altri come Richard Wagner e Dmitri Shostakovich.

Il periodo «eroico»

Nel 1802 Beethoven sperimentò una crisi personale a causa sulla sua crescente sordità e sulla sua enorme solitudine. La profondità della sua disperazione è chiara in una lettera ai suoi fratelli, ora nota come il testamento di Heiligenstadt. In qualche modo, è riuscito a superare questa situazione e la prima opera che ha scritto in seguito è stata la Terza Sinfonia.

Questo segna la piena maturazione di quella che è diventata nota come l’essenza dello stile «eroico» di Beethoven. È difficile sopravvalutare quanto questo brano abbia trasformato la musica occidentale nel suo complesso. È concepito su una scala più ampia di qualsiasi cosa fosse esistita prima: il primo movimento da solo è più lungo della maggior parte delle sinfonie intere del diciottesimo secolo.

La forma sinfonica era stata a lungo quella che si occupava di tensione e lotta. Tuttavia, in questa sinfonia, questi aspetti sono drammaticamente accentuati. Piuttosto che un’introduzione gentile, abbiamo due accordi molto forti e bruschi, che, nelle parole di Leonard Bernstein, hanno infranto l’eleganza del diciottesimo secolo. Il resto del movimento ha un senso di propulsione costante, ma spesso è armonicamente instabile, una combinazione che si trova in tutte le sue opere mature.

Notoriamente, Beethoven dedicò questa sinfonia a Napoleone, e poi cancellò la dedica sentendo che Napoleone si era incoronato imperatore. Alla fine il pezzo si intitolò l’Eroica.

È sorprendente che Beethoven sia emerso da una profonda depressione non in modo introspettivo o puramente personale, come sarebbe stato comune tra i compositori romantici nel diciannovesimo secolo, ma attraverso la speranza offerta dalla promessa di un cambiamento rivoluzionario in Europa. Gli studiosi spesso presumono che la fede di Beethoven negli ideali rivoluzionari sia morta quando tolse la dedica a Napoleone, ma non è assolutamente così. Ci sono molti riferimenti sparsi nelle sue lettere nel corso della sua vita che suggeriscono che credeva ancora nella fine del potere aristocratico e della chiesa.

Infatti, ancora nel 1822, quando Beethoven venne a sapere della morte di Napoleone, pare abbia detto: «Ho già composto la musica giusta per quel disastro». È probabile che si riferisse alla grande marcia funebre che è il secondo movimento dell’Eroica, anche se è possibile che avesse in mente l’enorme cornice della messa che stava scrivendo in quel momento, la Missa Solemnis. La prova delle simpatie radicali di Beethoven si trova anche in molte opere che ha composto nel corso degli anni.

Rivoluzione della forma

Nel decennio successivo all’Eroica, ha sfornato una serie di altri capolavori, tra cui la sua quinta, sesta e settima sinfonia; la sua unica opera, Fidelio; diverse grandi ouverture; gli ultimi tre concerti per pianoforte; il suo Concerto per violino, i quartetti Razumovsky, la sonata per pianoforte Appassionata; e molti altri. Tutte queste composizioni in un modo o nell’altro hanno rivoluzionato le forme musicali. I brani per grande orchestra e Fidelio esprimono spesso temi di libertà dall’oppressione.

Fidelio è un importante esempio di «opera di salvataggio», un genere strettamente associato alla Rivoluzione francese, che tipicamente prevede il salvataggio di un eroe dalla reclusione o dall’esecuzione per mano della tirannia. L’opera è basata su un libretto di Jean-Nicolas Bouilly, che era stato uno dei principali giuristi del governo repubblicano francese. Presumibilmente basato su una storia vera, riguarda una donna che si traveste da uomo per aiutare il marito, un prigioniero politico, a fuggire dalla prigione.

Le prime rappresentazioni dell’opera si sono svolte a Vienna mentre era sotto l’occupazione delle forze napoleoniche. In effetti, la travagliata storia di quest’opera, che fallì nelle sue prime esecuzioni e dovette essere drasticamente rivista per rappresentazioni future, può forse essere in parte spiegata dall’inappagabilità dei suoi aspetti politici più radicali.

Beethoven non era certo l’unico compositore del suo tempo a condividere la Rivoluzione francese ed esprimere i suoi ideali nella musica. In effetti, c’erano contemporanei che lo esprimevano in modi molto più evidenti. Ad esempio, François-Joseph Gossec, Luigi Cherubini ed Étienne Méhul hanno scritto canzoni e opere patriottiche che celebravano esplicitamente il repubblicanesimo. Eppure, mentre intellettualmente questi compositori celebravano il nuovo, lo facevano nello stile del vecchio, e questa è una delle ragioni per cui le loro opere non sono sopravvissute al passare del tempo.

Al contrario, Beethoven ha espresso il dinamismo dei suoi tempi non solo in superficie, con dichiarazioni di virtù repubblicane, ma piuttosto sviluppando uno stile musicale radicalmente nuovo che rifletteva i nuovi tempi. Sono poche le sue opere in cui l’elemento politico è particolarmente evidente – principalmente Fidelio, l’Eroica e la Nona Sinfonia. Beethoven ha evocato mondi sonori che, all’epoca, sembravano rivoluzionari. In effetti, hanno trasformato radicalmente la musica europea, più o meno allo stesso modo in cui il repubblicanesimo stava trasformando la società europea.

Ha ottenuto ciò in parte attraverso un maggiore senso di scala, non solo in termini di lunghezza dei brani, che richiedeva architetture musicali più complesse, ma anche in termini di dimensioni dell’orchestra, gamma di strumenti utilizzati e spingendo la tecnica e abilità dei musicisti al di là di quanto previsto in precedenza. Quando un violinista si è lamentato con lui della difficoltà tecnica di una delle sue composizioni, si dice che Beethoven abbia risposto: «Che me ne importa del tuo schifoso violino!».

Stilisticamente, aveva la tendenza a concentrarsi su temi minuscoli, spesso banali, che guidano inesorabilmente musiche molto estese, ma che vengono trasmessi ai diversi strumenti e costantemente trasformati. Questo stile è riassunto nel primo movimento della Quinta Sinfonia, che inizia con uno dei motivi più famosi di tutta la storia della musica. Quasi ogni battuta di quel movimento, che dura circa sette minuti, ripete quel motivo in qualche forma. In effetti, appare anche nel secondo movimento, domina il terzo, e ancora una volta può essere riconosciuto nel movimento finale.

Ciò genera un senso di unità e di trasformazione costante nell’intera sinfonia, piuttosto che essere solo una successione di movimenti tenuti insieme liberamente, se non del tutto, che era tipico delle sinfonie fino a quel momento. È questa spinta – la scala eroica, la grande narrativa, il senso nella musica di un’unità di intenti e di una trasformazione radicale – che dà vita a un periodo di fervore rivoluzionario.

Reazione e periodo tardo

La seconda grande crisi nella vita di Beethoven iniziò intorno al 1813. Suo fratello minore Kaspar morì di tubercolosi, e in seguito lui fu coinvolto in una lunga e spiacevole battaglia legale con la vedova di Kaspar per la tutela del figlio. Dopo il susseguirsi di capolavori nel decennio precedente, la sua produzione compositiva crollò.

L’unico lavoro su larga scala che doveva completare durante questo periodo era un pezzo commissionato per celebrare la vittoria di Wellington su Napoleone nella battaglia di Vitoria. Questa sinfonia della battaglia è spazzatura musicale: roboante, con una mancanza di sviluppo musicale e sostenuta da espedienti a buon mercato come l’uso di un organo meccanico nuovo che dovrebbe riprodurre i suoni della battaglia. Non ha nessuna delle ambiguità o invenzioni che si sentono nel resto della sua produzione.

Eppure ha fatto guadagnare a Beethoven più denaro di qualsiasi altra cosa che ha prodotto nella sua vita. Forse uno dei «primati» meno illustri di Beethoven è la scoperta che l’intrattenimento a buon mercato spesso produce maggiori ricompense rispetto all’arte rivoluzionaria sotto il capitalismo. Ma questo episodio è forse un’ulteriore prova della sua profonda disperazione personale e politica.

Se Beethoven non avesse prodotto nient’altro di significativo durante i restanti quattordici anni della sua vita, sarebbe stato ancora considerato uno dei grandi della musica occidentale. Invece, essendo già stato una di quelle rare persone che aveva già trasformato la sua forma d’arte, è diventato quell’artista ancora più raro che lo fa una seconda volta. Il suo «periodo tardo» è diventato un modello per molti artisti successivi in diversi campi, come un periodo in cui un genio riconosciuto ha la fiducia e la capacità di estendere l’orizzonte delle possibilità artistiche per le generazioni a venire.

Non ci sono molti brani significativi di questo periodo. A parte un certo numero di composizioni minori, c’è solo una sinfonia, cinque quartetti per archi, una mezza dozzina di sonate per pianoforte e un’ambientazione della Messa. Ma ognuno di questi pezzi rimane, più di duecento anni dopo, tra i più importanti della storia della musica occidentale.

I cosiddetti Ultimi quartetti hanno una profondità emotiva mai sentita prima in questa forma, e raramente eguagliata da allora. Questa caratteristica si ascolta in modo ancora più sorprendente nel Quartetto per archi n. 13. L’editore di Beethoven si è opposto a un movimento di questo pezzo, sostenendo che minacciava la sua potenza commerciale. Beethoven lo pubblicò separatamente come pezzo autonomo, noto come Grande fuga.

La Grande fuga ha sconcertato sia la critica che il pubblico quando è stata eseguita per la prima volta, e anche oggi rimane una sfida per gli ascoltatori. Una fuga implica semplicemente che almeno due temi vengono riprodotti l’uno contro l’altro ed è stata una forma standard per i compositori per secoli. Ma in questa composizione, quella dinamica viene lanciata con una tensione tremenda, qualcosa che mantiene, con solo un breve rilascio, per l’intero arco di circa quindici minuti. Stravinsky, il modernista del ventesimo secolo, lo descrisse come un pezzo che «sarebbe rimasto sempre contemporaneo».

Per tutto il mondo

Questi brani, insieme alla sonata Hammerklavier e alla Missa Solemnis, suggeriscono che le difficoltà personali e la demoralizzazione politica avevano portato Beethoven a ritirarsi quasi completamente in un mondo interiore, lontano dai tentativi di un impegno dinamico con il mondo che lo circondava che ha segnato il periodo eroico del 1800.

La narrativa standard sostiene che Beethoven avesse fatto pace coi reazionari, o almeno si fosse lasciato alle spalle il fervore rivoluzionario della sua giovinezza. Ma la sua Nona Sinfonia, completata appena tre anni prima della sua morte, dà un’impressione del tutto opposta.

Cosa rende la Nona Sinfonia così avvincente ancora oggi sia come opera d’arte che come dichiarazione politica? La sua apertura è diversa da qualsiasi altra ascoltata prima in una grande opera orchestrale. I suoni emergono da una fonte misteriosa e diffusa, richiamando gradualmente le forze dell’orchestra. Questa tecnica di apertura con un «lungo orizzonte» non sarebbe stata più sfruttata completamente fino alle sinfonie di Bruckner e Mahler molti decenni dopo.

Nel mezzo di quel primo movimento, c’è un passaggio catastrofico in cui la violenza e l’ansia si esprimono con una forza e dissonanza che presagisce la musica di un secolo dopo, composta intorno al periodo della prima guerra mondiale e al crollo degli imperi europei. La sinfonia non si riprende mai del tutto da quel trauma fino al culmine dell’Inno alla gioia, più di mezz’ora dopo.

Anche allora, la conclusione trionfante è conquistata a fatica, con armonie instabili e una serie di variazioni che sembrano essere alla continua ricerca di una vittoria finale. I momenti finali della sinfonia, sebbene esilaranti e alla fine trionfanti, hanno anche un senso di disperazione maniacale.

Insomma, l’intera sinfonia è un’esplorazione musicale di lotta, ma questa volta molto più estrema e precaria che nell’Eroica di vent’anni prima. In contrasto con molti dei romantici che sono venuti dopo Beethoven, la scala su cui è scritta la musica rende chiaro che non si tratta semplicemente di una lotta di una persona solitaria, ma che si svolge su una scala del tutto più grande.

Le parole di Friedrich Schiller che si trovano nel finale rendono tutto questo più chiaro, con le esclamazioni Tutti gli uomini saranno fratelli e Fatevi abbracciare, milioni! Questo bacio è per il mondo intero!. Questi sentimenti erano inoltre in forte contrasto con un periodo che vide la restaurazione della monarchia in Francia e la repressione del movimento repubblicano in tutta Europa.

Un’icona terrena

Beethoven morì nel marzo 1827. Si stima che fino a trentamila persone assistettero al suo corteo funebre a Vienna, una città la cui popolazione totale all’epoca era di appena duecentomila. Subito dopo, la divinizzazione iniziò. Monumenti di Beethoven come quello eretto nella sua città natale di Bonn nel 1845, o la scultura di Max Klinger per la famosa mostra secessionista del 1902, lo raffigurano nello stile di un grande leader politico o di un dio di antichità.

Ancora all’inizio del ventesimo secolo, i compositori stavano lottando per emergere dalla sua ombra. Il nome e l’immagine di Beethoven hanno finito per rappresentare molto di più della sua vita e della sua musica: sono diventati un avatar per la stessa tradizione classica occidentale. Quando Chuck Berry ha voluto segnalare l’arrivo iconoclasta del rock ‘n’ roll, non ha dato al suo singolo di successo il titolo Roll Over Bach.

Eppure, nella vita, Beethoven era malvestito e, a volte, un po’ truffatore quando si trattava di pubblicare le sue opere e organizzare concerti. È il primo grande compositore a non essere mai apparso nei ritratti con una parrucca e a essersi guadagnato da vivere come musicista indipendente per tutta la sua carriera, piuttosto che attraverso il servizio alla chiesa o a una famiglia aristocratica.

Il problema più grande dell’immagine prometeica di Beethoven è che in realtà ha lottato molto per produrre i suoi capolavori. È chiaro dalle sue lettere e dalla testimonianza dei numerosi amici che era un personaggio molto terreno. Questo emerge anche dalla sua musica, spesso definita dal suo stile eroico, ma che ci parla anche a un livello molto umano. Gran parte della sua musica esprime un momento di lotta tra la speranza di un cambiamento progressivo radicale e le forze della reazione. Quello era il mondo di Beethoven e, per molti versi, è anche il nostro.

* Simon Behrman è autore di Shostakovich: Socialism, Stalin & Symphonies(Redwords, 2010). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

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