Vel-ENI, lo Stato parallelo e il collasso ecologico

Dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org

31 Marzo 2021 di Antonio Tricarico e Alessandro Runci (*).

A seguire il commento di Coordinamento No Triv Basilicata e Coordinamento Nazionale No Triv sulla sentenza al processo «Petrolgate 1». In chiusura una nota della “bottega” e alcuni consigli di lettura.

Come mostra il protocollo riservato con la Farnesina e alcune indagini in corso sul suo operato in giro per il mondo, in un sistema-Paese benedetto dai fossili quella del cane a sei zampe è molto più di un’azienda

Dopo un silenzio durato fin troppo a lungo, da un po’ di tempo si è tornati a parlare di Eni. La distrazione collettiva ha permesso alla principale multinazionale italiana di continuare a sfruttare territori in Italia e nel mondo, causando danni irreparabili, senza che questo turbasse più di tanto l’opinione pubblica. Complice, anche, la censura mediatica che tuttora coinvolge buona parte dei quotidiani nazionali. 

Le comunità che abitano i territori aggrediti dal gigante petrolifero – dalla Val d’Agri a Capo Delgado (Mozambico) fino al Delta del Niger – hanno continuato a resistere, non senza difficoltà, facendosi granelli di sabbia tra gli ingranaggi di quella mega-macchina che è Eni. Poi, d’improvviso, si è aperto uno squarcio. Merito soprattutto dei milioni di giovani che si sono presi le strade di tutta Italia, rivendicando il loro diritto a un futuro in un pianeta sano. Non ci è voluto molto affinché identificassero in Eni il loro nemico numero uno, emblema del modello fossile e dunque causa del collasso ecologico dentro cui abitiamo. Mobilitazioni, azioni dirette, campagne di pressione sono riuscite a inceppare un meccanismo che sembrava inarrestabile, producendo un corto circuito tanto necessario quanto inaspettato. 

Persino un gigante come Eni, che della sfrontatezza ha fatto un marchio di fabbrica, è dovuto correre ai ripari avviando in fretta e furia un’imponente strategia di greenwashing. Un piano composto da diversi elementi: una nuova vision, interminabili spot pubblicitari, partnership con Eataly o con il Politecnico di Torino, ingresso nelle scuole, sponsorizzazioni di ogni tipo, fino ai chimerici progetti di cattura dell’anidride carbonica. Cambiare tutto perché nulla cambi davvero, sembra essere l’assioma da cui muove la cosiddetta transizione ecologica diretta dall’alto. Ma basta sporgersi al di là di questa cortina di fumo, per cogliere l’essenza di Eni e dunque il suo obiettivo: aumentare la produzione di petrolio e gas nei prossimi anni, incurante delle conseguenze e pronta a neutralizzare il dissenso, con ogni mezzo.  

Due considerazioni sono importanti a questo riguardo. La prima, pacifica, ha a che fare con la natura di Eni, una multinazionale del petrolio che (giustamente) percepisce il superamento del modello fossile come una minaccia alla sua stessa esistenza. Uno degli indicatori chiave della performance finanziaria delle compagnie petrolifere è proprio la loro capacità di rimpiazzare i barili prodotti con nuove riserve. Dalla necessità di mantenere un elevato «tasso di sostituzione» deriva quella di continuare a mettere mano su nuovi giacimenti, in aree ancora più remote e fragili, come l’Artico, o in acque profondissime, come quelle del Golfo del Messico. 

La seconda considerazione, ancora più sistemica è che Eni rappresenta molto più di un’azienda. È un vero e proprio «Stato parallelo», come definito da vari osservatori, capace di intervenire in svariati settori della vita pubblica, dagli affari interni agli esteri, fino a quelli economici e sociali del paese. Una struttura dotata dei propri apparati di sicurezza, intelligence e diplomatici, ma in grado, all’occorrenza, di servirsi anche di quelli statuali tradizionali. Un sistema-paese benedetto dai fossili che pone un’emergenza democratica ancor più profonda di quella climatica.

Tutti gli uomini del ministero

Recentemente, abbiamo svelato uno dei fili di questa intricata ragnatela che lega i due Stati italiani. Si tratta di un protocollo riservato tra Eni e il ministero degli Affari esteri, che permette al gigante petrolifero italiano di stanziare i propri uomini alla Farnesina per un periodo illimitato di tempo. Lo scopo? Facilitare un «raccordo» tra l’azione diplomatica italiana e gli interessi dell’azienda. Un patto di collaborazione sistematico che mira a rafforzare «la capacità di proiezione all’estero del Sistema-Paese», è quanto si legge nel documento finora tenuto segreto. Le due parti si impegnano inoltre a scambiarsi informazioni «sulla realtà economica, istituzionale e sociale dei paesi oggetto di interesse». In altre parole, intelligence. 

L’accordo fu siglato nel 2008, a pochi mesi dall’insediamento del IV governo Berlusconi, il quale si era da subito adoperato per rinsaldare i rapporti tra l’Italia e la Russia dell’amico Vladimir Putin. E fu proprio il Responsabile per le relazioni con la Russia, Giuseppe Ceccarini, il primo manager di Eni a essere stanziato alla Farnesina, dove poi è rimasto per ben sei anni, fino al 2017. Ceccarini è stato infine rimpiazzato da Alfredo Tombolini, altra figura di rilievo con alle spalle trent’anni di esperienza in progetti petroliferi, maturata in paesi come Libia, Algeria e Sudan. Tra le sue funzioni per il dicastero c’è quella di promuovere investimenti italiani all’estero nel settore energetico, ovvero indirizzare i finanziamenti pubblici del paese. Tombolini arriva alla Farnesina in un momento cruciale per l’Eni, mentre il governo italiano si apprestava a decidere in merito a un grosso investimento in Mozambico, dove Eni è capofila in due mega progetti di gas. Il finanziamento è stato approvato solo qualche mese dopo. 

Dentro il ministero, i manager Eni sono incardinati presso la Direzione Generale per la Mondializzazione, proprio quella che presiede la cabina di regia «Ambiente e Clima», istituita dalla Farnesina al fine di coordinare il posizionamento dell’Italia nell’ambito della prossima Cop26, la conferenza sul clima dell’Onu. Alle riunioni di questa cabina partecipano ben nove ministeri, vari consiglieri diplomatici, ma anche Eni, Saipem, Snam e Enel, ovvero i più grandi inquinatori italiani. Non è stato invitato nessun rappresentante della società civile e il ministero ci ha negato l’accesso ai verbali, cosa che a suo dire rischierebbe di pregiudicare le relazioni dell’Italia con i partners. 

Con una replica seguita alla diffusione della nostra inchiesta, la Farnesina ha affermato che quella che noi definiamo un’infiltrazione è in realtà una collaborazione «a sostegno del Paese», e che «si tratta di uno schema che funziona molto bene». Ma per chi funziona molto bene? Davvero gli interessi della collettività coincidono con quelli di una multinazionale appena condannata per smaltimento illecito di rifiuti dal tribunale di Potenza e sotto indagine per la presunta corruzione internazionale in Repubblica del Congo? La stessa multinazionale che è a processo al tribunale di Milano per corruzione internazionale in Nigeria? 

Le lezioni dell’Opl245

Il processo al tribunale di Milano vede imputati Eni, Shell, diversi loro top manager, intermediari di spicco e un ex ministro del Petrolio della Nigeria per la presunta corruzione internazionale nell’acquisizione dell’immenso blocco petrolifero Opl245 – sito nelle acque antistanti la Nigeria – con il pagamento di una maxi-tangente di 1,1 miliardi di dollari. È giusto che la giustizia faccia il suo corso. Ma possiamo già oggi trarre delle lezioni dallo spaccato inquietante emerso dall’istruttoria dibattimentale svoltasi in tribunale a Milano riguardo l’operato di Eni e Shell in paesi complessi come la Nigeria. Sarebbe infatti limitante leggere quello dell’Opl245 come una semplice ipotesi di corruzione internazionale.

L’affare Opl245 ha visto un ruolo centrale di quello che la procura di Milano ha definito l’«asse delle spie»: due ex membri dei servizi segreti inglesi pagati da Shell, il capo dell’intelligence nigeriana, un ex ambasciatore russo vicino a Shell e un uomo dei servizi italiani, che nel corso dell’indagine è diventato anche il grande accusatore dell’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi & Co. Soggetti che senza problemi scrivevano nelle loro e-mail della consapevolezza che i soldi dell’Opl245 erano attesi dai politici nigeriani, della capacità di produrre i testi negoziali anche per il governo nigeriano aggirando le agenzie tecniche preposte, della regolare intelligence su ognuno degli attori coinvolti per orientarli al meglio. Ma secondo quanto riferito dai testi sentiti dal tribunale a Milano è la prassi: è normale che il connubio società-stati porti avanti in ogni modo gli interessi comuni. Da qui la forza di questo «Stato parallelo transnazionale» di spostare il dibattito e condizionare i media e l’opinione pubblica in Italia come in altri paesi.

In secondo luogo, emerge che gli standard e le procedure interne anti-corruzione delle società sono regolarmente interpretate a discrezione. Le e-mail trapelate e altri documenti rivelano una storia di ripetuti fallimenti nell’affrontare le «bandiere rosse» (gli avvertimenti) sulla corruzione. In questo modo era normale che l’amministratore delegato e il numero due di Eni si intrattenessero al telefono regolarmente con un pluri-pregiudicato – quale Luigi Bisignani – riguardo alla gestione del negoziato sull’Opl245. Le strutture interne dell’anti-corruzione di Eni hanno ricordato ai loro manager che mancava documentazione rilevante della società Malabu, per poi infine dare il loro assenso all’accordo. 

Eni e Shell sapevano bene che personaggio fosse Dan Etete, l’ex ministro del petrolio che ai tempi della dittatura di Abacha, nel 1998, si era auto-intestato la licenza Opl245 tramite la società schermo Malabu Oil and Gas. Etete è stato condannato nel 2007 in Francia per riciclaggio collegato alla corruzione per l’affare Bonny Island, sempre in Nigeria. Le due società hanno strenuamente continuato a sostenere di non essere a conoscenza che ci fosse la mano di Etete dietro la Malabu, anche se rapporti indipendenti del 2007 e 2010 chiaramente segnalavano la cosa a Eni. E, una volta ammesso, si sono trincerate dietro l’argomentazione che l’accordo finale siglato nel 2011 prevedeva solo il pagamento al governo nigeriano, e non alla Malabu di Etete. Quello che The Economist ha definito «sesso sicuro in Nigeria», fatto con il «preservativo» fornito dallo schermo dai vertici del governo nigeriano, che poi avrebbero intascato laute mazzette. Colpevoli o no, del miliardo e cento milioni di dollari pagati da Eni e Shell nulla è finito al governo e al popolo nigeriani. 

Il Delta del Niger italiano

Spesso ci si dimentica che Eni, attiva in 70 paesi in tutto il mondo, ha forti interessi anche sul nostro territorio. In particolare in Basilicata, in Val d’Agri – da decenni ribattezzata il «Texas d’Italia» – nelle cui viscere, alla fine del secolo scorso, è stato scoperto il giacimento su terraferma più ricco d’Europa. Per tanti lucani l’estrazione petrolifera ha trasformato quell’angolo del nostro Paese in una sorta di nuovo Delta del Niger, vista la portata degli impatti sulla salute e sull’ambiente legati alle attività del cane a sei zampe. E pian piano qualche scomoda verità sta spuntando fuori. 

A inizio marzo 2020 l’Eni e sei suoi manager sono stati condannati dal tribunale di Potenza per smaltimento illecito dei rifiuti «petroliferi» del Centro Olio in Val d’Agri. A settembre inizierà un altro procedimento giudiziario nei confronti degli stessi responsabili della gestione dell’impianto con la pesante accusa di disastro ambientale. Nel 2017, infatti, dai serbatoi del Centro Olio fuoriuscirono ben 400 tonnellate di greggio. Un «problema» che forse nasceva da lontano, come aveva segnalato anni addietro una delle figure apicali dell’Eni in Basilicata, Gianluca Griffa, suicidatosi in circostanze non ancora del tutto chiarite nel 2013. Sullo sfondo l’incapacità delle istituzioni locali di riuscire a controllare una situazione che troppo di frequente ha presentato criticità importanti e che è ancora impegnata in una lunga e sfiancante trattativa per il rinnovo delle concessioni petrolifere. Sì, perché mentre scriviamo questo articolo l’Eni opera in regime di vacatio amministrativa, dal momento che le concessioni per l’estrazione di fino a 104 mila barili di oro nero al giorno sono scadute addirittura il 26 ottobre del 2019. 

Alla luce di questo lungo elenco di cahiers de doléances siamo portati a pensare che probabilmente Eni sia irriformabile e il suo modello di business, scritto nel suo Dna e nella sua storia, è incompatibile con la democrazia. Perciò una società come l’Eni non dovrebbe avere posto nella transizione giusta e democratica che ci dovrebbe condurre a una società ecologica.

(*) Alessandro Runci, ricercatore e attivista di Re:Common dal 2017, lavora su campagne contro la green economy e la finanza fossile, e ha condotto ampie ricerche sul campo sugli impatti socio-ambientali delle industrie estrettative e delle grandi infrastrutture. Antonio Tricarico è tra i fondatori di Re:Common nel 2012. Ha lavorato sulle campagne Eni, Enel e contro il carbone e la finanza fossile, conducendo ricerche, inchieste e azioni di pressione sulle istituzioni.

(*) ripreso da Jacobin.it dove si possono leggere anche «Dicono idrogeno e sussurrano fossili», «L’agroecologia spazzatura» e «L’inquinamento non ha prezzo»

Sentenza Petrolgate 1. Il Moloch non piange.

Con la lettura del dispositivo della sentenza, ad esito dell’udienza del 10 Marzo, la sezione Penale del Tribunale ordinario di Potenza, dopo oltre tre anni dall’inizio del cosiddetto processo “Petrolgate 1”, ha condannato in primo grado a due anni di reclusione Ruggero Gheller (ex responsabile del Distretto Meridionale dell’Eni), Nicola Allegro (responsabile operativo del Centro oli di Viggiano), Luca Bagatti (responsabile produzione del Distretto Meridionale di Eni), ad un anno e quattro mesi di reclusione Enrico Trovato (ex responsabile del Distretto Meridionale dell’Eni), Roberta Angelini (responsabile dell’Unità di Sicurezza, Salute e Ambiente del Distretto Meridionale Eni), Vincenzo Lisandrelli (coordinatore ambiente del reparto sicurezza e salute all’Eni di Viggiano); ad un anno e sei mesi di reclusione l’ex dipendente della Regione Basilicata, Salvatore Lambiase (storicamente conosciuto come signor sì dei desiderata delle Companies in Basilicata), per smaltimento e traffico illecito di rifiuti.
Oltre all’interdizione per un anno dai pubblici uffici (pena sospesa a termini e condizioni di legge) e da uffici direttivi e delle persone giuridiche ed imprese, il Tribunale ha condannato i 7 imputati ed Eni Spa al risarcimento dei danni, patrimoniali e non, da liquidare a 278 parti civili, tra cui Minambiente, Regione Basilicata, 4 Comuni delle aree estrattive e di trattamento reflui, 5 Associazioni ambientaliste lucane, oltre 260 persone lese nelle proprie attività aziendali e/o nei propri diritti alla salute.
Eni Spa è stata inoltre condannata al pagamento di una sanzione amministrativa di 700mila Euro ed alla confisca di 44,2 milioni di Euro, da cui vanno sottratti i costi già sostenuti per l’adeguamento degli impianti.
L’enorme mole di indagini e di lavoro istruttorio si era avviata ben 4 anni prima della primavera del 2016, quando a poche settimane dalla celebrazione del referendum No Triv, l’intera compagine filo fossile nazionale subì un terremoto.

La mattina del 31 Marzo vennero sequestrate le vasche del ciclo di raffinazione del Cova di Viggiano e del pozzo di reiniezione “Costa Molina 2” in agro di Montemurro e, fatto senza precedenti nella storia della Repubblica, a stretto giro rassegnò le dimissioni il Ministro del MISE Guidi, mentre lo stesso vice ministro della Sanità (ed ex presidente della Regine Basilicata) De Filippo rischiava di essere formalmente indagato per traffico di influenze.

Tra dirigenti di Eni e di altre 9 Società si trattava di un totale di 70 indagati, che al termine delle indagini preliminari avevano ottenuto dalla squadra mobile di Potenza e dai Carabinieri del Noe l’avviso di conclusione delle indagini relative ad alcune parti dell’inchiesta sulla filiera petrolifera in Basilicata, con l’esclusione del filone siciliano e del traffico di influenze illecite addebitato dalla Procura di Potenza alla cricca capeggiata dall’ex compagno della ministra Guidi, Gianluca Gemelli.

Il 16 Aprile dello stesso anno il Tribunale del Riesame di Potenza rigettava la richiesta di revoca del sequestro di due vasche di stoccaggio rifiuti e del pozzo di reiniezione, ritenendo che la continuità del loro utilizzo avrebbe costituito “aggravio alle conseguenze dannose del delitto, protraendo, attraverso l’illecito smaltimento di rifiuti, la diffusione nell’ambiente di sostanze pericolose”, così confermando  “fondata” l’accusa contro Eni di aver smaltito illecitamente nel Centro Oli di Viggiano i rifiuti prodotti dall’estrazione del petrolio, con procedure che avrebbero fatto conseguire all’azienda un “ingiusto profitto”.

Conseguenza fu, dopo 4 mesi di stop, la ripresa delle lavorazioni al Cova, ma col divieto temporaneo di reiniezione, con l’utilizzo di nuove procedure tecniche di separazione delle acque di strato e di lavorazione in tempi brevi proposte da Eni con l’avallo della Procura. Per molto tempo Eni trasporterà carovane di autobotti a Pisticci Scalo presso gli impianti di Tecnoparco Spa e presso altri centri di trattamento reflui, in un interminabile “tour della monnezza petrolifera”.

Nel frattempo, i 70 indagati si riducevano a 59, tra ex responsabili del Distretto meridionale di Eni, quali Ruggero Gheller ed Enrico Trovato; l’ex responsabile Sime (Sicurezza, salute e ambiente) di Viggiano, Roberta Angelini; l’ex responsabile operativo dello stabilimento Cova, Nicola Allegro, che tra l’altro si sarebbero accordati per non far emergere i problemi legati alle emissioni di agenti inquinati, omettendo di avvertire le autorità. Anche l’Arpab avrebbe compiuto controlli approssimativi. Il Tribunale del Riesame faceva rilevare che dagli atti dell’indagine sarebbe emersa una “totale sudditanza” verso Eni, col risultato di probabili “controlli approssimativi e carenti” dei tecnici regionali, che sarebbero stati “coscienti” del fatto che i valori delle analisi sui terreni “superavano quelli previsti dalla legge”.

Già allora, pur impossibilitati a costituirci parte civile, in quanto non muniti di necessario statuto ed atto costitutivo, mettevamo in evidenza il paradosso dell’assenza dell’ipotesi del reato di disastro ambientale, mentre grande rilievo veniva dato al combinato disposto di capi di accusa quali reati di corruzione e contraffazione, sottolineando che qualora i giudici competenti non avessero accolto le logiche e giustificate richieste di allargamento dei capi di imputazione al reato di disastro ambientale, le conseguenze per il destino dei nostri territori e della stessa democrazia, in Basilicata come in Italia, si sarebbero rivelate nefaste.

Ora, basta mettere a confronto il numero residuale dei 35 imputati, le richieste di condanna a 114 anni e due mesi avanzate dalla PM Triassi; le richieste di confisca a 10 Società, da multare fino a 114 milioni di Euro, per comprendere come la platea degli indagati si sia andata svuotando e sfilacciando, di fronte ad un impianto accusatorio pur largo e complesso. A fronte di 35 soggetti indagati, sono 27 le assoluzioni, tra cui i dirigenti provinciali e di ARPAB.

Esclusi per le Società gli illeciti amministrativi. Numerose le assoluzioni per insussistenza di altri reati, per estinzione di reato per intervenuta prescrizione; esclusione di responsabilità per le Società Ecosistem Srl, Ireos Spa, Tecnoparco Valbasento, Criscuolo Ecoproject Service Srl, De Cristofaro Srl, IAM Spa, Consuleco Srl, Solvic Srl, Uniproject Srl, “per mancanza di prova dell’illecito amministrativo dipendente dal reato di cui al Capo A 4”.

La condanna degli imputati, in solido tra loro, al risarcimento dei danni, patrimoniali e non, da liquidarsi in separata sede, ed alla “refusione delle spese di costituzione e di rappresentanza sostenute dalle parti civili”, con relativo rigetto delle richieste di provvisionale, seppur in attesa delle motivazioni della sentenza, va letta a nostro avviso nella sua duplice valenza.

Da un lato, l’esito della derubricazione degli aspetti penali è fortemente sbilanciato sul versante della monetizzazione di comportamenti illeciti e continuativi. Dato che era ampiamente previsto in partenza.

D’altro canto, pur nell’evidente dismetria tra premesse, attese e sentenza, sarebbe ingeneroso non cercare di interpretate e valorizzare l’intreccio di energia, di rabbia, di offese subite e mai risarcite (o non più risarcibili!) da cittadini e lavoratori travolti da una storia ventennale di soprusi, di espropri, di inquinamento.

C’è in tutto questo un valore che travalica la dimensione del simbolico, proprio perché la condanna riguarda la rottura del silenzio, la possibilità di restituire visibilità e dignità agli “anonimi” e silenti, abituati magari a ringraziare i potenti se lasciano in famiglia le briciole di qualche mese di lavoro a termine nella filiera degli appalti e dei servizi petroliferi.

L’opposizione ai petrolieri in Basilicata ha avuto pochi momenti di partecipazione di massa. Le associazioni “ambientaliste” vengono guardate allo stesso tempo con sospetto e silenziosa ammirazione, ma si sa che è sempre meglio “non farsi vedere in giro, non si sa mai …”.

Vista dalle terre offese della Basilicata petrolifera, questa sentenza è comunque un colpo al Moloch, alla sua aura di intangibile strapotere.

E’ per questo che si leggono ringraziamenti pubblici agli avvocati, come chi si rivolge a “tutti coloro che non ci credevano, che pensavano fosse un processo farsa “, ricordando che “oggi, però, è un nuovo giorno … Lo dobbiamo ai nostri figli, perché loro meritano un paese migliore”.

Nelle parole di soddisfazione dell’avvocato Di Pisa per gli esiti del processo, dove ha difeso 300 cittadini di Pisticci Scalo danneggiati dai miasmi da idrogeno solforato delle vasche di Tecnoparco Spa, si coglie orgoglio ed amarezza, anche paura e solitudine, quando dice che “con la sentenza ho visto premiato un impegno professionale durato 5 anni, faticoso, complesso e dalla notevole difficoltà tecnica … ho dovuto affrontare insieme all’eccellente dottoressa Triassi della Dda di Potenza, oltre che i numerosi e valorosi avvocati di controparte, anche consulenti Eni di spessore tecnico mondiale: è stata necessaria una lunga preparazione anche a livello scientifico e tecnologico”.

Intanto, mentre roboticamente Eni precisa che “durante il corso dell’istruttoria dibattimentale ritiene di aver dimostrato la rispondenza del COVA alle Best Available Technologies e alle Best Practices internazionali” e che“non condivide il riconoscimento di responsabilità per la grave ipotesi di reato di traffico illecito di rifiuti”, preparandosi a fare subito appello, la stessa Spa annuncia la nascita di “GreenIT”, joint venture per lo sviluppo, costruzione e gestione di impianti per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili in Italia . GreenIT, partecipata al 51% da Eni e al 49% da Cassa Depositi e Prestiti Equity, produrrà energia principalmente da impianti fotovoltaici ed eolici con l’obiettivo di raggiungere una capacità installata al 2025 di circa 1.000 MW, con investimenti cumulati nel quinquennio per oltre 800 milioni di Euro.

Dal mefitico cono d’ombra coloniale lucano le dichiarazioni del direttore generale di Energy Evolution di Eni Spa, Giuseppe Ricci: “Questa nuova joint venture si inserisce nella strategia di Eni per la transizione energetica e contribuisce all’accelerazione del nostro percorso di trasformazione verso l’energia verde e le rinnovabili. In quest’ottica, grazie alla partnership con Cassa depositi e prestiti, il nostro impegno nella decarbonizzazione diventa sempre più concreto: per centrare gli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite è essenziale fare sistema a livello Paese e mettere a fattor comune possibilità di investimento e know how” suonano come il rombo dei motori della nave corazzata, che indica sicura la rotta dei destini e degli investimenti pubblici. E pensare che CDP avrebbe potuto svolgere un ruolo ben diverso in una transizione energetica più attenta ai bisogni dei territori e della salute, che non delle multinazionali pigliatutto!

Il Coordinamento Nazionale No Triv si è costituito ed è stato riconosciuto parte civile nel processo denominato “Petrolgate 2”, relativo allo sversamento di oltre 400 tonnellate di petrolio al Centro Oli di Viggiano (sversamento certificato dalla stessa Eni a fine Gennaio 2019, dovuto alle perdite dai 4 serbatoi del COVA), che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di 13 persone tra dirigenti ENI e membri del CTR (Comitato Tecnico Regionale), nonché all’arresto di un dirigente ENI con le accuse, fra le altre, di disastro ambientale, abuso d’ufficio, falso ideologico commesso da pubblico ufficiale (vedi Ordinanza n° 44/2019 RMC del 14 Aprile 2019 del GIP di Potenza, con misura degli arresti domiciliari nei confronti dei dirigenti Eni e misura interdittiva della sospensione dall’Ufficio Pubblico ricoperto da funzionari regionali).

Il CNNT invita a non demordere, anche perché è la prima volta che, con elementi probatori inoppugnabili e messa all’angolo dal memoriale del defunto ing. Griffa, in Basilicata una multinazionale dell’Oil&Gas viene apertamente ed esplicitamente incriminata di disastro ambientale.

Già pronto alla costituzione di parte civile all’eventuale avvio del “Petrolgate3”, il CNNT si dice pienamente disponibile ad eventuale ricorso in appello alla sentenza di primo grado del 10 Marzo scorso, laddove, alla lettura delle motivazioni, dovessero risultare elementi concreti a sanare le vistose apparenti contraddizioni, come ad esempio quella tra il riconoscimento del diritto al risarcimento danni, refusione delle spese di costituzione e rappresentanza delle parti civili del Comune e dei cittadini di Pisticci, ed esclusione di responsabilità da parte di Tecnoparco Spa, tenuto a vigilare sui codici CER .

Con la premessa che solo attraversando le mobilitazioni previste da larghe soggettività e coordinamenti di associazioni, sindacati non svenduti, movimenti, a partire dallo sciopero per il clima del 19 Marzo indetto da Friday For Future, fino agli appuntamenti del prossimo autunno del G20, sarà possibile consolidare un percorso di coniugazione sociale e politica allargata per contribuire a liberarci delle catene dell’imperante arroganza petrolifera.

Potenza, 14 Marzo 2021

Coordinamento No Triv Basilicata e Coordinamento Nazionale No Triv

NOTA DELLA “BOTTEGA”

Torneremo presto sull’Eni anche per aggiornare l’articolo uscito su Jacobin.it e per cercare di capire come mai il processo di Milano (presunte tangenti Eni in Nigeria) si è concluso con un’assoluzione. Intanto merita di essere letta l’intervista di Gianni Barbacetto all’ex magistrato Salvatore Sinagra; la trovate qui: Sinagra: “Su Eni-Nigeria critiche ingiuste. L’indagine dei pm …

E per capire il quadro d’insieme si può recuperare «Enigate» di Claudio Gatti (cfr Vel-Eni: tangenti, processi, pubblicità, silenzi).

Dunque in questi giorni i “grandi” media festeggiano per la vittoria di uno dei loro più importanti procacciatori di pubblicità – dopo aver taciuto per tutto il lungo processo – e con la solita faccia tosta nascondono due recenti vicende giudiziarie scomodissime per vel-ENI: la condanna di Potenza (vedi sopra) e la richiesta Eni di patteggiare – quasi 12 milioni – per tangenti in Congo.

Intorno alle questioni più rewcenti vale leggere anche Eni, Nigeria, Congo: sette domande ancora aperte di Gianni Barbacetto (chi non è abbonato a “Il fatto quotidiano” on line lo trova su www.antimafiaduemila.com) ma anche CO2 Eni, non c’è mandato di cattura | il manifesto (del 21 gennaio) di Giovanni Stinco su un progetto Eni a Ravenna che vede Pd e sindacati schierati con il grande inquinatore e il suo “Stato parallelo”.

Come sa chi passa spesso di qui noi cerchiamo (nel nostro piccolo) di dare spazio a tutte le notizie che i grandi media nascondono sui vel-ENI in Italia e in giro per il mondo. Per spiegare certi silenzi a sinistra vale sempre ricordare un vecchio libro; ne abbiamo scritto qui: Sabina Morandi, i “rossi” e i vel-Eni (qui sotto vedete la copertina). E sulle infinite “imprese” di Eni per il mondo varrebbe anche rileggere «E noi italiani?» ovvero «Le responsabilità italiane nella costruzione e nel finanziamento dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan nella regione del Caspio» scritto nel 2003 da Luca Manes, Laura Saponaro e Antonio Tricarico e pubblicato dalla «Campagna per la riforma della Banca Mondiale».

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