La superlega degli indebitati

dal blog https://www.ariannaeditrice.it/

di Roberto Pecchioli – 21/04/2021

Fonte: Accademia nuova Italia

La notizia è di quelle grosse (e brutte). Dodici società calcistiche di tre nazioni europee vogliono farsi un campionato, una “lega”, come si dice, tutta per loro. Ci sono le tre grandi tradizionali italiane, Milan, Inter e Juventus, tre big spagnole, e ben sei inglesi. Le due squadre tedesche, Bayern e Borussia, che sembravano della partita, si sono sfilate. Altri club – i grandi-ma-non-troppo- parteciperanno se e quando saranno invitati a unirsi all’allegra brigata. Allegra? Non proprio, perché le dodici “grandi” sono le più importanti entità calcistiche del mondo, ma soprattutto le più indebitate. Non a caso, gli unici con i conti a posto, quelli tedeschi, si sono tenuti in disparte. Si rassicurino i lettori disinteressati allo sport: la notizia non riguarda il calcio, ma l’industria, il mercato televisivo e la finanza.

La reazione non si è fatta attendere del mondo delle istituzioni sportive internazionali, che minacciano di espellere le promotrici della cosiddetta Superlega, ma anche dalle autorità politiche. Il tema è molto serio e riguarda anche coloro che non si occupano di calcio. Il movente dei grandi club è economico e finanziario: lo sport non c’entra nulla. Infatti, dietro l’operazione vi sono interessi colossali. Le fila sono tenute dalla gigantesca banca d’affari americana JP Morgan Chase, che ha messo sul piatto ben 6,5 miliardi di euro e probabilmente da Amazon, il cui padrone, Jeff Bezos, è intimo amico e socio del direttore generale di JP Morgan.

In Italia in prima fila c’è la Juventus, terminale di una holding con sede legale in America, titolare di alcuni marchi di diritto olandese. Il più sincero è stato Florentino Pérez, presidente del Real Madrid, che ha ammesso che le grandi entità calcistiche sono alla canna del gas. Le tre spagnole, (oltre al Madrid, Barcellona e Atlético) hanno ciascuna debiti per molte centinaia di euro, almeno ottocento per l’orgoglioso club catalano. Non va meglio alle due milanesi, che milanesi non sono più, in quanto acquistate da gruppi cinesi. L’Inter, che si appresta a vincere lo scudetto, è in difficoltà a onorare le scadenze economiche e i suoi debiti si contano a centinaia di milioni. Nessuna possibilità di rientrare, perché il governo cinese ha vietato ai proprietari di pompare altro denaro nel calcio estero. Identica situazione per il Milan e la Juventus, che ha presentato una semestrale di cassa pesantissima. Il solo Ronaldo costa, a vario titolo, 86 milioni di euro all’anno. Per chi ricorda le lire, parliamo di quasi centosettanta miliardi del vecchio conio. Nonostante grandi ricavi, non sta meglio il gruppo delle squadre inglesi, quasi tutte in mano a grandi gruppi internazionali, specie arabi. Credete ancora che esista un calcio “italiano” o “britannico”?   

Per i moschettieri di Don Denaro, è questione di vita o di morte. Basta con inutili trasferte a Benevento, Verona, Newcastle o Valladolid, meglio fare un consorzio di grandi, il cartello dei giganti, e giocare solo e sempre tra di loro. Tutti gli altri, vadano a ramengo. Invero, a ramengo, cioè al tribunale fallimentare a depositare i libri contabili, dovrebbero andarci innanzitutto loro, i grandi il cui profondo rosso non è giustificato da nulla. E’ evidente che il calcio professionistico di più alto livello vive in una bolla irreale. Se Real Madrid, Liverpool e Juventus perdono somme immense, non è che siano amministrate da sciocchi, è il sistema che non regge.

Facciamo un esempio elementare: se una competenza professionale viene pagata sul mercato duemila euro al mese, forse i più capaci potranno spuntare uno stipendio da duemilacinquecento, ma non certo da diecimila euro. Che pensereste di un signore che avesse da anni il tenore di vita di chi ha un reddito di diecimila euro al mese, ma ne incassa cinque volte di meno? Oltreché scriteriato e pazzo, è qualcuno che non vuole rassegnarsi a ciò che fanno tutti: diminuire le spese. Impossibile: la macchina dello sport professionistico è un’enorme idrovora, un lago (artificiale) a cui attingono a piene mani calciatori – che almeno sono quelli che rendono possibile lo “spettacolo” – dirigenti, allenatori, gli avidissimi procuratori sportivi e una pletora crescente di figure professionali, alcune strane e improbabili. Ci sono “motivatori” profumatamente pagati, professionisti che devono, come dire, convincere chi scende in campo a impegnarsi al massimo. Strano non ne esistano per chi fa i turni in fabbrica o timbra il cartellino in ufficio. Insomma, incassano dieci e spendono cento. Se falliscono, nulla di male.

Il fatto è che non vi è più altro principio che il profitto. Scriveva Francisco Quevedo “potente cavaliere è Don Denaro”. Potente, ma non unico. Lo sport professionale non ha più alcuna relazione con la realtà (se Ronaldo costa alla Juventus 86 milioni annui, perché i proprietari non diminuiscono il costo del lavoro, come hanno fatto in tutte le loro aziende?) ma soprattutto non ha più alcuna relazione con se stesso. Il calcio ha successo mondiale perché suscita una passione “fisica”, data dall’appartenenza e dall’identità. Ridotto a spettacolo televisivo in cui Milan-Inter può essere giocato indifferentemente a Tokyo o Abu Dhabi (chi paga di più, chi rappresenta interessi televisivi, chi ha certi sponsor) il pubblico lentamente si stufa.

Il capitale di passione è ancora elevato, ma è in declino: lorsignori lo sanno, per questo alzano la posta in palio. I grandi vogliono giocare solo tra loro, dividere la torta (televisione, abbigliamento sportivo, pubblicità, carte di credito “dedicate” e tutto quanto fa ricavi) in poche grandi fette. Oltretutto – lo diciamo da appassionati di tutta la vita – il calcio in televisione è spettacolo piuttosto noioso: lunghe interruzioni, tempi morti, azioni spesso prevedibili, altre confuse, prevalentemente a centrocampo. Senza la passione, lo spirito di appartenenza dei tifosi, è finita. Chi scrive, anni fa, assisté a una splendida partita di pallacanestro: una squadra scelse Genova come sede delle gare casalinghe. Tutto bellissimo, ma c’era un terribile problema di identificazione. Come si può urlare a squarciagola il nome di un’industria, di un marchio o di un prodotto?

Ormai, in modo diverso, vale anche per il calcio: noi tifosi, i fessi della situazione, gli ingenui, quelli che devono pagare il conto a piè di lista, facciamo il tifo non per una squadra, una città o una maglia, ma per un marchio, un “brand”. Roma sul mercato vale più di Palermo, Napoli più di Atalanta, che era un dea e nel calcio rappresenta Bergamo. Lo sport non c’entra nulla, infatti le reazioni alla Superlega dei ricchi & indebitati viene soprattutto dai tifosi, quelli che amano il calcio e vanno (andavano…) allo stadio. Se alla Juventus converrà giocare la Superlega a Mosca o Pechino, ci andrà: Don Dinero è un gran dittatore. Intanto, da anni sono criminalizzati i tifosi dello stadio: ci sono gli ultras, i teppisti. Vero, ma basta identificarli e punirli una volta per tutte, se sono colpevoli di reati, naturalmente, e non solo di eccessi verbali o passionali.

Gli stadi ora sono chiusi per contagio, ma ieri erano solo semi-aperti: biglietti troppo cari in molti settori, stadi sempre più piccoli; lo spettacolo è solo per i ricchi, per gli altri c’ è la gabbia, come sanno gli appassionati delle curve o gradinate. Acquistare biglietti è complicato, gli appassionati sono schedati con la “tessera del tifoso”, spesso è vietato assistere alle gare in città diverse dalla loro. Le famiglie sono di fatto espulse dallo stadio. Tutti davanti alla televisione, il Dio moderno che rende recettori passivi. Per di più a pagamento. Ecco perché parliamo di stupidità.

E’ come il potere secondo Etienne De la Boétie nel Discorso sulla servitù volontaria: qualunque tiranno mantiene il potere solo fintanto che i sudditi glielo permettono. Aggiungeva però che la libertà originaria è volentieri abbandonata dalla maggioranza, che, corrotta dall’abitudine, preferisce la servitù del cortigiano (o del passivo consumatore di immagini televisive a pagamento) alla libertà di giudizio. Nella fattispecie, che c’azzeccano lo sport e la passione popolare con le Superleghe e la televisione padrona? Basta non rinnovare gli abbonamenti, non assistere alle tele-partite e il gioco salta.

Quando Ronaldo arrivò alla Juventus, vennero vendute in poche settimane in tutto il mondo alcuni milioni di magliette con il suo nome e la maglia della nuova squadra, quella ufficiale, s’intende, con i loghi e i nomi degli sponsor in bella vista. Il valore d’uso era quello di una normale maglietta, spesso di tessuto artificiale, il valore di scambio era dieci, venti, trenta volte il costo industriale del prodotto, realizzato in gran fretta da operai maltrattati e malpagati, non di rado bambini e minori, in fabbriche fatiscenti del Terzo Mondo.  Non esiste un termine diverso da stupidità. Non parliamo da snob supponenti: lo scrivano frequenta lo stadio da sempre e conosce l’enorme potere identificativo della maglia della squadra del cuore.

Conosce anche la passione che fa sì che non importi nulla di finali mondiali perché non c’è la “nostra” squadra. C’è, invece, la globalizzazione. Come per ogni altra attività economica, vige il monopolio: prima si cacciano da mercato i piccoli, poi i medi, infine i grandi. Restano solo i colossi. La soluzione è semplice: disinteressarsi di industrie che sfruttano passioni genuine e tornare al vecchio, caro calcio della domenica, all’identità per cui un ligure è del Genoa o della Sampdoria e un campano orgogliosamente del Napoli. In alto, vogliono che non conti più nulla: ci sono alcune multinazionali, le corazzate del calcio-business, guardatevi queste e pagate: l’abbonamento della pay.tv, la maglia del campione che non è in genere un nostro connazionale, cambia squadra più in fretta di quanto Fregoli si cambiasse di costume di scena ed è sovranamente disinteressato alla “maglia”, ovvero al simbolo che ci ieri ci portava allo stadio e oggi ci fa comprare una carta elettronica. 

A un calcolo sommario, le dodici sorelle della Superlega hanno tra i due e i tre miliardi di euro di passivi. Vogliamo avere la dignità di non contribuire a ripianarli – o ad aumentarli, giacché con l’arrivo in forze di nuovi giganti della finanza l’assalto alla diligenza sarà ancora più accanito? Possibile che siamo diventati così stupidi da comportarci sempre come vuole il potere, persino nelle passioni sportive?  Il poeta Umberto Saba scrisse una splendida lirica sull’amore per la squadra del cuore. Non era una grande, non parteciperebbe a nessuna Superlega: era “solo” la Triestina, con la maglia rossa e il simbolo antico dell’alabarda. “Anch’io tra i molti vi saluto, rosso alabardati, sputati dalla terra natia, da tutto un popolo amati. Trepido seguo il vostro gioco. Ignari esprimete con quello antiche cose meravigliose sopra il verde tappeto, all’aria, ai chiari soli d’inverno. Le angosce che imbiancano i capelli all’improvviso sono da voi così lontane! La gloria vi dà un sorriso fugace: il meglio onde disponga. Abbracci corrono tra di voi, gesti giulivi. Giovani siete, per la madre vivi; vi porta il vento a sua difesa. V’ama anche per questo il poeta, dagli altri diversamente – ugualmente commosso.”

Altri tempi: quale terra natia, in campionati di mercenari multietnici a fattura, quali “antiche cose meravigliose” esprimono gli eroi televisivi con maglie modificate ogni anno, diverse per ciascuna competizione. E come si può amare un’industria sconosciuta e lontana, il brand di cui siamo clienti dalle tre alle cinque? La grande squadra, lo splendido gesto atletico e tecnico di un campione si possono ammirare, ma amare no. L’amore implica identificazione, vicinanza, sofferenza. Nella Superlega non conta chi vince: faranno a turno, il cerchio è chiuso, unico valore il bilancio consuntivo. Agli altri non più le briciole, ma il cartello “chiuso per cessata attività”.

Il rischio d’impresa, per una società sportiva professionistica, sono gli arbitraggi sfavorevoli, gli infortuni ai campioni, le sconfitte imprevedibili, che nel calcio sono frequenti e fanno parte del suo fascino. Finito anche quello. Meglio correre ai ripari privatizzando e globalizzando i campionati. Basta Fiorentina, Sampdoria o Cagliari. Chi non ci sta è un inguaribile romantico, un residuo del passato, forse un cretino. Conosciamo persone che si considerano superiori perché tifosi di grandi squadre lontane che non hanno quasi mai visto con i loro occhi. Buon pro gli faccia, ma per favore, smettiamo di essere stupidi e consideriamo l’orribile Superlega calcistica per quello che è: ulteriore ricchezza per pochissimi, indifferenza, povertà per tutti gli altri e fine del calcio come fatto sociale e segno di appartenenza.

Giovanni Arpino, scrittore torinese, scrisse in dialetto piemontese la più bella e commovente poesia sul Torino Calcio pur essendo tifoso della Juventus, che all’epoca era la sua rivale cittadina e oggi non più, perché è una multinazionale. Noi siamo tra quelli che non riescono ad amare le multinazionali, qualunque cosa vendano o producano. Possiamo essere clienti, che è un’altra cosa. Vogliamo chiedere ai tifosi – categoria alla quale apparteniamo- di smettere di amare dei marchi industriali e di essere spettatori passivi di uno spettacolo in cui vincono tutti i protagonisti e i comprimari, ma perde il tifoso, lo stupidotto sfruttato, perde l’amore della gente e perde lo sport.

Prima o poi la faranno, la loro Superlega. Lasciamoli soli: siamo potentissimi perché possiamo vivere senza di loro. E’ tanto difficile lasciarli ai loro istogrammi dei profitti e delle perdite, al loro astuto “merchandising” e ai maledetti listini di borsa?

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