Per una prosperità inclusiva

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Alessandro Guerriero Mattia Marasti 22 Aprile 2021

All’immobilismo dei «competenti» e alla destra reazionaria occorre rispondere rimettendo al centro proposte economiche e sociali su lavoro e sviluppo sostenibile in grado di incidere immediatamente sulle diseguaglianze

Il Governo Draghi, per ora, assomiglia alla notte in cui tutte le vacche sono nere: nonostante le differenze politiche, il cambio di passo non sembra arrivato, anzi il governo sembra impantanato in discussioni sterili tra chiusiristi e aperturisti.

Presto però le divergenze politiche e umane esploderanno e a beneficiarne sarà, ça va sans dire, la destra. In questi anni il Pd si è limitato, come canta in uno degli album più celebrati di quest’ultimo anno Phoebe Bridgers, a girare in tondo fingendo di avere un’identità: dopo la parentesi renziana, invece di una discussione profonda sul futuro, si è rinchiuso nel tatticismo autoreferenziale. Le altre forze di sinistra, a loro volta, sono state incapaci di formare un soggetto unitario. Mentre il Movimento 5 Stelle non ha ancora deciso cosa vuole fare da grande. Per questo, all’illusione dell’imparzialità della tecnica, serve sostituire una proposta politica per affrontare le sfide e i problemi del nostro tempo con lo sguardo rivolto al futuro. 

Lavoro e salari

Le tre proposte chiave in tema di lavoro, su cui la sinistra dovrebbe riflettere, sono: il salario minimo orario universale, sistemi di welfare per combattere la povertà, e una politica di pieno impiego. Tre questioni che si sostengono a vicenda. 

In un Paese come l’Italia, dove la disoccupazione, le disuguaglianze e la povertà dilagano, questi temi dovrebbero essere naturalmente al centro del dibattito politico, soprattutto nel mondo della sinistra. Il punto iniziale su cui riflettere è che le persone a rischio povertà possono essere anche occupate: secondo i dati Istat, l’incidenza di povertà assoluta delle famiglie con la persona di riferimento occupata è pari al 7,3% nel 2020, in aumento dal 2019 quando era equivalente al 5,5%.

L’articolo 36 della Costituzione prevede che ogni lavoratore debba avere una remunerazione sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa, ed è proprio da qui che bisogna partire. L’introduzione di un salario minimo orario è condizione necessaria (ma non sufficiente) per garantire il rispetto dell’articolo 36. In Italia, infatti, pur vigendo un salario minimo settoriale, ne manca uno universale.

La soglia minima potrebbe essere fissata almeno a 8 euro l’ora, come esposto in una recente audizione al Senato da parte del Presidente dell’Inps Pasquale Tridico, facendo riferimento al rapporto annuale Inps 2020. Questa riforma interesserebbe il 13,8% dei lavoratori nel settore privato, che vedrebbero così aumentare i loro salari. Conseguentemente, ci sarebbe un effetto benefico dovuto all’aumento dei consumi e della domanda aggregata, quindi a vantaggio non solo per i lavoratori in questione ma per l’economia nel suo complesso. Tutto ciò si spiega con la propensione marginale al consumo: chi ha meno tende a spendere di più e risparmiare meno. Inoltre, per effetto della cosiddetta legge di Kaldor-Verdoorn, un aumento della domanda aggregata porterebbe nel lungo periodo anche a un aumento della produttività del lavoro.

In Europa, già 22 Paesi su 28 adottano un salario minimo universale. Il caso tedesco è emblematico: il salario minimo è stato introdotto nel 2015, a 8,5 euro l’ora, estendendo la contrattazione collettiva, per poi essere aumentato nel corso degli anni. Prima della sua introduzione, l’11,3% dei lavoratori privati aveva un salario inferiore (è una cifra pressoché simile a quella italiana, considerando un salario minimo di 8 euro l’ora al netto della tredicesima e del Tfr, come proposto da Tridico). Gli effetti sono stati una diminuzione della disuguaglianza nei livelli salariali, un aumento della retribuzione nei primi due decili di salario e nessuna riduzione dell’occupazione, come invece sostenevano Mankiw e altri economisti mainstream (anche se non tutti erano d’accordo, a partire dall’economista liberaldemocratico Alan Krueger)

In Italia potrebbe anche essere seguito l’esempio di alcuni paesi come Francia, Belgio e Olanda, che hanno fissato il salario minimo al salario mediano. Ciò permetterebbe di avere uno strumento che si adatterebbe automaticamente alle condizioni economiche future, e farebbe in modo che la diminuzione della soglia risulti poco probabile, anche con un Governo ostile a tale proposta. In Italia un salario minimo di 8 euro sarebbe pari al 66% del salario mediano dei lavoratori a tempo pieno, e al 74% nel caso dei 9 euro: cifre che, anche per la letteratura accademica, non hanno effetti significativi sull’occupazione (se non nulli), ma che li avrebbero sui lavoratori e la dignità del loro lavoro.

Nel 2019 secondo i dati Istat il 25,6% della popolazione italiana era a rischio di povertà o esclusione sociale. Per un paese avanzato come l’Italia, questo è un dato inaccettabile. Con la pandemia i numeri potrebbero peggiorare ancora, come riporta un’indagine di Oxfam, evidenziando che oltre la metà degli individui intervistati aveva subito una contrazione del reddito, anche a fronte di strumenti di sostegno ricevuti durante il primo lockdown del 2020. Inoltre, per  il 15% degli intervistati  il reddito si era più che dimezzato. Evidentemente, le misure intraprese durante la fase pandemica, come la cassa integrazione, il blocco dei licenziamenti e il reddito di emergenza hanno sì aiutato i lavoratori, ma non sono stati abbastanza.

La prima proposta che dovrebbe essere realizzata è l’estensione di un reddito minimo garantito, almeno per far uscire dalla condizione di povertà assoluta le famiglie in Italia (il 7,7% del totale nel 2020, secondo le Stime Preliminari Povertà Assoluta E Delle Spese Per Consumi dell’Istat). Si tratta di un fatto di civiltà. Ciò non andrebbe però a ridurre la grave condizione di disagio dei disoccupati: proprio per questo si potrebbe pensare a una proposta di «piani del lavoro» di stampo rooseveltiano, come propone la professoressa Antonella Stirati nel suo ultimo libro Lavoro e salari. Garantire un’occupazione a un salario netto medio di diecimila euro annui a un milione di persone costerebbe dieci miliardi, una somma sì significativa ma non impossibile.

Una soluzione percorribile potrebbe essere quella elaborata dall’economista statunitense Hyman Minsky, il quale propone che il governo diventi il datore di lavoro di ultima istanza (employer of last resort), per cercare di raggiungere il pieno impiego. Lo Stato, quindi, dovrebbe incidere sulla domanda di lavoro, creando nuove occupazioni: non per scavare e riempire buche, secondo un’interpretazione errata del pensiero di Keynes, ma per fare qualcosa di utile, come la riqualificazione degli spazi urbani, la risoluzione del dissesto idrogeologico, oltre ovviamente a investimenti produttivi. L’obiettivo è quello di creare dei piani di lavoro persistenti, sia per guidare il paese verso obiettivi di medio/lungo periodo, come la rivoluzione digitale e la transizione ecologica, sia per dare un impiego ai lavoratori che hanno meno competenze. Infatti, la condizione alienante di povertà e di disoccupazione comporta una perdita di motivazione e spesso anche di competenze da parte dei lavoratori. La soluzione proposta non solo farebbe uscire dalla povertà buona parte della popolazione italiana, ma accompagnerebbe l’Italia verso un cammino di crescita economica, ormai relegata da anni a cifre prossime allo zero.

I sistemi di welfare e le politiche di pieno impiego si sostengono a vicenda, poiché un elevato livello di occupazione (dignitosa grazie al salario minimo orario universale) garantirebbe un minore dispendio di risorse per erogare un reddito minimo. Questi tre strumenti, adottati insieme, contribuirebbero significativamente al sostegno della domanda aggregata, e quindi proprio al mantenimento di elevati livelli di occupazione.

Innovazione: tra crisi climatica e Pubblica amministrazione

Per anni si è ripetuto il mantra «meno Stato, più Mercato». Ciò ha comportato, in tutto l’Occidente, politiche di privatizzazione, deregulation e una maggior attenzione all’efficienza nel pubblico, fondata però su un’idea di valore mutuata dalla tradizione neoclassica che confonde prezzo e valore

La crisi del 2008 e quella indotta dalla diffusione del virus stanno però portando a un ripensamento dell’intervento statale nell’economia e, in generale, a un cambio di paradigma nella teoria economica, come ha fatto notare perfino The Economist

Tra le conseguenze di questo ripensamento vi è, indubbiamente, un rinnovato interesse per la politica industriale. Per anni relegata al sedile del passeggero attraverso interventi orizzontali: gli interventi più che essere diretti verso settori ad alto valore tecnologico, andavano invece distribuiti a pioggia per stimolare la concorrenza. Ma, come fa notare Rainer Walz dell’Istituto Fraunhofer, le economie in cui l’industria aveva un peso maggiore nel Pil hanno subito un impatto minore dalla crisi del 2008 e ciò ha spinto i policy maker a un ripensamento della politica industriale. A questo si aggiungono la concorrenza internazionale, la crisi climatica e una produttività stagnante. 

Proprio la crisi climatica dev’essere la missione su cui i governi occidentali, tra cui il nostro, devono investire. Come hanno fatto notare gli economisti Acemoglu, Aghion, Bursztyn e Hemous, un approccio laissez faire al tema porterebbe nientemeno che alla catastrofe climatica. 

Il rinnovato interesse per la politica industriale deve andare di pari passo con una riflessione sul rapporto tra stato e mercato e sul processo di innovazione. Il capitalismo moderno, come ha fatto notare già Joseph Schumpeter, è un sistema dinamico non tendente all’equilibrio, che procede sotto la spinta della distruzione creatrice. Tuttavia, l’innovazione è un processo estremamente aleatorio, con fenomeni di cosiddetta path dependence, e complesso, nel senso che coinvolge aziende, università, centri di ricerca e lo Stato. 

Senza prendere atto di questa natura del processo di innovazione gli sforzi della politica industriale si areneranno. Non solo serve potenziare i fondi per la ricerca pubblica, che tra gli innumerevoli benefici porta anche spillover sfruttati nel mercato: è necessario un approccio simile a quanto avviene in finanza. Proprio perché si tratta di un processo stocastico, la strategia di investimento deve essere diversificata: puntare su un singolo cavallo, data la natura aleatoria del processo, rischia di essere controproducente. Per esempio: l’amministrazione Obama decise di erogare nel contesto del Recovery Act del 2009 un prestito garantito di 500 milioni di dollari a Solyndra, un’azienda ad alto potenziale tecnologico. Solo due anni dopo, però, Solyndra dichiarò bancarotta. Questo caso è spesso utilizzato dai detrattori dell’intervento statale, che accusano lo Stato di essere incapace a picking winners. Ma come fa notare Mariana Mazzucato, la stessa amministrazione Obama finanziò pure Tesla, la casa automobilistica di Elon Musk, ormai inserita in un settore restio al cambiamento come quello dell’automotive. Per delineare e poi valutare gli interventi di politica industriale, quindi, non ci si può ridurre a un solo caso, ma analizzare, in un contesto incerto e con agenti in grado di imparare, l’intera azione. 

Manca, infine, l’ultimo tassello che ricollega quanto detto sulla politica industriale alla crisi climatica. Negli ultimi anni, come dimostra un documento del 2017 commissionato dalla Commissione Europea, i Mission Oriented Project hanno attirato l’attenzione di studiose e studiosi. Si tratta di progetti che hanno come scopo quello di cercare di risolvere grandi sfide che ci riguardano come società: tra queste, appunto, la crisi climatica. Questa richiede, infatti, una collaborazione intensa tra più agenti al fine di implementare nuove tecnologie e commercializzarle quando abbiano un basso impatto ambientale: basti pensare alle sfide che ci attendono nel campo della mobilità con le auto elettriche. Nel suo paper Does Technology Policy Matter Ergas cita tra gli esempi virtuosi quello degli Stati uniti. Ne è un esempio il National Institute of Health, che ha contribuito alle ricerche nel campo farmaceutico con un ritorno stimato tra il 25 e il 40 percento. Il nostro paese e in generale l’Unione europea in questi anni hanno mancato il target del 3% della spesa in R&D, a differenza di Stati uniti e Giappone. Ma i soldi non sono abbastanza, come dicevamo prima. Affinché si possano implementare missioni strategiche è necessario un ecosistema complesso che passa, almeno nel nostro paese, da un piano per modernizzare la Pubblica amministrazione. 

Negli anni i governi che si sono succeduti hanno guardato a questa come un carrozzone non in grado di creare ricchezza. Il depauperamento della Pubblica amministrazione, sostenuto da un clima di stigma nei confronti del pubblico, è avvenuto non solo nei salari, ma anche nelle spese in formazione. Senza contare l’invecchiamento del personale. Come ha proposto il Forum Disuguaglianze e Diversità, è necessario sia un turnover generazionale, in grado di portare nella pubblica amministrazione capacità dinamiche e moderne come quelle legate alla digitalizzazione, sia una maggior spesa in formazione. 

Disuguaglianze: di genere, economiche, territoriali

Il tema delle disuguaglianze, durante questi mesi di restrizioni, è emerso con forza: per chi si trova stipato in un piccolo appartamento o una casa non ce l’ha proprio, per chi si è visto privato della dignità del lavoro, per chi ha vissuto con partner violenti il confinamento e l’impossibilità di sfuggire da una situazione di privazione sono stati al limite della sopportazione. 

Le disuguaglianze, infatti, non si limitano a quelle di reddito e patrimonio: il nostro tempo ha dato vita a una miriade di disuguaglianze che si intersecano. Per arginare quelle economiche è necessario da una parte una riforma del sistema tributario, con una maggior progressività rimodulando le aliquote Irpef, dall’altra un ribilanciamento del carico, andando a tassare la rendita con una tassa patrimoniale e una rimodulazione della tassa di successione: in paesi a noi affini come la Francia lo Stato incassa da questa 23 volte di più rispetto a noi. Se, come abbiamo già scritto altrove, questa riforma della tassa di successione deve essere calibrata sulla società in cui viviamo, fatta di piccoli risparmiatori e proprietari di casa, allo stesso tempo non si può negare che questa tassazione non contribuisce di certo alla mobilità sociale, in Italia ferma da anni. 

Il nostro paese però vive disuguaglianze ancora più profonde. Quella tra Nord e Sud, per fare un esempio. Questa distanza è dannosa per il nostro paese e dà luogo a una migrazione verso il Nord che svuota il meridione del capitale umano, un circolo vizioso che va interrotto. Sia con investimenti in infrastrutture e scuole, sia con un’azione mirata di investimenti pubblici in grado, poi, da una parte di attrarre quelli privati, dall’altra fornire un futuro alle ragazze e ai ragazzi che vivono in situazioni di povertà e/o di scarse opportunità. 

Altrettanto drammatiche sono le disuguaglianze di genere e di orientamento sessuale. 

Tutte queste disuguaglianze portano a un indebolimento della struttura democratica. Come infatti hanno osservato Acemoglu e Robinson, le istituzioni democratiche sono de iure il fondamento della nostra società, ma devono essere sostenute dal potere politico de facto: una società dotata di istituzioni inclusive. E per farlo serve combattere le disuguaglianze. 

Riprendere il discorso politico

Per anni la sinistra – quella culturale come quella politica – ha abdicato al suo compito. Invece di ripensare un futuro più equo, egualitario e sostenibile ha ripetuto la storia dei «responsabili contro l’ondata sovranista». Così facendo lo spazio per la retorica di destra sul lavoro, sull’immigrazione, sull’Europa ha preso il sopravvento mentre le sirene della sinistra suonavano come lamenti distanti dalla realtà. Come ci insegna George Lakoff, se la sinistra vuole tornare a essere centrale deve smettere di pensare all’elefante: riprendersi il discorso politico, abbandonare una costruzione al negativo che supporta la narrazione della destra. La sinistra del futuro, per noi, ha bisogno di questo: all’immobilismo dei «competenti» e alla destra reazionaria è necessario rispondere con la prosperità inclusiva e sostenibile.

 *Alessandro Guerriero e Mattia Marasti sono studenti e collaboratori di Kritica Economica.

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