Turchia-Kurdistan: lo spazio dei sogni e degli incubi

Dal blog http://www.labottegadelbarbieri.org/

La Bottega del Barbieri

Articoli di Patrick Cockburn, Doriana Goracci (con un video) e Chiara Cruciati, appelli di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea e dell’ Anti-Imperialist Front, il comunicato dei Comitati torinesi in sostegno all’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est e alcune notizie riprese dall’agenzia Anbamed

Il peggior crimine di Trump non può essere dimenticato

di Patrick Cockburn

In seguito alla vittoria di Joe Biden nelle ultime elezioni Usa, Patrick Cockburn, attraverso una testimonianza diretta da Afrin, mette nero su bianco quanto sta succedendo (un tragico esempio dell’operato di Turchia e Usa in Siria). La speranza è che con Biden ci sia la possibilità di un cambio di linea nei confronti della Turchia.

É senza dubbio il peggior crimine commesso da Donald Trump nei suoi anni di presidenza alla Casa Bianca. Egli, nell’ottobre 2019, ordinò alle truppe Usa di ritirarsi dalla Siria del Nord, di fatto dando il via libera all’invasione da parte della Turchia di quel pezzo di Siria, e rendendosi co-responsabile dell’assassinio, dello stupro e dell’espulsione di migliaia di curdi, che abitavano quella regione.

E 18 mesi prima, Trump non aveva fatto nulla quando l’esercito turco occupò l’enclave curda di Afrin e rimpiazzò la sua popolazione con jihadisti arabi siriani.

É, sfortunatamente, improbabile che Trump subirà mai un processo per queste sue decisioni, ma se mai dovesse farlo, la sua complicità nella pulizia etnica dei curdi siriani dovrebbe essere la prima nella lista delle accuse. Quella decisione fu di per se un atto diabolico ma fu anche un tradimento di un alleato affidabile come le Forze Democratiche Siriane che stavano chiudendo il cerchio contro il nemico comune Isis giusto quando venne invasa Afrin.

Il tradimento di Trump allora provocò troppo poca indignazione a livello internazionale, ma certamente quel gesto fu causa diretta di omicidi, rapimenti, sparizioni ed espulsioni di centinaia di migliaia di persone dalle loro terre.

Tragedie di questa scala si offuscano rapidamente nella mente delle persone perché non comprendono le atrocità che vanno al di fuori della propria esperienza personale e che possono devastare la vita di così tanti individui. I perpetratori di questa violenza estrema e i loro facilitatori, come Trump, cercano da sempre di confondere le acque con negazioni improbabili finché le notizie e i media non spostano l’attenzione su altro e rimangono solo le vittime dei crimini a ricordarli.

Ho scritto molto sulla pulizia etnica subita dai curdi nel Nord-Est della Siria ad opera dei turchi nelle due separate invasioni del 2018 e 2019, ma senza risultati tangibili. Infatti ben presto divenne impossibile per i reporter indipendenti visitare Afrin o le zone occupate intorno alle città di Tal Abyad e Ras al-Ain. Ma finalmente, la settimana scorsa, sono riuscito a contattare via internet una testimone ad Afrin la quale ci consegna una cupa, ma allo stesso avvincente, testimonianza della sua personale esperienza di pulizia etnica.

Il suo nome è Rohilat Hawar, ha 34 anni, è madre di 3 figli e lavorava come insegnante di matematica nella città di Afrin prima dell’attacco turco. Provò a fuggire nel febbraio 2018, perché “c’erano bombardamenti aerei turchi tutti i giorni”, ma le fu rifiutato l’ingresso nei territori controllati dal governo siriano che doveva attraversare per raggiungere le altre aree sotto il controllo dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord.

Tornò quindi ad Afrin dove la sua casa era stata già saccheggiata e dove ora si trovava intrappolata. Rohilat riporta che le bande degli jihadisti sostenute dalla Turchia sparano a chiunque provi a lasciare la città: “Una mia amica è stata uccisa insieme alla figlia di 10 anni mentre tentava la fuga”. Allo stesso tempo, i miliziani rendono impossibile la vita ai curdi rimasti.

Essendo una dei pochi curdi rimasti nel suo vecchio quartiere dove quasi tutte le abitazioni sono state occupate da jihadisti di lingua araba e dalle loro famiglie, Rohilat non osa parlare curdo per strada. Ha scoperto che i militari turchi considerano tutti i curdi dei “terroristi”, ma che i miliziani jihadisti sono ancora più pericolosi perché pensano che i “curdi siano pagani miscredenti che dovrebbero essere uccisi in nome di Dio”.

Rohilat non ha avuto altre alternative che indossare un hijab, indumento che solitamente le donne curde non portano, per evitare le continue vessazioni dei suoi vicini jihadisti arrivati da altre parti della Siria. Ha presentato anche un ricorso alle autorità turche ma la risposta è stata, come è possibile immaginare, di rispettare le norme sociali del quartiere e quindi di indossare sempre l’hijab. “I miei figli all’inizio mi prendevano in giro, ma ora si sono abituati.”

I pochi curdi che continuano a sopravvivere ad Afrin sono senza difese e continuamente vessati dai miliziani. Di episodi in cui le donne curde vengono molestate dai jihadisti armati se ne possono raccontare a centinaia.

Nelle due zone curde occupate nel nord della Siria la punta dell’iceberg dell’occupazione è rappresentata da miliziani arabi, i quali sonore la maggior parte jihadisti provenienti da altre parti della Siria. I curdi di Afrin erano per la maggior parte contadini, coltivavano frutta e verdura ma, più di tutto, coltivavano olive. Dalla testimonianza di Rohilat si evince che gli occupanti tagliano sistematicamente gli ulivi per farne legna da ardere, distruggendo così l’economia locale. Il risultato di questa pratica è che la maggior parte dei beni deve essere importato e quindi venduto ad un prezzo maggiore.

Lasciando il controllo del territorio a maggioranza curda ai miliziani jihadisti, il governo turco si assicura così la pulizia etnica della zona senza però risultarne direttamente l’esecutore e, allo stesso tempo, il mandante. Fino a poco tempo fa, i miliziani venivano pagati circo 100 dollari al mese dalla Turchia per le loro attività, ma spesso essi integrano la loro paga con furti e saccheggi nelle proprietà curde mentre l’esercito turco che dovrebbe controllare il territorio spesso chiude un occhio.

Da agosto la paga dei miliziani è stata ridotta e le pattuglie di militari turchi sono più attive nel controllo sui saccheggi e sui furti. Lo scopo di tale livello di controllo dopo anni di occhi chiusi è quello di persuadere i miliziani ad arruolarsi volontariamente per combattere come proxy in Libia oppure contro gli armeni in Nagorno-Karabakh. E molti di essi sono stati uccisi nei combattimenti. Rohilat ha visto con i suoi occhi numerosissime tende tradizionali allestite per il lutto degli uomini caduti sui vari fronti, nonostante i corpi non rientrino per il funerale.

A parte l’insicurezza cronica, Rohilat deve far fronte alla rapida diffusione del  coronavirus ad Afrin. Essa stessa ha contratto il virus, essendo risultata positiva dopo un controllo in una struttura medica turca ma, a causa dell’insicurezza, lei e molte altre persone si rifiutano di farsi curare negli ospedali militari turchi dai quali pochissime persone ritornano vive. Essi rimangono quindi in casa e si curano con paracetamolo e mangiando lenticchie e zuppe di cipolla. Lei stessa non può permettersi l’acquisto di mascherine e altro cibo al di fuori del pane, con i pochi soldi che i figli riescono a racimolare al mercato oppure attraverso piccole somme di denaro inviatele dai parenti in Turchia ogni tot di mesi.

Un cupo futuro pende sulla vita di Rohilat, la quale si considera una sopravvissuta mentre altri curdi sono dovuti scappare, oppure vivono in campi profughi, altri invece sono stati uccisi, alcuni tenuti come ostaggi per il riscatto o alcuni sono semplicemente scomparsi.E la campagna del governo contro i curdi siriani sembra proprio non trovare fine, al contrario il Presidente turco Erdogan continua a minacciare di lanciare una nuova operazione militare che potrebbe terminare con le definitiva pulizia etnica della popolazione curda.

Forse l’unica buona notizia per queste popolazioni può essere la vittoria nelle elezioni Usa di Joe Biden che, in linea teorica, riduce sensibilmente le possibilità di un lasciapassare americano per una nuova operazione turca nel Nord Siria. Quando Trump e la sua velenosa squadra avranno lasciato il potere, sarà doveroso ricordare e non perdonare i responsabili di quelle politiche che in Siria hanno inflitto un’inestimabile miseria su un numero altissimo di persone che prima vivevano delle vite serene.

(*) ripreso da www.globalproject.info; traduzione di Marco Sandi.

Patrick Cockburn è un opinionista del quotidiano inglese The Independent. Esperto di Siria, Iraq e Medio Oriente ha per anni scritto reportage sulla situazione siriana, avendo coperto anche l’ascesa di Isis nel 2014. Insieme al compianto Robert Fisk formavano una coppia di penne di eccellenza nell’analisi politica e sociale delle difficili dinamiche medio-orientali.

Cose turche a Instanbul? Bella ciao per la Libertà (con video)

di Doriana Goracci – ripreso da AgoraVox

Mentre il #corona imperversa anche in Turchia e si canta Bella Ciao rivisitato in turco, lunedì 4 gennaio 2021, per la libertà e la qualità accademica turca, la polizia a Instanbul ha “ammanettato” i cancelli della migliore università del paese, mentre migliaia di persone hanno manifestato sulla nomina del suo nuovo rettore.

Cose turche? Diciamo fatti accaduti ieri in Turchia, ad Instanbul, che non possono essere ignorati, tantomeno nascosti in Italia, dove la destra più oscura suona le sue lamentazioni .

Si dice che il nuovo dirigente dell’ Università di Bogazici sia l’ultimo di una lunga serie di nomine politicizzate in posizioni di vertice nel mondo accademico, che ha svuotato la qualità dell’istruzione nel paese. “Semplicemente crudele”: così si è espresso un professore di fama che si batte contro l’epurazione delle università turche. Infatti il presidente turco Recep Tayyip Erdogan durante il fine settimana ha scelto l’accademico Melih Bulu come prossimo capo dell’università (nato nel 1970, ha un dottorato in finanza. Recentemente nominato rettore da Recep Tayyip Erdoğan con decreto del 1 gennaio 2021, candidato per l’AKP, al governo di Erdoğan nelle elezioni generali del 2015 n.d.r.)

L’Università di Bogazici, considerata da molti la Harvard turca per la sua istruzione di qualità, l’ambiente liberale e una storia che risale a 200 anni fa, è stata originariamente fondata da missionari americani, ha migliaia di studenti che lavorano nelle migliori aziende del paese e ai vertici della burocrazia statale. Bulu è visto come una nomina controversa perché ha cercato di candidarsi come membro del parlamento per il Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP) al governo nel 2015 e non faceva parte dell’attuale staff accademico.

La nomina ha creato rabbia tra gli studenti e gli ex studenti di Bogazici, che hanno elencato una serie di problemi riscontrati con i titoli di studio di Bulu. Presunte prove che Bulu ha plagiato nella sua tesi di dottorato e almeno un articolo accademico sono circolate sui social media.Un portavoce degli studenti ha detto che non erano particolarmente interessati alla storia personale di Bulu, ma piuttosto alla libertà accademica. “Riteniamo che l’autonomia dell’università possa essere concessa solo scegliendo il rettore attraverso un’elezione tenuta dal personale accademico”, ha detto il portavoce.

La manifestazione inizialmente si è conclusa pacificamente, mentre gli studenti hanno marciato attraverso il campus. Tuttavia, l’apparizione di Bulu nell’edificio amministrativo ha innescato ulteriori proteste e la polizia ha usato gas lacrimogeni e forza per disperderli.

e ancora

Centinaia di persone hanno manifestato lunedì a Istanbul contro quella che affermano essere la nomina politicamente motivata di un rettore in una delle migliori università turche da parte del presidente Recep Tayyip Erdogan. Un giornalista dell’AFP ha stimato il numero in oltre 1.000, con dozzine di agenti di polizia che hanno assistito alla manifestazione senza intervenire. La rabbia è esplosa dopo il decreto presidenziale del 1 gennaio in cui Erdogan ha nominato Rettore dell’Università di Bogazici Melih Bulu – candidata alle elezioni generali del 2015 per il partito al governo del presidente.

Hanno cantato mentre alcuni tenevano cartelli che dicevano: “Vogliamo diritti, perché così tanta polizia?” e “Melih Bulu non può essere il rettore di Bogazici“. Erdogan ha assunto il potere di nominare direttamente i rettori dell’università dopo essere sopravvissuto a un fallito colpo di stato del 2016, e non è la prima volta che la sua scelta per Bogazici ha suscitato polemiche. Quando il professor Mehmed Ozkan è stato nominato rettore nel novembre 2016, c’erano tensioni e turbamenti da parte di studenti e accademici. I rettori delle università turche sono stati nominati tramite elezioni prima del luglio 2016. “Il mondo accademico è al di sopra delle ideologie e della politica, ma nominare un rettore della nostra università a dispetto della volontà dei membri dell’università è una mossa politica“, ha detto ai giornalisti una delle manifestanti, Selen, durante la manifestazione.

E ancora

Bulu è uno dei co-fondatori dell’associazione distrettuale Sarıyer dell’AKP e si era candidato alla candidatura diretta dell’AKP alle elezioni parlamentari e presidenziali del 2015 a Istanbul. Gli studenti lo chiamano “fiduciario” in riferimento ai sindaci che sono stati deposti dai municipi delle città curde e sostituiti da amministratori nominati dal governo. Anche numerose iniziative della società civile e gruppi per i diritti umani hanno partecipato alle proteste contro la nomina di Bulu, oscurate dalla massiccia violenza della polizia e dall’uso di lacrimogeni e idranti. Alcuni studenti hanno risposto alla violenza della polizia lanciando bottiglie. Due manifestanti sono stati arrestati dalla polizia a margine delle proteste, picchiandoli e prendendoli a calci. Nel frattempo, il cancello del campus dell’Università Boğaziçi è stato isolato dalle forze di sicurezza. L’anello d’assedio della polizia del campus universitario non è ancora stato completamente disperso.

Forse gli studenti turchi ricorderanno quando altri di loro,giovani e meno giovani cantavano Bella ciao nel 2012, e poi ancora nel 2013, in Turchia, e si continua a cantare e camminare per la Libertà.

Iste bir sabah uyandigimda Ciao Bella Ciao Bella Ciao Ciao Ciao Elleri baglanmis buldum yurdumu Her yani isgal altinda Sen ey Partizan, beni de gotur Ciao Bella Ciao Bella Ciao Ciao Ciao Beni de gotur daglariniza Dayanamam tutsakliga Gunes dogacak, acacak cicek Ciao Bella Ciao Bella Ciao Ciao Ciao Gelip gecenler diyecek merhaba Merhaba ey guzel cicek

foto ripresa da AgoraVox

NOTIZIE DALL’AGENZIA «ANBAMED» (IGNORATE – come al solito – DA QUASI TUTTI I MEDIA ITALIANI)

Turchia: condannato a 27 anni, in contumacia, il giornalista che aveva rivelato l’appoggio di Erdogan al terrorismo in Siria. 

Il giornalista turco, Can Dundar, ex caporedattore di Cumhuriyet (Repubblica), è stato condannato in contumacia a 27 anni e sei mesi di reclusione, per l’accusa di spionaggio e sostegno ad un’organizzazione terroristica armata. Aveva svelato sul suo giornale che i servizi turchi fornivano armi ai jihadisti in Siria. I suoi avvocati hanno rifiutato di partecipare all’udienza di proclamazione , “per non dare una patina di legalità ad una decisione politica già scritta”. Il giornalista vive all’estero, in esilio in Germania.

SIRIA

Nel conflitto siriano ci sono due fronti caldi. Uno aperto dalle truppe turche e milizie affiliate contro la zona curda e l’altro nel triangolo Aleppo-Raqqa-Hama, tra le truppe governative e i jihadisti di Daesh. Ieri sono rimasti uccisi nei combattimenti 5 soldati governativi e 9 jihadisti. Ad Afrin, invece, le milizie filo turche hanno compiuto rastrellamenti di civili in seguito allo scoppio di una mina sotto un veicolo militare turco.

SIRIA

La Turchia porta avanti il suo progetto di impedire ogni forma di autonomia curda nel nord della Siria. Da 48 ore l’artiglieria turca sta martellando le zone rurali limitrofe a Ain Issa, a nord di Raqqa. Tre combattenti curdi sono stati uccisi e fuga dei contadini verso il centro abitato. Ain Issa è una delle città amministrate dai consigli locali eletti, un’esperienza democratica voluta dalle Forze democratiche siriane a maggioranza curda. Il piano di Ankara è quello di prendere il controllo sull’autostrada T4, per garantire la striscia di sicurezza occupata all’interno del territorio siriano e riportarvi i profughi siriani rifugiati in Turchia.

Parlamentari e sostenitori dell’Hdp durante un sit-in a Istanbul in solidarietà con Leyla Guven, all’epoca in sciopero della fame © Ap

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