Libertà vaccinale, un tabù? Intervista a Marco Reggio – Parte I

Dal blog https://www.pressenza.com/i

17.06.2021Lorenzo Poli

Libertà vaccinale od obbligatorietà vaccinale? È tra i più accesi dibattiti del secolo. Oggi però sembra che essere per l’obbligo di vaccinazione significhi essere “sostenitore della scienza”, mentre credere che non sia giusto imporre un trattamento sanitario obbligatorio significhi essere “contro la scienza”. Ma cosa c’è di “antiscientifico” nel non volersi sottoporre ad un trattamento sanitario per ragioni etiche, bioetiche o per questioni che riguardano l’integrità fisica?

Cosa c’è di “scientifico” nel credere fermamente in un vaccino in via sperimentale di cui le uniche informazioni provengono dalle case farmaceutiche?

A differenza di quanto divulgato dalla polarizzazione del mainstrem, in realtà è proprio su questi temi che il Movimento Free-vax era nato. Sono passati circa vent’anni da quando i free-vax (e non “no-vax”), nati a sinistra con il supporto di Medicina Democratica e l’epidemiologo Dario Miedico, chiedeva vaccini sicuri, testati e privi di thimerosal e il riconoscimento del danno da vaccino, portando alla promulgazione della legge 210/1992. Durante il Covid, la narrazione è cambiata e chiunque ponesse dei dubbi sulla tecnica sperimentale sui vaccini veniva additato come “no-vax”.

Di questo e molto altro ne parliamo con Marco Reggio, attivista antispecista che si occupa di intersezioni fra teoria queer e antispecismo e di resistenza animale. È stato tra i fondatori dell’associazione Oltre la Specie, promotore della Festa Antispecista a Milano e redattore di Liberazioni. Rivista di critica antispecista. Ha curato l’edizione italiana del Manifesto queer vegan di Rasmus Rahbek Simonsen (con M. Filippi, 2014), e il volume Corpi che non contano. Judith Butler e gli animali (con M. Filippi, 2015). 

Come nasce il dibattito sull’obbligatorietà vaccinale? Perché fin da subito ha generato dei sospetti nella storia? 

Il dibattito ha una storia piuttosto lunga, possiamo dire che nasce con i vaccini stessi, nel XIX secolo. Un momento inaugurale delle politiche vaccinali, in effetti, è quello in cui, a quanto pare, Edward Jenner infetta un bambino di 8 anni (il figlio del proprio giardiniere…) per testare il primo proto-vaccino (del liquido infetto prelevato dalle lesioni di un malato di vaiolo). Un bel concentrato di arroganza, scientismo e classismo. Nella seconda metà dell’ottocento, in Inghilterra, vengono varate delle leggi per l’obbligo vaccinale per i bambinǝ. Si sviluppano rapidamente dei movimenti di opposizione, e naturalmente gli argomenti sono fra i più disparati, in parte attuali in parte meno: argomenti religiosi, scientifici, politici (legati cioè al tema della libertà dellǝ cittadinǝ, dei genitori e dell’intervento statale sui corpi delle persone).

Sebbene la polarizzazione del mainstream abbia improntato il dibattito tra “no-vax” e “sì-vax” come un tifo calcistico, la realtà è molto diversa. Quali origini ha il Movimento Free-Vax e come nasce? 

In Inghilterra nascono due movimenti, principalmente: la Anti Vaccination League e la Anti-Compulsory Vaccination League. Scendono in piazza anche decine di migliaia di persone, perlopiù delle classi meno abbienti. Vediamo già in atto un meccanismo che spesso la propaganda di stato, oggi, invisibilizza: il dissenso, come dovrebbe essere normale, dopotutto, costituisce un importante elemento di democrazia e porta a commissionare studi più approfonditi sul vaccino contro il vaiolo e a introdurre correttivi legislativi, prevedendo una clausola che permetteva ai genitori “obiettori” di esentare i figli dalla somministrazione del vaccino.

In Canada e U.S.A. si svilupparono analoghi movimenti, e furono intraprese contese giudiziarie, con alterne fortune. Una certa discontinuità rispetto al presente va rilevata, perché ovviamente le pratiche vaccinali, ai tempi, erano sotto certi aspetti molto più rischiose, per motivi tecnologici, igienici, di sicurezza nella produzione e nella somministrazione. Occorre anche dire che spesso questi movimenti – rivelando una connotazione proletaria – abbozzavano un discorso politico importante: le politiche vaccinali di massa nascondono i veri motivi delle epidemie, cioè le sperequazioni economiche e sociali. Come dire: prima di inocularci i vaccini, dateci acqua potabile, cibo sano e in quantità sufficiente, fogne coperte, condizioni di lavoro non invalidanti, e così via. I movimenti per la libertà vaccinale più recenti, cioè quelli legati alle grandi politiche di vaccinazione di massa del secondo dopoguerra, in occidente, ovviamente non usano nello stesso modo questo argomento, anche se lo utilizzano spesso in chiave storica, ipotizzando che una serie di malattie siano state sconfitte, più che dai vaccini, dalle misure igieniche, dal miglioramento delle condizioni di vita, di alimentazione, dal benessere in generale, insomma. In ogni caso, mi pare che, in particolare in Italia, mantengano inizialmente quella matrice “di sinistra” che oggi sembra “smarrita”.

Tanto per dire, fra i soggetti più attivi ci sono stati medici di Medicina Democratica, e fino a pochi anni fa la collocazione di queste associazioni nell’alveo delle attività di autodifesa dal basso di cittadinǝ era evidente. Le rivendicazioni sono sempre state articolate e, di per sé, difficilmente denigrabili in un contesto democratico: richiesta di maggiore trasparenza, di accesso alle informazioni scientifiche, di trasparenza nel rapporto fra genitori e aziende sanitarie locali (cioè fra Stato e cittadinǝ, in sostanza), critica all’obbligo vaccinale, richiesta di equi indennizzi allǝ danneggiatǝ, apertura di un dibattito scientifico, lotta all’ingerenza delle multinazionali del farmaco e, sottotraccia, critica al paradigma medico sotteso alla centralità delle vaccinazioni di massa nella salute pubblica.

Questo significa che in effetti siamo già da tempo di fronte a uno scenario più complesso di quello descritto dalla dicotomia artificiosa “sivax”/”novax”, banalmente perché sono diffuse posizioni di contrarietà a determinate politiche vaccinali, ma di non contrarietà a priori. Come si collocano le tante persone che, come il sottoscritto, sul rapporto costi-benefici di quel particolare farmaco che è il vaccino in fondo hanno le idee confuse?

Ho come l’impressione che, oggi, criticare la centralità dei vaccini nelle politiche sanitarie sia andare contro ad un “credo fideistico”. Nella società della Tecnica, lo scientismo è la nuova religione? 

Sembra effettivamente che lo scientismo, negli ultimi anni, abbia guadagnato rapidamente popolarità. Negli ultimi mesi, con la pandemia globale, possiamo leggere questo processo come una risposta alla centralità dei problemi sanitari. Negli anni precedenti, come risultanza di molti fattori, fra i quali proprio il (non) dibattito pubblico sull’obbligo vaccinale. Ovviamente c’è di più dello scientismo in sé, c’è anche una confusione diffusa fra diversi piano del discorso: metodo scientifico, impresa scientifica, politiche sanitarie pubbliche.

Ma forse lo scientismo consiste anche nel convogliare il dibattito sulla questione scientifica in senso stretto: i vaccini funzionano? Sono sicuri? Cosa dicono le ricerche? Sono domande importanti, ma limitate. I punti più interessanti, invece, riguardano il peso delle politiche vaccinali: esistono solo i vaccini? Sono l’unica strategia possibile? Si tratta di un caso particolare in cui l’emergenza richiede di farne uso o stanno diventando la risposta “di default” al nostro rapporto con la malattia?

Perché non si parla più di altri tipi di prevenzione? E perché non si parla di cure? E poi c’è la questione dell’equità, giustamente – ma tardivamente – sollevata da chi è a favore delle misure di vaccinazione, che chiede la liberalizzazione dei brevetti, la statalizzazione della produzione, la diffusione ai paesi poveri, e così via. Si tratta di una tecnologia facilmente gestibile in modo equo? Nel concreto, l’attuale assetto economico e politico lo permette? Altri strumenti, come le cure domiciliari, potrebbero essere maggiormente democratiche?

La pervasività delle case farmaceutiche nella gestione della salute pubblica è palpabile. Non siamo più abituati a pensare la medicina in un altro modo? 

Sembra di no. Ma questo, di per sé, non è sconvolgente, se pensiamo che il capitalismo, come modo di produzione e organizzazione della società, è un paradigma incontrastato e vive una fase di spinta verso le privatizzazioni, l’erosione del welfare, l’attacco ai salari, ecc. I due grandi modelli di contrasto al capitale, anche in ambito sanitario – lo Stato come elemento di tutela dellǝ cittadinǝ e l’autogestione dal basso della salute – sono in crisi. Mi pare più preoccupante però il fatto che questa impossibilità a criticare il paradigma medico dominante sia presente, o addirittura più marcata, “a sinistra”.

E non intendo il PD, che evidentemente non ha nulla a che fare con i valori egualitari.

Intendo proprio tutti i settori della società che hanno storicamente provato a pensare un “altro mondo possibile”, dall’associazionismo fino a molti gruppi anarchici.

Invece, in particolare di fronte alla pandemia, bisognerebbe comprendere che non è un caso se alcuni paradigmi medici sono perfetti per dare le risposte che servono a un sistema economico predatorio, estrattivista e violento, mentre altri vengono ignorati o, direi, bullizzati etichettandoli come irrazionali, New-Age, e così via.

Basta guardare a come è angusto lo spazio del dibattito sul concetto di prevenzione, che contempla appunto solo il vaccino, e non arriva neppure a considerare strumenti di prevenzione banali e non certo anti-scientifici come la supplementazione di vitamina D o la promozione dell’utilizzo degli spazi all’aperto (lo schema argomentativo, che guarda caso non viene mai tirato in ballo quando si parla di vaccini, è sempre quello di gridare quanto sarebbe irresponsabile puntare su una misura del genere come bacchetta magica per il superamento della pandemia – ma ovviamente quasi nessunǝ è così naif da pensare che una pandemia globale si combatta solo con la distribuzione di vitamina D).

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